.
Annunci online

Movie
Movimento culturale


"La Recensione"


1 aprile 2007

i Film del mese

Le Recensioni di Big Drugo

300 – Frank Miller

 

Lì dove finisce la storia comincia la leggenda... la leggenda di 300 Spartani che tennero testa
all'immenso esercito persiano. Guidati dal loro Re Leonida... gli spartani affrontano dure prove e sfide impossibili pur di salvare la loro terra.
Dalla Grafich Novel di Frank Miller, dopo Sin City arriva al cinema anche 300, il film impresso in pellicola ne ricalca molto bene le tavole e rende atmosfere e situazioni davvero incredibili. Una goduria per gli occhi ed un piacere per le orecchie. Le frasi e alcuni dialoghi sono davvero belli e i combattimenti impressionanti. Conoscendo Miller sapete già cosa aspettarvi... ma la realizzazione a video con una fotografia (molto computerizzata) eccezionale e i bellissimi costumi e le stupende scenografie ne fanno davvero un grande film.


 

Ghost Rider

Ghost Rider è un altro adattamento per il grande schermo di un fumetto della marvel, meno famoso di altri, ma molto diversi...
Jhonny Blaze firma un patto col diavolo, che un giorno potrà rivendicare la sua anima per i suoi piani... il Ghost Rider altro non è che un servitore del Diavolo, visto nel fumetto marvel in un aspetto particolare... insomma uno di quei fumetti Dark che appassionano le nicchie.
La trasposizione cinematografica, seppur con un bel prologo, non convince, anzi risulta davvero poco godibile e realizzata male. Il personaggio di Ghost Rider non è molto approfondito e sembra un corpo estraneo all'interno del film, per non parlare dei "cattivi" che deve affrontare... caratterizzati con molta approssimazione ed i combattimenti sono davvero ridicoli. Nessuna colpa a Nicolas Cage che fa la sua parte, ed alla bellissima Eva Mendes.
Non ci si poteva aspettare niente di più dal regista di Daredevil, altro fumetto marvel rovinato sul grande schermo.



 

 

Intrigo a Berlino
Un noir anni trenta, un intrigo d'amore tra le macerie di una guerra che ha molti strascichi, un film di 
Steven Sodebergh che non è nuovo ad esperimenti cinematografici, stavolta gira in bianco e nero, intervalla materiali dell'epoca alla sua pellicola, e forse volutamente aumenta il contrasto tra bianco e nero, dirige il suo amico George Clooney e la bellissima e bravissima Cate Blanchet in una storia di spie e di sotterfugi, lo fa molto bene, un film godibile ed interessante che omaggia o scimmiotta (a voi la scelta) Casablanca, con più di un richiamo, nella storia e nelle immagini.
Un buon film per gli amanti del noir.



 

 

BORAT
Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan.
Il personaggio inventato da Sacha Baron Cohen è un giornalista Kazako che parte per gli USA al fine di studiare il popolo americano.
Borat è un film girato interamente con camera a spalla, tipo documentario, è come se fosse una grande candid camera... tutti gli attori (persone normali) sono inconsapevoli di quello che subiranno, Borat con la sua grande ingenuità, con la sua apparente innocenza e sopratutto con grande comicità mette in luce gli aspetti più disparati degli USA, gioca con l'antisemitismo, con il razzismo, con le congrege studentesche e con quelle religiose, mette in risalto gli eccessi e le contraddizioni di un grande paese, in maniera molto ironica e sarcastica.
Un film intelligentemente realizzato, molto particolare il cui tipo di comicità potrebbe non piacere a tutti.

 

 

 

Saturno contro
Dopo l'inguardabile "Cuore Sacro" Ozpetek ritorna a girare un film corale con i soliti temi d'amicizia e 
d'amore etero e naturalmente omosessuale.
Il cast italiano è buono, e tutti si comportano bene, compra
la Angiolini.
I
l film parte bene, con buon ritmo, ma è scritto con sufficienza... la storia dava l'opportunità di approfondire meglio molti passaggi, ma diverse cose vengono mandate avanti come se si dovesse finire il film e basta. Saturno contro sicuramente prende spunto dal Grande Freddo di Lawrence Kasdan, ma ne è molto lontano per intesità e per completezza. Il film un pò annoia, per altri versi invece può essere interessante. Insomma un lavoro fatto a metà. vedibile.

 

 

 

 

Diario di uno scandalo

 

La storia è quella di una donna ossessionata dalla propria solitudine, dalla tristezza della vita e dalla  malinconia di tempi ormai passati.
Molto forte nella sceneggiatura e nell'impatto drammatico col pubblico, i personaggi sono molto ben caratterizzati, sopratutto quello della protagonista interpretata magistralmente da Judy Dench, che meriterebbe l'oscar. Sempre più brava la Blanchet che si va affermando come la nuova Meryl Streep! Giovane, elegante, bella, sensuale e brava.
Un film da vedere, che non vi lascerà indifferenti, un film che mette il luce gli errori umani, quelli della carne e quella della psiche con molta maestria.

 

 

 

Questo è il link per vedere che proiettano a palermo

 

http://www.film.tv.it/insala.php?myid=bf7a0ff5700cc30c4d9d061f04b0b8f8&tipo=citta&cerca=palermo&vai5.x=0&vai5.y=0

 

 

Mi chiamo Giuseppe Benincasa – il mio nick è Bigdrugo . … ho 29 anni ancora per qualche mese … Amo il cinema fin da quando mi ricordi, una sera da piccolo rimasi folgorato dagli effetti speciali di Ghostbusters, grandioso film diretto da Ivan Reitman ed intepretato da un gruppo di attori per me fantastici come Dan Aykroid e Bill Murray. Da lì la mia passione per il cinema, mi ha aiutato a farla crescere un mio grandissimo amico, e di questo lo ringrazierò sempre, (Ciao Pippo) . Ad oggi oltre ad informarmi ondine e con riviste cartacee sul mondo del cinema, colleziono DVD e curo un mio piccolo blog (http://bigdrugo.spaces.live.com/).

 

 

 




permalink | inviato da il 1/4/2007 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


11 marzo 2007

Lynch... il maestro

INLAND EMPIRE

di David Lynch

 

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra Del Cinema Venezia, dove il regista ha ricevuto il Leone alla carriera, INLAND EMPIRE si presenta come un’opera definitiva e straordinariamente complessa con la quale dovremo fare i conti per anni. Girato in digitale a bassa definizione e con una durata di tre ore, il film si presenta come una riflessione metacinematografica molto complessa da ricostruire. Rifiutando praticamente tutte le convenzioni narrative tipiche di un normale racconto cinematografico, INLAND EMPIRE sembra spesso procedere per libere associazioni di immagini ed idee in una specie di “flusso di conoscenza” che ha pochi eguali nella storia del cinema. Lynch ha dichiarato di aver scritto il film la mattina direttamente sul set, inventando giorno dopo giorno le sequenze da girare e i dialoghi da recitare. La vicenda di un’attrice coinvolta nelle riprese di un remake di un film polacco, mai terminato a causa della morte dei due attori protagonisti, è solo il pretesto per un vertiginoso e straordinariamente affascinante viaggio nell’inconscio della donna tra sogni, incubi, libere rielaborazioni di frasi prese dalla “realtà” (concetto del tutto astratto del film), fantasie, ossessioni. Troppe sono le sequenze che andrebbero citate, infiniti i temi e le suggestioni presenti nel film (pittoriche, filosofiche, cinematografiche). Più che al recente, straordinario, MULHOLLAND DRIVE, questo nuovo film di Lynch sembra ricollegarsi maggiormente a ERASERHEAD, il folgorante lungometraggio d’esordio, per il modo in cui viaggia nella piena libertà, incurante della logica che molti spettatori pigri richiedono di solito ad un film. Il regista americano pone lo spettatore in una posizione attiva, invitandolo a partecipare intellettualmente al film e costringendolo così a cercare una chiave di lettura che non per forza deve essere uguale a quella pensata dal regista. In INLAND EMPIRE sono presenti alcuni momenti tratti da RABBITS, una specie di bizzarra sit-com girata del regista nel 2002, nel quale tre persone con teste da conigli fanno discorsi senza senso con risate registrate come commento (quasi un’apoteosi tematica dell’idiozia e dell’assurdità della maggior parte delle sit-com reali). Un film che assomiglia ad una vera e propria esperienza audiovisiva per molti più vicina ad un’installazione d’arte contemporanea che al cinema, INLAND EMPIRE è un capolavoro di pura avanguardia di cui si riconoscerà l’importanza e la grandezza probabilmente solo tra qualche anno. Accanto alla bravissima Laura Dern (attrice feticcio di Lynch già con lui in VELLUTO BLU e CUORE SELVAGGIO) segnaliamo nel cast Jeremy Irons, Harry Dean Stanton e Justin Theroux. Menzione a parte per la splendida colonna sonora curata dal fidato Angelo Badalamenti. Un film fondamentale che ripristina la fiducia nelle potenzialità espressive del mezzo cinematografico e che non mancherà di estendere la propria influenza sulla futura storia del cinema.

di Germano Boldorini




permalink | inviato da il 11/3/2007 alle 0:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


17 gennaio 2007

Alla corte di Spike Lee

 

 

LA 25ª ORA

Le lancette dell’orologio corrono sulle ultime ore di libertà di Monty Brogan (il candidato al Premio Oscar® EDWARD NORTON) che, tra sole 24 ore, verrà rinchiuso in una prigione dove dovrà rimanervi per sette lunghi anni. Monty sta per dire addio a Manhattan, ai suoi sogni metropolitani e alla vita che ha condotto sinora allontanandolo dalle persone a lui più care. Durante il suo ultimo giorno di libertà, Monty tenterà di recuperare il legame col padre (BRIAN COX) e trascorre la maggior parte del tempo con i suoi due più cari vecchi amici, Jakob (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN) e Slaughtery (BARRY PEPPER). Oltre che con la sua ragazza, Naturelle (ROSARIO DAWSON). Monty non è più sicuro di nulla… ma il tempo stringe e bisogna prendere decisioni importanti.

E’ strano e al contempo ammirevole vedere New York come luogo in cui un insegnante di inglese, un broker di Wall Street e un pusher scansonato ed irriverente possano essere cresciuti insieme giocando per le stesse strade, e non avendo mai timori riverenziali, uno verso l’altro; frequentando le stesse scuole, uscendo con le stesse ragazze e via dicendo. Ma New York come Lee ce la dipinge è intrisa di contraddizione, sogno, disillusione in se stessa, paura  e disagio, fino a giungere allo struggente orgoglio americano. Come i due fasci di luce che si impongono nella notte newyorkese come sinistri epitaffi, voglia di riscatto e rivalsa, affermazione di strapotere ed intrinseco desiderio di vendetta. Due pilastri di luce, più che simbolici, così effimeri come la sostanza stessa del cinema, che amiamo vedere e considerare. Vita, morte e arte, specchiati e ammirati da un raggio di luce. Ovvero, Spike Lee fa in pochi minuti di incantevole cinema, con i suoi duri titoli di testa, quello che Martin Scorsese non riesce a fare con tutto Gangs of New York. Ci mostra la vita, poi l’irrealtà… infine il cinema.  È più che un omaggio; più che una poesia d’amore. È affermazione di appartenenza ad una razza prima che ad una città. Una essenza fatta di mille popoli diversi, tutti stranieri, tutti prima o poi immigrati, insultati e ripudiati e nonostante tutto profondamente americani. Perché gli italo-americani non sono più italiani. O meglio, non lo saranno più. Sono qualcosa d’altro, qualcosa che ha metabolizzato la città e che ne costituisce una delle innumerevoli cellule. E lo stesso vale per gli afro-americani, gli asiatici, gli ebrei ortodossi, e via dicendo. Tutti pronti a puntare il dito l’uno contro l’altro, tutti pronti ad affermare e conservare la propria identità culturale eppure tutti stretti intorno alla bandiera, alla nazione, al grido di “liberta” intorno a quei due fasci di luce, che tutti noi rispettiamo come amore per l’appartenenza a quel che siamo.

 

 

 

La 25° Ora, è capolavoro, in ogni sua molecola, fotogramma, immagine e poesia.

Dall’’aspetto tecnico - articolatissimo da un montaggio fluido, alternato e curato nei minimi particolari ad una sceneggiatura di…  chiara, e pronta a rispolverare tematiche universali in modi artistici e mai banali, e definirla ben scritta sarebbe un declassamento ingiustificato.

 

Ad un aspetto puramente formale.

 

ed un cast variegato e formato da attori di prim’ ordine e di bravura sconcertante.  (qui termina attori.

 

Tornando agli aspetti molteplici di una pellicola così pregna di concetti vitali, mi viene spontaneo, porre riflessioni in riguardo al personaggio di Montgomery (un Edward Norton di bravura eccelsa) reso amabile nel contesto in cui è inserito; Monty di fatti, per tutto il film pare intraprendere un interminabile viaggio spirituale, inconscio, sui suoi affetti, tra il padre, la sua ragazza, ed i suoi due migliori amici; Ma l’ardua verità è che non solo Monty, sta effettuando quel viaggio; in realtà sono e siamo Tutti intrappolati dalla vita che ci troviamo a fronteggiare, tutti angosciati dalle esistenze prima ancora che dall’incertezza che grava sulle stesse, e che si presenta sotto forma di una studentessa provocante, o un investimento sbagliato in borsa, o delle scelte che si pongono dinanzi a noi  e ad  ogni angolo di strada che percorriamo.

 

 

 

Vite che apparentemente normali si incrociano, eppure pronte a sgretolarsi in modi diversi, con  licenziamenti, tradimenti, paure. Poche parole all’orecchio sbagliato e la vita di Monty (come quella di ognuno di noi) implode, trascinandosi sospetto nei confronti di amici e parenti. E’ questa la 25 Ora, un enorme viaggio (vedi la scena finale) di insegnamento sull’essere umano e sull’orgoglio di esistere e voler vivere, pur non riuscendo a vedere delle volte le più ovvie realtà. Un viaggio al termine della notte che deve includere anche la possibilità della redenzione, vissuta come un sogno attraverso le parole.

Spike Lee osa, ma esiste vita oltre New York per un New Yorkese? Come per un Romano per Roma o un Parigino per Parigi?

Ci vengono lasciti interrogativi aperti (come il suo stesso finale). In compenso abbiamo le chiavi per aprire le infinite porte dinanzi a noi.

La 25° Ora è un film che si presenta forse come il più amaro e difficile di Spike Lee, e che nonostante il taglio profondamente introspettivo non si lascia scappare l’occasione per qualche gioiello di tecnica che fa intravedere una visione grandiosa del nostro mondo, così bello, amabile e invece poi così poco amato e trascurato.

La ferità è ancora aperta, pare urlarci Spike, lì vicino al vostro cuore, e non ha tanta voglia di guarire. Non si rimargina cazzo. Ha smesso di sanguinare, ma non sembra avere proprio l’intenzione di fermarsi...  Siamo umani, non macchine.

 Di Riccardo Iannaccone.

 

 

 

 

 




permalink | inviato da il 17/1/2007 alle 17:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


17 gennaio 2007

Woody stai a perdé colpi?

 

Scoop di Woody Allen


L’ignoranza non è sempre debolezza: in certi casi è un’arma, e personalmente non ho intenzione di liberarmene del tutto, anzi, ne farò tesoro in modo da non intaccare genuine emozioni e sensazioni con preconcetti o aspettative.

Devo dire che di Woody Allen ho visto molto molto poco: un paio di film per intero e diversi spezzoni che non mi stimolavano a seguire fino alla fine.

Eppure questo film è stato diverso. Sono andata a vederlo con la quasi completa convinzione che non mi avrebbe entusiasmato, perché quel genere di comicità triste la trovo gratuita e tutta uguale.

Alla prima apparizione di Scarlett Johansson ho storto subito il naso, lo ammetto: mi è sembrata un po’ una forzatura vederla con gli occhiali di corno (una piccola Woody Allen al femminile?), non le donavano per niente, soprattutto perché l’ho vista in mille versioni, una più affascinante dell’altra, anche da ragazzina in “L’uomo che sussurrava ai cavalli”, e nei panni di una delle donne svampite e un po’ sciocche di Woody Allen non ce la vedevo proprio!

Inoltre ho trovato una somiglianza estrema tra questo film e un altro sempre dell’autore,“Anything else”, con Christina Ricci,in cui Allen  ricopre lo stesso ruolo di consigliere del protagonista, che spara una battuta dietro l’altra  (tra il cinico e il comico), apprezzate dal pubblico poiché mantengono un’atmosfera leggera, anche quando si capisce chiaramente che andando un po’ più a fondo si possono trovare temi ben più scottanti. Ma va bene così, bisogna saper ridere di se stessi.

La trama non ha niente di contorto o complicato, è lineare. Sono i personaggi che la rendono assurda con le loro supposizioni e fantasie.

Sandra Pransky (Scarlett Johansson ) è una giovane aspirante giornalista che cerca di sfondare andando alla ricerca di tutte le notizie possibili, e sin dalle prime scene si evidenzia che è disposta a tutto pur di avere un pezzo, che non tarderà ad arrivare, anche se nel modo più insolito: nella scatola di un prestigiatore da quattro soldi ,Splendini, (Woody Allen) anziché sparire lei, le apparirà il fantasma di un giornalista che la metterà sulla pista per smascherare il famoso serial killer dei tarocchi, il giovane aristocratico Peter Lyman (Hugh Jackman). Con l’aiuto del saggio-mago Splendini, Sandra attuerà un piano per incastrarlo, anche se poi ci si metterà di mezzo l’amore, gags e battute ironiche che la faranno da padrone per tutta la durata del film, e che probabilmente saranno ciò che più ricorderemo della pellicola, come ad esempio :

 

  Di nascita sono di confessione ebraica, poi però mi sono convertito al narcisismo.”

-“Tu vedi sempre il bicchiere mezzo vuoto.

-No, io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, di veleno!”

 

Il personaggio di Sandra non poteva che essere giornalista: curiosa e intelligente, ma dotata di una costante e a volte snervante caratteristica: la stupidità. Chiamatela superficialità, distrazione, leggerezza…chiamatela donna alla Woody Allen! Ha sempre qualcosa da dire, non sta mai zitta, fa tutto di testa sua, lunatica e un po’ schizofrenica perché arriva a delle conclusioni dopo ragionamenti logici comprensibili solo per lei.

Splendini invece è una sagoma! E’ l’attore stesso, non ci sono definizioni! Fa di tutto, a suo modo, per aiutare Sandra, si spaccia anche per suo padre, e quando sta per arrivare la sensazione di tenerezza nel cuore dello spettatore, eccola in agguato la battuta cinica che ti strappa per forza un sorriso. Si, a volte è proprio tenero, specialmente quando è alla guida della Smart…e non dico altro!

Tutti i personaggi sono abbastanza “precisini”, nel senso che hanno poche sfumature di carattere, fissi nella loro parte di buono, cattivo, alleato, e anche questo contribuisce al tono del film. Come spettatrice devo dire che ero rilassata, niente seghe mentali, psicoanalismi che annebbiano o intrecci da soap opera che agitano il cervello.

E’ stato un po’ come stare a teatro: ti godi in silenzio une bella e sana commedia!

Insomma, un film da vedere per chi non lo avesse ancora fatto. Da ricordare per chi si chiede se è necessario inventare storie originali e complesse per arrivare alle persone.

Una chicca: in più di una scena compare la giraffa che incombe sulla testa dei protagonisti… Woody stai a pèrde colpi?

 

 

Michela Rossetti.




permalink | inviato da il 17/1/2007 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 dicembre 2006

I figli degli Uomini, più di un film, la vita

 

Un urlo sordo… un terra povera, globalizzata, in mano all’indefinito. Anno 2027. Un uomo dai capelli arruffati entra in un bar, in una Londra post Tutto, una Londra che ricorda molto Sarajevo. L’uomo entrato chiede un caffè. Sul monitor in alto di fronte a lui, arriva la notizia che nessuno si aspetta di sentire. E’ stato assassinato il ragazzo più giovane. Il bambino più bambino ancora esistente in vita… e ha 18 anni!!!!

Donne in lacrime, sgomento, assurdità… masochismo?

Fatto sta che l’uomo esce dal posto, si sente un pianto, un ticchettio, poi il nulla, se non un ordigno che fa scoppiare il bar, da dove l’uomo con il caffè in mano è appena uscito. Schermo nero:

 

I FIGLI DEGLI UOMINI (regia di Alfonso Cuaron)

di Riccardo Iannaccone.

 

La storia del pover’ uomo interpretato da un enorme (da Oscar) Clive Owen, si intreccia a quella di un gruppo rivoluzionario, denominato i PESCI, guidato dalla sua ex moglie, il quale – gruppo - ha tutta l’intenzione di sovvertire il governo Britannico attuale, visto come Male in persona di una società in degrado; non accorgendosi però di essere a loro volta un ingranaggio dello stesso macchinario.

Ma è tutta una messa in scena… di gran lusso. L’amore prende il sopravvento nelle disperazioni e nella scena. Con la forza del Destino (estremo deus ex machina, in questo turbinio di emozioni) l’uomo scopre come in realtà la sua ex donna (una grandissima Julian Moore) non stia nelle fila dei “folli” PESCI, ma stia in realtà cercando (con ideali diversi dai rivoluzionari) con tutta se stessa una maniera disperata per salvare l’ultima donna ad essere rimasta in cinta in questo sporco mondo. 

L’uomo si ri-innamora della ex, dopo un passato con lei denso di ricordi e angeli perduti; ma è un piccolo flash di una vita che scorre via come una pallina da ping pong; e così perdendola nuovamente in un escalation di violenza che rappresenta il nostro Vero mondo, l’uomo si sobbarca il compito per amore della vita di portare in salvo l’ultima donna in grado di riprocreare la nostra specie; portandola in questo caso specifico in giro per l’Inghilterra, alla ricerca di tante risposte e speranza.

Solo i bambini possono fermare le violenze, le atrocità, le guerre. In essi portano il sorriso, il pianto, la dolcezza del innocenza. Sono quella luce che accendiamo ogni mattina. E che accende il sorriso in noi.. E il film lo porta e trascina nel suo cuore.

 

Il film di Cuaron è il trionfo del realismo impiantato su di un film di fantascienza ad alta fattura. Non basta elogiare un script tanto silenzioso, quanto efficace e graffiante nel descrivere le nefandezza della tragedia umana; non basta elogiare un cast di attori di valore assoluto (Micheal Caine che fa il padre Hippy è da antologia assoluta). Non basta affermare come la regia del regista messicano sia sobria ed elegante nel non invadere il campo e la scena, ma si releghi ad un ruolo di inseguimento e di descrizione dei fatti. Sarebbe come sminuire un opera di bellezza rara; uno squarcio su quello che noi crediamo potrà essere il nostro futuro, quando non ci rendiamo conto come in realtà quello che viene mostrato sia il nostro presente.

Un sorriso di un bambino è l’essenza stessa del vivere. E Cuaron con estrema freschezza e visionarietà ce lo mostra. Facendoci notare come il pianto di un bambino abbia in se addirittura la forza di far cessare il fuoco.

Il nostro presente è da cambiare, il nostro sistema è da cambiare, Ci deve essere qualcuno che abbia voglia di cambiare, di rischiare, sognare, creare, ideare… Il pianto della sterilità e della donna, è il pianto del nostro mondo che va verso la sua fine. Le armi nucleari, la guerra, il potere, le bugie al popolo, le crudeltà, gli omicidi… ognuno di queste rappresenta la morte di un piccolo uomo, quello che sei tu, che siamo noi… o che saremo. Ogni bomba è una morte, ogni bugia è un assassinio, ogni guerra è la fine per quei piccoli angeli che rappresentano un futuro; un futuro che non ci chiede altro che di rispettarlo.

Cuaron ferisce e provoca, lo fa con classe. Qui non si parla più solo di cinema; qui si parla di vita; si parla di Noi. E scusate se è poco.

IL FILM DELL’ANNO.




permalink | inviato da il 19/12/2006 alle 15:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


19 dicembre 2006

La torre di Babele

L'AZZURRO SCIPIONI DI SILVANO AGOSTI

L'Azzurro Scipioni è un piccolo cinema d'essai che si staglia all'interno di un grande quartiere quale è Prati, sempre più somigliante ad una vetrina abbagliante, dove migliaia di persone lo percorrono durante la giornata, specchiandosi nelle entrate dei negozi, e cercando animosamente di battere allo sprint finale il concorrente per l'ultimo acquisto settimanale. Il quartiere Prati si eleva vicino al centro storico di Roma e come i suoi negozi, quando si fa sera, spenge i suoi interruttori.

L'Azzurro l'ho conosciuto quasi per caso. Sapevo che i cinema d'essai fossero vivi, ma nel frattempo vedevo, in questi anni, crescere le multisale, sempre più allargate a macchia d'olio nelle grandi città. Sfogliando la pagina spettacolo di più quotidiani e leggendo gli eventi nella città, mi accorsi con il tempo di un dato oramai certo: le sale artigianali, che non proiettassero film sulla cresta dell'onda ( dai prezzi non certo bassi), piano piano scomparivano, insieme alla memoria e alla cultura, di volta in volta pianificata da uno strato si catrame lucido, ripulito e pavimentato, laddove fiori di plastica si ergevano insieme alle patatine !

La multisala cominciava ad occupare le pagine dello spettacolo inserito all'interno dei quotidiani, ad esserne portatrici di nuovi valori, divulgtrici di un modo diverso di vedere un film. Si mostrava generatrice dell'evento nuovo per una cultura lustrata e corretta chirurgicamente, diventata con il trascorrere dei giorni, sempre più visiva, al punto di non accorgersi di tralasciare dettagli che non possono essere non osservati: e se nella sua economia di fondo cassa non interessano, dal mio punto di vista ( amante del cinema), sono importanti.

Partiamo: la multisala toglie il sapore, il gusto inebriante e ammaliante del film visto su grande schermo, poichè di solito prima di entrare in una delle 20 porte che ti attendono, devi passare tra una miraide di dogane commerciali. Ti vendono pop corn, coca cola, riviste, dvd, cd musicali, gelati, bambolotti, forbici per capelli e pinzette per sopracciglia. Non mi stupirei se tra pochissimi giorni trovassi un'agenzia immobiliare e un autosalone. Dopo aver svuotato, se ritieni necessario, il portafoglio, ti appresti a salire le benedette scale che ti condurranno a vedere il film desiderato da settimane. La multisala, astutamente, vuole farti visionare la pellicola con una nuova filosofia di rilassamento, in quanto tu, uomo gia stressato, alla fine ti poggerai sopra una vellutata e rossa poltrona, godendoti il tuo regista o la tua attrice preferita. Come se i tuoi pensieri e il corpo si distendessero in grande bagno turco. I mille orari interni ad una programmazione, dovrebbero facilitarti il tutto, ma non devi dimenticare di mettere in tasca la calcolatrice. Il tuo film potrebbe diventare il surrogato dell'happening pomeridiano.

In più, cari cinefili, bisogna sorbirsi tanta pubblicità come nelle tv, che sommate a tutti i prodotti fin qui elencati, ai sorrisi poco spontanei, rende il film uno spot da supermercato.

Per carità la multisala passa grandiosi film, ha le maggiori tecnologie sonore per catapultarti nell'immaginario. Aggiungo che tra ieri e giovedì ho visto The departed di Scorsese e La sconosciuta di Tornatore, due straordinarie pellicole (anche se devo dire che il film di Tornatore è perfetto fino alla sequenza finale, ovvero quando ci troviamo di fronte ad un lieto fine visto su migliaia di altri nastri..). Ma mi piacerebbe, essendo un sognatore, che le pellicole fossero accolte più timidamente, con rispetto verso la storia che questa meravigliosa arte ha. Il cinema non deve essere un' esclusiva trovata pubblicitaria, uno "spettacolo integrato", in mezzo a quello "diffuso" e quello "concentrato", per dirla alla Debord. Non deve terminare nella logica consumista e frivola della televisione. E' ovvio: al cinema non si va con il broncio e non si deve attendere cassieri, che oltre a fare il biglietto, ci spingano a calcioni dentro la sala. Però meno spot e più calore al film darebbe un tono fiabesco già perso da anni..

In un piccolo cinema d'essai tutto questo non avviene. Esiste una profonda ammirazione verso quegli autori che per più di un'ora ci narrano delle storie.

Le due sale dell'Azzurro Scipioni, hanno nomi che ti lasciano riflettere e ti portano dietro nel tempo, quando la pellicola in bianco e nero regalava suggestioni: Chaplin e Lumière. Se alzi gli occhi noterai tantissime riviste di cinema, teatro, arte, e tante poesie che allietano il pomeriggio da trascorrere in questa piccola isola incontaminata. E se tante volte non lo sapessi, scoprirai l'artista cretore di questo paradiso cinematografico, accorgendoti che è Silvano Agosti, un signore che nel panorama culturale e indipendente del nostro cinema ne sa qualcosa; come nel mondo dei romanzi. Silvano Agosti, ha lottato per il cinema italiano, ha fatto "cinema militante", mostrando a più riprese il suo dissenso verso la spettacolarizzazione a cui il mezzo cinematografico andava incontro. Ha coltivato e raccolto, vivendolo, un piccolo grande sogno all'interno di uno notturno: essere accompagnato da Chaplin in questa avventura. L'angelo Chaplin ha preso per mano Silvano, dandogli consigli affinchè il cinema rimenesse puro, partendo proprio dalle sue radici. Sogno e vitalità contraddistinguono la carriera di Agosti, ricca di esperienze che lo hanno fatto riflettere. Per esempio il non accettare la carriera di docente, quando vedi di fronte a te progetti e programmi che non hanno nulla a che vedere con il suo stile di vita. In effetti è vero: il cinema è esperienza che raccogli direttamente sul campo ed autori come Pasolini o Wenders ce lo insegnano. Il cinema non è elaborazione. Il cinema immortala l'istante vissuto in una piccola o grande esperienza.

Se osserviamo i lavori fatti da Silvano Agosti, soprattutto quelli negli anni della contestazione, noteremo ancor più affermativamente tutto ciò. Silvano Agosti non è un accademico, ma uno spirito autoriale e soprattutto libero.

Dietro l'esemplare I Pugni in tasca (1965), non c'è solamente il lavoro di Bellocchio, Rulli e Petraglia, ma anche la sua esperienza. In Matti da Slegare (1975), c'è un lavoro straordinario, di risalto verso un caso non indifferente (soprattutto in quegli anni): l'emerginazione per tutte quelle persone che la sanità, definisce facilmente, e oserei aggiungere, "pazzi". Silvano Agosti ha sviscerato con maestria questa affermazione che stava diventando un banale luogo comune.

L'Azzurro Scipioni passa su pellicola grandi autori, omaggia capoavori del cinema. La prima volta entrando in sala vidi Un condannato a morte é fuggito di Bresson. Era l'estate più calda degli ultimi anni e percorrendo la zona di San Pietro/P.zza Risorgimento, vedevo solamente tanti turisti e pellegrini che si distribuivano in fila indiana prima di entrare dentro qualsiasi negozio. Sinceramente non avevo voglia di accodarmi, ed iniziai ad incamminarmi per vicoli e stradine secondarie pur di arrivare al più presto nella desiderata sala. La raggiunsi e già respiravo un'aria accogliente.

Da quel giorno ho conosciuto ed ho avuto la grande gioia di vedere proiettati film di autori come Fellini, Bunuel, I.Bergman, Bresson, W. Allen, Truffaut, Resnais, Kurosawa, Godard e Scorsese. Ma non solo:oltre alla visione di grandissimi autori, vengono proiettati film come nella multisala: esempio I segrreti di Brokeback mountain di Ang Lee o Belle Toujours di M. De Oliveira. Ma l'aria repirata è completamente diversa. E' sottointeso che all'Azzurro non vedrete mai "le vacanze in giro per il mondo" o le rincorse verso la propria amata di Muccino, ma sinceramente sono contento...

Alessandro Dionisi




permalink | inviato da il 19/12/2006 alle 15:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


22 novembre 2006

il discusso Miami Vice... a noi non dispiace

 

Il film del mese

Miami Vice regia di Micheal Mann

 

Con Jamie Foxx, Colin Farrell, Gong Li

Proiettato in anteprima europea al 59° Festival internazionale del film di Locarno

di Riccardo Iannaccone

Costato la bellezza di 135 milioni di dollari ed ispirato alla serie  che ottenne un grande successo in tutto il mondo tra il 1984 e il 1994, il ritorno di Miami Vice firmato da Michael Mann (produttore di quella serie, e grande regista dell’era moderna) si permette oggi ciò che la televisione di allora non poteva proporre al proprio pubblico. Quindi nella vicenda di Sonny e Tubbs, i due poliziotti abilissimi a infiltrarsi in un grosso giro di droga, inserisce violenza ad alta intensità di decibel e una storia di passione che non concede più che tanto alla vista ma offre comunque un buon grado di calor bianco. Michael Mann è un genio/maestro accreditato del genere e con questo remake (anche se è sbagliato banalizzarlo così) è consapevole di prendersi un bel rischio. Colin Farrell (bello e inespressivo più di quanto basta) e Jamie Foxx rilevano Don Johnson e Philip Michael Thomas. Senza la volontà di dare origine a copie conformi (a partire dalla scarsa eleganza degli abiti) ma anche con il piacere di misurarsi in un lavoro di coppia che distingue i caratteri ed estremizza la spettacolarità (anche nei dialoghi!!!).

 

Ne esce un film fortemente marcato da Mann che però invece di rifare il serial (scelta peraltro condivisibile) rifà il proprio cinema. Donandoci quindi una pellicola di grande fattura, dai colori notturni e sfocati, un montaggio a tratti perfetto, alternato da scene dove Sceneggiatura e riprese si incrociano in un dominio di perfetto equilibrio e sfida alla ricerca di cosa o chi stupisca di più. Quindi ancora di più rispetto a “Collateral” (Il capolavoro) una città dai toni virati sul rosso della notte, ancora una volta magistrali sequenze (d’apertura e chiusura) con la scena girata in una discoteca in cui divertimento e violenza si sfiorano e sembrano non vedersi reciprocamente quasi fosse un omaggio ulteriore allo stesso “Collateral”.

 

Sparatorie in cui i colpi delle pistole esplodono come cannonate. Ed una variante esotico-meticcia della presenza di Gong Li che fa la differenza. L’attrice resa famosa (non sappiamo quanto negli States) dai film di Zhang Yimou (“Hero”) dona la sua bellezza matura alla causa fondendola alla sua immensa professionalità al servizio del personaggio di Isabella, donna del boss e business woman combattuta tra amore e gloria a vantaggio della prima.  

 

Forse è grazie a lei che il film si consente un finale aperto che lascia spazio (e noi speriamo? Non so)  a un possibile seguito sempre firmato dal grande maestro.

Convince Foxx, meno Farrell, straripa per sperimentazione registica e strutturale il grande Mann (ricordate “Heat”) che ancora una volta ci regala un piccolo gioiello pronto a spaccare in due critica e pubblica; mostrandoci un'altra storia discussa e non più mostrandoci una persa L.Angeles ma raccontandoci di una Miami non meno insolita. Nessuna spiaggia, nessun tramonto fra palme, niente oceano, tanto meno bikini. Piuttosto, una città cupa e desolata, una specie di terra di confine fra legalità e crimine organizzato. Una terra di mezzo dove in fondo tutti viviamo.

Oltre due ore e dieci minuti di puro Pop-art cinema, fra scene di guerriglia, cellulari satellitari e controspionaggio, in cui però si fa in tempo anche a ragionare sulle sottili implicazioni psicologiche che accompagnano la vita di chi lavora sotto copertura. Implicazioni che arrivano fino alla perdita della propria identità e del senso della propria missione. Il Sogno che insegue la realtà e diviene realtà stessa.

Dicevamo Potrebbe anche non esserci o esserci un seguito. Se così fosse la filmografia di Mann ci perderebbe molto... O forse no? A Voi l’interessante quesito. Fatemi sapere… sempre se il tutto sia di vostro gusto.

 

 

 




permalink | inviato da il 22/11/2006 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


22 novembre 2006

Questo Mese all'Astra Cinema

Questo mese all’Astra cinema


SCOOP
regia di Woody Allen



di Riccardo Iannaccone


Nuova Trasferta inglese e un nuovo successo per la sagoma da grande attore  (mago, ma della risata in questa sua nuova pellicola) di “Splendini” Woody Allen, questa volta corso in aiuto della “stupidina” ma intrepida Sondra,  nel tentativo di incastrare il killer dei tarocchi Peter Lyman (un H.Jackman mai così raggiante). La risata è assicurata; il capolavoro è dietro l’angolo.

 

Sondra (Scarlett Johansson) è una giornalista in erba che riceve dal fantasma di un famoso reporter, appena morto, alcune informazioni su un serial killer ancora in libertà. Sebbene grazie a circostanze ben poco credibili, Sondra ha in mano l’occasione della sua vita. E insieme al mago da avanspettacolo Sid Waterman inizia a seguire le tracce del presunto assassino, l’aristocratico e affascinante Peter Lyman.
Woody Allen, dopo Match Point , gira ancora una volta a Londra, e si mette in gioco in prima persona, interpretando la figura di un improbabile mago dai trucchi da strapazzo.
La sua presenza è sempre ben accolta dal pubblico perché garantisce una dose di battute (almeno tre indimenticabili) che danno colore e vita a un film semplice, a una commedia-thriller dai risvolti prevedibili, con il piacere di vedere gli attori immersi alla perfezione nei ruoli. La sua nuova musa Scarlett Johansson coccolata e “idolatrata” dallo stesso Allen a tal punto da farla apparire in quasi ogni sequenza del film. La sua è ancora una volta un’interpretazione corretta e impostata, nei dettagli e nell’insieme. Poi viene Hugh Jackman che, abituato a ruoli fantasy, lascia le atmosfere di “The Prestige” trovandosi comunque a suo agio nei panni del Lord inglese, con un sorriso accennato e smagliante che conquisterebbe ogni donna. E infine Woody stesso, in equilibrio fra magia e santità, che si mette in gioco e si diverte ancora a irridersi, a scherzare con la morte, a ironizzare su ebraismo: "Mi sono convertito al narcisismo", consapevole del fatto che Scoop è un giocattolino da cullare ed allontanare il più possibile dai fasti iperpessimistici di Match Point, e proprio per questo ha un finale tradizionale ma non per questo non esilarante e sorprendente (la morte che guida il cargo morti sul suo battello infernale è una chicca impedibile). Certo che, con le parole cinematografiche, bisogna ammettere che Woody “Splendini” Allen le magie le fa… veramente.

 

 

C'è più che garbo nell’ultimo lavoro del maestro:

Un ritorno alla commedia in un mix dirompente che intreccia toni hitchcockiani all’umorismo dei primi film, accavallando le sempreverdi citazioni alleniane - che passano in rassegna Bergman, Ibsen e Shakespeare - ai balletti sonori di Tchaikovsky e Strauss. Allen ormai dio di se stesso (sono nato di religione ebraica, poi mi sono dato al narcisismo).  

C’è leggerezza ironica, una testo di grande impatto e di una comicità unica ed intelligente; una capacità di prendersi in giro che pochi hanno a disposizione come il grande Allen. Grande anche quando ci si aspetti sia meno grande di prima. Errore!! (seppur non condivisa questa mia idea dai più) a mio giudizio Scoop eguaglia ed in certi sensi addirittura va oltre il bellissimo Match Point, e lo fa con intelligenza, osando nei punti giusti e facendo leva su le grandi interpretazioni attoriali (Allen e Mckinish su tutto il gruppo) oltre che su una struttura classica degna del miglior Allen.  Una visione meno pessimistica, dove nessuno è al riparo dai sospetti certo, ma l'importante è non prendere nulla troppo sul serio e riderci sopra, trattando il pubblico come fa Sidney, facendolo sentire sempre importante e al centro dell'attenzione “Lei è un vanto per la sua specie, e lo dico con il dovuto rispetto”. Così fanno i personaggi consumati del mondo dello spettacolo, e Woody Allen è un personaggio di questo mondo; un personaggio in grado di regalarci ancora nell’era moderna film di fattura immensa, da gustare ripetutamente tra una poltrona di casa ed un grande schermo a 1000 pollici.

 

Scoop merita di essere visto e rivisto, un prisma dai mille riflessi che conserva la rara capacità di far sorridere e divertire, riflettere e ragionare, il tutto alla ricerca di un assassino che, banalmente, si schiude in ognuno di noi, sempre alla ricerca o di un riparo o di una imago protettiva da santificare.   AVE ALLEN.

 

 




permalink | inviato da il 22/11/2006 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


22 novembre 2006

Lost in Versailles

“Maria Antonietta”

 

film che riscrive la storia in chiave femminista

 

Sofia Coppola, dopo il successo di Lost in Translation, ha deciso di girare una biografia su Maria Antonietta, la regina, moglie di Luigi XVI, che finì i propri giorni sulla ghigliottina durante la rivoluzione francese.

 

Un Kolossal dai colori pastello e dalla piacevolezza dark. L’intimità rivoluzionaria di una giovane donna anomala imprigionata in etichette insensate e finalmente liberata da un film che riscrive la storia in chiave femminista.

 

Il film di Sofia Coppola, “Maria Antonietta”, ha due ore a disposizione per raccontarci però non la storia, ma la biografia romanzata (di Antonia Fraser) di una donna diversa, il cui privato diventò politica. Regina, cattolica ma di frivolissima lucidità, austriaca ma francese, bellissima e dilapidatrice di sostanze di uno stato, nel lusso, nell’arte, nei concerti, insomma “frastornata” dalla responsabilità del suo status. Film in concorso a Cannes ieri (24 maggio) e da oggi sugli schermi francesi, non convince del tutto il pubblico, soprattutto quello francese  che lo ha accolto, oltre agli applausi, con una cospicua dose di fischi .

 

Kirsten Dust, graziosa e sottile, è una Maria Antonietta leggera e leggiadra, frivola e triste, ignorata dal re, disprezzata per la mancanza di eredi e per i suoi sprechi. Corre, sposa ragazzina vestita d’azzurro nella galleria reale piena di sole, la ripercorre anni dopo, nell’ombra della sera, lenta e vestita di nero per il lutto del delfino. Nel mezzo, il film è tutto un rutilare di abiti meravigliosi, di dame che ridono e fanno gossip, di tavoli da gioco, di bocche piene di dolci alla crema, di coppe di champagne, di feste da ballo una volta regina, di shopping esagerato.

 

Sofia Coppola si sente sorella di Maria Antoinette raccontandone benissimo l’oppressione insopportabile dei riti di corte, immutabili, mentre il Paese affamato sta per ribellarsi.

 

“So di essermi presa molte libertà, (afferma Sofia Coppola) ma non era la storia che mi interessava: per quella ci sono gli storici, c’è Antonia Fraser alla cui biografia mi sono ispirata. Io ho voluto raccontare l’umanità di una donna che non era né innocente né crudele, né stupida né intelligente, il cui destino l’ha portata nel posto sbagliato al momento sbagliato.”

 

A onore dell’autrice, a parte le troppe piume, neppure un minuetto, pochi ventagli, nessun vaso da notte; magnifiche riprese dei giardini di Versailles con l’interminabile scalinata su cui il vento solleva i lievi vestiti delle dame e soprattutto una colonna sonora travolgente: tecno, acid music e rock anni ‘80 e con Gluck, Vivaldi e Rameau, esprimono benissimo insieme la sontuosità regale dell’epoca e l’energia, la sfrenatezza, l’impazienza della giovinezza senza tempo.

 

In questo quadretto scandito da feste, abiti, scarpe, dolciumi, e velato da una malinconia volatile, la politica compare episodicamente, ma il film, formalmente splendido grazie anche ai costumi di Milena Canonero e al gran cast (Kirsten Dust, Janson Schwartzman, Judy Davis, Marianne Faithfull, Rip Torn, Asia Argento) non esce mai da quest’amabile circolo vizioso. Un po’ poco per una superproduzione girata dal vero grazie alla Francia. Maria Antonietta c’est moi, pare dire Sofia Coppola. E’ anche questo che non le perdoneranno.

 

“Maria Antonietta”: il film più atteso del mese… da vedere malgrado tutto.

 

 Francesca Luna

 

 

 

 




permalink | inviato da il 22/11/2006 alle 11:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


12 ottobre 2006

l'Astra riapre i battenti

Questo mese all’Astra Cinema

Click

Può sembrare il classico Film demenziale alla Sandler, ma non è così, lo script stupisce rendendo omaggio ai film di Capra, con un Sandler neo Stewart mai così convincente e drammatico.


Regia
di Frank Coraci con Adam Sandler, Kate Backinsale, Cristopher Walken Sceneggiatura Steve Koren Produzione Happy Madison Distribuzione Sony

 

Micheal (Sandler) è un architetto che sentendosi completamente sotto-stress per un capo scorretto e impossibile, postpone ad ogni situazione la famiglia al lavoro, esausto e senza un po’ di tregua, viene convinto dall’ambiguo “angelo” della sua salvezza Morty (commesso in uno sgabuzzino di un centro commerciale) a prendere come regalo un telecomando universale dotato di poteri magici (e questo Micheal lo scoprirà ben presto) in grado di manipolare l’universo stesso di chi lo detiene. Micheal quindi in una prima parte frizzante della pellicola (sono contro chi ritiene questa prima parte pecoreccia o priva di valore recitativo o cinematografico) piena di gag e risate, strumentalizza l’oggetto, andando veloce nel tempo, saltando discussioni inutili o cercando e ottenendo promozioni desiderate. Ma in fondo ne vale la pena? O la vita e meglio viverla fino in fondo? Non relegandosi ad ameba in più parti del mese sottoponendosi al trattato Guida- automatica presente nel menù del telecomando?

 

Da questo interrogativo prende spunto la seconda parte del film (il vero film, dopo che l’arringa rossa ci ha abbastanza portato fuori strada), che convince e non poco, regalandoci un Adam Sandler mai visto e assoluto showman di un film intenso, tenero e straripante di amore e messaggi sulla vita.

Un turbinio o escalation (come dir si voglia) di emozioni e verità magistralmente scritte ed interpretate (L’ex Fonzie su tutti, ruba la scena con il ruolo del padre sognatore); in un costante tentativo di capire dove si è sbagliato nella vita e nel tentativo di regalare un degno futuro almeno ai propri figli; Ammalia il tutto in un contesto comico/drammatico che l’emergente regista sa ben governare, anche grazie ai tempi recitativi di un cast ben delineato e amalgamato… Fa centro la produzione con un prodotto di così ottima fattura e universalità; e non saranno certo quattro sciocchi critici (che a mio giudizio neanche hanno visto il film fino alla sua fine) a farmi ricredere del fatto che quello che ho visto sia davvero un bel film, di quelli che se ne vedono davvero pochi nell’arco di un intero anno…

 

Micheal finirà così per rovinarsi con le sue stesse mani e con il suo amato telecomando; saltando anni e anni di vita; perdendo il padre e la sua amabile donna (in due modi differenti), ma mai la fiducia di chi crede e sempre crederà in lui…

E’ troppo tardi per riparare ai propri errori? o forse no?

Non credo più di tanto che conti la risposta a queste domande o come il film finirà; forse ciò che davvero conta è cosa il film ci insegni nascosto nelle tane del suo concepì iniziale: E cioè di non trascurare la propria vita a favore della società che gravita intorno a noi, o di non voler correre troppo il tempo e gustare ogni attimo che scorre dinanzi a noi, e in particolar modo di capire che chi ti ama ha la priorità su tutto… anche sul successo.

Insegnamenti, risate e drammaticità alla maniera di Capra, due ore di puro spettacolo dove il cinema si cala supremo donando allo spettatore quello che dal trailer (dannati non rendono merito ai/al film) mai si sarebbe aspettato.

Il film del mese senza alcun dubbio! E forse per quanto profondo impossibile da rendere a parole. Saranno le vostre lacrime nella visione a condurvi verso la vostra giusta via/scelta… Ora scusatemi avrei altre cose da dirvi in proposito o sulla pellicola ma ho tanta voglia di andare dai miei genitori e dalla mia Giulia a dirgli loro quanto li Amo.

La vita è guidata dal vostro telecomando, prima di prendere una scelta definitiva ponderate bene se questa sia la migliore che sia a vostra disposizione.

 

Di Riccardo Iannaccone




permalink | inviato da il 12/10/2006 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia     marzo       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Archivio rivista "Movimento"
Licenza Poetica
"La Recensione"
La Lente
Musica & Cinema
Parlamentiamoci
Le Classifiche del mese
Cacofonia
Il Ring Redazionale
Murales
Critichiamo i Critici
Religioniamo
Leggende
Da Zero a Dieci
Editoriale
Le Voci della Notte
Pazienza! siam giovani...
A ruota libera
contatti e redazione
Best Seller
Solo Musica
Il Pensatoio
Cronache della Cronaca
...parola a "I Corvi"
Il Film del Mese
Cu(l)t Movie

VAI A VEDERE

magiaeforza
guerrestellari
UniTv
best Movie
Allposters
google
Cinema
IMDb
Corvi
Amref
beppeGrillo
Rowling e la magia di Potter
la ciurma di Rufy... One Piece
Processo a Piton
Coming Soon
Rai Cinema
il sito di Jody
D.A.M.S Roma
Sergio Bonelli
book crossing
whenangelsdie
ragazzainterrotta
Bova Francesco-scrittore
Aislinn - Cinema top50 blogs


CERCA