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La Lente


19 dicembre 2006

Il ritorno della lente

L’Arte secondo Nerina

 

 

Martedì 14 novembre, presso i Vecchi Magazzini della Stazione di Porta Genova a Milano, la Fondazione Nicola Trussardi inaugura la personale di Paola Pivi, “My Religion is Kindness. Thank You, See You in The Future”.

Per quanto mi riguarda la mostra e la sua inaugurazione si possono ben descrivere con pochi sostantivi:

Rigidità

Freddo

Puzza

Casino

Ad uno ad uno vorrei spiegare meglio questi termini.

Allora, per prima cosa

RIGIDITA’

Nel cortile antistante i vecchi magazzini, stazionava al mio arrivo la variegata umanità che di solito transita nelle inaugurazioni degli eventi artistici. La cosa sorprendente era la morigeratezza che queste persone mostravano nei loro comportamenti sociali. Allora, partendo dal presupposto che non sarebbe stato carino neanche trovare personaggi da circo, mi ha impressionato il fatto che tutti cercassero di mostrare il loro profilo migliore alla luce dei pochi lampioni; che tutti si lanciassero fra di loro sguardi e cenni di riconoscimento ma senza nessun apparente calore negli occhi.

Arrivati all’ingresso un simpatico “Buttafuori” regolava l’ingresso all’esposizione, solo poche persone per volta e il motivo mi sarebbe stato chiarito più avanti.

Infatti entrata nella mostra, mi sono resa conto che era stato creato un vero e proprio “percorso espositivo” nella migliore tradizione delle “Grosse Mostre sugli Impressionisti”, infatti ho tentato - presa dal rimorso di non aver ben guardato la prima opera - di tornare indietro. Immediatamente sono stata fermata da una “gentile” signorina che si è peritata di informarmi che “di solito le visite alle mostre seguono un percorso, non torni indietro se no si crea confusione fra i vari gruppi”…no, credo di essermi sbagliata non è seguire la migliore tradizione “Grosse Mostre sugli Impressionisti” qui si aveva una vera e propria sublimazione della mentalità museale. Altro che trovarsi all’interno di un evento di arte contemporanea, non avevo capito il concetto che era: ti devi mettere in fila come se ti trovassi all’imbarco della seggiovia.

FREDDO

Non solo la temperatura (parlo di quella climatica) era davvero bassa sia fuori che dentro l’esposizione, ma anche la temperatura umana eccedeva in difetto. Credo che comunque il FREDDO possa essere direttamente collegato alla RIGIDITA’ di cui parlavo prima.

PUZZA

La prima opera che si incontrava superato lo scoglio del buttafuori all’ingresso era una enorme installazione di animali bianchi. Ce n’era per tutti i gusti da una civetta ai cani passando per cavalli e pecore per arrivare ai lama. Siccome io non sono molto alta e la gente era davvero tanta, non mi sono resa subito conto del contenuto delle prime due stanze e da brava provinciale ho detto (tra l’altro parlando da sola): <<Mamma che puzza! Ma che cavolo, non hanno neanche pulito!>> Sacrilegio…era sacra cacca dell’opera d’arte vivente. Infatti nella prima e nella seconda sala basculavano innumerevoli animali col pelo completamente bianco tra cui svettava un aereo da guerra Fiat G91capovolto. Io che non ho capito il collegamento tra le due cose ricorrendo alla Brochure Informativa ho letto che (cito testualmente): “Un minaccioso aereo da guerra Fiat G91 finisce rivoltato a pancia in su per mettere in scena uno spettacolo apocalittico o forse soltanto per innescare una giocosa sovversione. Tutt’attorno la mostra brulica di vita: una moltitudine (esagerati!) di animali domestici ed esotici, tutti rigorosamente bianchi, vivono negli spazi (non tutti, in effetti) dell’esposizione che sembra trasformarsi così in un sogno allucinato o in una bizzarra festa campestre, astratta e monocroma”.

Mah?!

CASINO (CONFUSIONE)

Nell’ultima sala era esposta l’opera “Guitar Guitar”. Giuro, io non ho mai visto così tanti oggetti smaccatamente nuovissimi, tutti nello stesso posto! Sono passata in un corridoio strettissimo a cui facevano ala una quantità sterminata di oggetti di uso quotidiano e non, tutti in duplice copia…un tripudio di colori una vera e propria accozzaglia senza senso. E considerato che “l’oggetto trovato” il “Ready Made” era una specialità dada, la cui dignità era almeno garantita dall’uso avuto da quell’oggetto, mi chiedo perché riutilizzare una meccanica già sfruttata (non voglio proprio definire il Ready Made una tecnica) oltretutto comprando tutto nuovo.

Mah?!

Va bè, qui terminava la mostra l’uscita dava sui bagni chimici.

Sono tornata nel piazzale antistante all’edificio e mi sono detta: <<passo dal via e non ritiro neanche i venti euro! Qui qualcosa non ha funzionato>>

 

 

Nerina Ciaccia

 

 

Notizie brevi di biografia artistica (sempre dalla brochure della mostra)

Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999, Paola Pivi è nata a Milano nel 1971.

L’artista italiana espone da molti anni nel circuito dei musei e degli spazi espositivi più importanti del mondo tra cui il Palais de Tokyo a Parigi, il Castello di Rivoli di Torino e il MACRO di Roma.

Paola Pivi ha partecipato a numerose collettive e a esposizioni internazionali in spazi prestigiosi come il Museo d’Arte Contemporanea di Chicago, il P.S.1 di New York, la Hayward Gallery di Londra, il Museo d’Arte Moderna di Dublino oltre ad aver preso parte a due edizioni della Biennale di Venezia e a Manifesta5 a San Sebastian in Spagna. Paola Pivi sta inoltre preparando una grande mostra personale per la prestigiosa Kunsthalle di Basilea che inaugurerà nel gennaio 2007.

 

 

PER IMMAGINI E AFFINI:

www.fondazionenicolatrussardi.it

www.fondazionenicolatrussardi.com/movie_it.html




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27 settembre 2006

La Lente su Lynch

Leone D’oro alla carriera a David Lynch ed il suo ultimo surreale lavoroINLAND EMPIRE

Di Riccardo Iannaccone

FINALMENTE è stato David Lynch a Venezia con il fuori concorso “INLAND EMPIRE” (imperdibile) a ricevere quest’anno il prestigioso leone d’oro alla carriera, consegnato nel Grande palazzo del cinema di Venezia, durante la proiezione del suo ultimo lavoro.

Solo Lynch poteva… sì Lynch uno dei pochissimi registi che negli ultimi decenni ha influenzato più di chiunque altri registi contemporanei di assoluto valore come Spike Lee, Spike Jonze Jim Jarmusch o avanguardie di ogni genere;  il tutto seguendo un proprio scavato percorso che lo ha portato a creare film come “Eraserhead” (il film preferito da Kubrick nella storia del cinema) “Elephant man” o l’ultimo “Mullholland Drive” (vincitore a Cannes).

Considerato dai più come capostipite del cinema indipendente americano Lynch ha aperto visioni e strade fino ad allora precluse ai più.

Il suo cinema inquietante e visionario ha conquistato fan e critica in ogni parte del mondo, tramutandolo in una leggenda filmica, per contenuti e stile; quello stile che lo differenzia da Hollywood e lo rende così speciale e ricercato.

La visionarietà del cinema di Lynch, e l’originalità delle sue idee (fatto strano nei giorni nostri) sono centro e asse portante di ogni patito e amante del cinema in ogni suo genere.

La sua è poesia onirica in tutto ciò che non ci è dato vedere, la sua è bellezza misteriosa,  a tratti horror puro, che si stampa nei nostri occhi come marchio di fabbrica, in un regista che non dirige, No… dà Vita, a un mondo tutto suo (spesso premiato – nei festival più prestigiosi), un mondo per noi magico e ahimè, in parecchi casi: INCOMPRENSIBILE.

Amplifica fatti comuni, li rende non comuni, attacca le norme del giusto e le fa crollare impunemente e senza problemi, istillandoci dubbi e paure sognanti ci trascina e ci porta nel sua immobilità e nella sua oscurità; rendendoci schiavi del mezzo, e con essi sempre più desiderosi in ciò che gli riesce meglio: dare vita al miglior cinema che è disponibile su piazza. Certo ci vogliono anni e anni… ma alla fine per il biglietto ne è valsa davvero la pena.

 

Un maestro di cinema, un maestro di Vita: David Lynch

 




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5 giugno 2006

Una Lettera...

Lettera*

Allora, prima di tutto grazie per avermi ricontattato. Come già ho scritto nei commenti del vostro blog, non mi aspettavo che mi riscriveste. Questo pur avendo letto la vostra intenzione di creare uno spazio aperto e disponibile ad accogliere voci plurime. Sappiamo purtroppo tutti come vanno queste cose, siamo animati da buone intenzioni, ma alla fine tendiamo sempre a creare delle lobby "culturali". Potrei portare mille e cinquecento casi a conferma di quello che ho scritto. E' proprio di questo che mi piacerebbe parlare, se voi effettivamente mi darete un piccolo spazio per farlo.

Bene, fatta la dovuta premessa bacchettona:DDDD, credo sia doveroso da parte mia spiegavi un po' chi sono e cosa faccio. Mi chiamo Nerina Ciaccia, da due anni mi occupo di arte contemporanea (prima l'ho studiata). Ho curato varie mostre in Italia e all'estero (in Albania) ho lavorato all'ultima Biennale di Tirana occupandomi del catalogo. Vivo a R. e ho 24 anni.

Sapete, nel momento in cui qualcosa ti piace, ma ti pace in maniera viscerale, trovi difficile arrivare a comprendere non solo a livello razionale che c'è qualcuno che può non condividere, almeno in parte, questa tua passione. Faccio questo discorso, perché credo che al giorno d'oggi (ma il discorso potrebbe essere applicato retroattivamente agli ultimi 40 anni) in cui siamo dominati dalla religione dell' "IMMAGINE", la Grand Mére della Tv e dei giornali, alias l'ARTE, possa essere così tanto ostracizzata da quella che è la cultura di massa. Non dobbiamo farci ingannare dal fatto che si parli tanto di arte, di spazi dati all'arte, di iniziative dedicate all'arte. Sono tutte cazzate! Ci sono file all'entrata di mostre solo se queste sono dedicate ad artisti arcifamosi, e parlo ovviamente di esponenti di avanguardie storiche. I curatori e i direttori di musei ci continuano a propinare la solfa che Van Gogh o Warhol sono arte contemporanea. Non è vero. Discutendone a livello sociologico, credo che anche all'ultimo fesso su questa terra non verrebbe in mente di paragonare la propria esperienza di vita quotidiana con quella di un coetaneo degli anni '60. Allora perché bisogna continuare a sottostare al fatto che gli "addetti ai lavori" ci indottrinano con cazzate come quelle su "Warhol contemporaneo"? L'ultima mostra che ho visto, è quella sulla collezione Pinault a Palazzo Grassi a Venezia. Titolo della mostra "Where are we going?". L'opera più recente era quella di Takashi Murakami sull'alieno Inouchi. Inizio 2000. Pauroso. Ovviamente sempre secondo me.

La domanda che mi sono posta uscendo dalla mostra è questa: e gli ultimi sei anni dove sono andati a finire?

La risposte possibili sono queste:

     1)       I vettori che guidano la produzione artistica recente non sono ancora ben delineati, quindi sarebbe un errore di giudizio non solo rifletterci su, ma anche solo parlarne.

      2)       Io, collezionista, fin quando un parruccone di critico non mi dirà che tizio non ha solo velleità artistiche, ma è un artista, non mi arrischierò a comprare lavori o a produrre opere che poi mi resteranno sul gozzo.

Secondo me, dovendo fare un bilanciamento per percentuale su queste due possibilità direi che la seconda domanda è quella che maggiormente balena nella testa non solo di chi compra arte, ma anche di chi la rende fruibile.

Ovviamente questo quadro nero, è rischiarato da brevi attimi di luce emanati da quei pochi curatori e critici militati che si occupano dell'arte giovane. Purtroppo anche qui è doveroso fare un legittimo distinguo. Tra i veri illuminati, cioè quei critici e curatori che accanto a nomi già entrati nel gotha dell'arte affiancano giovani promesse e quegli sfortunati curatori che purtroppo possono permettersi (per mancanza di contatti e per insufficienza o assenza di finanziamenti) di portare avanti esclusivamente artisti giovani e senza fama.

A livello teorico le soluzioni a questo stato di cose, non solo sarebbero molte, ma anche semplicissime da applicare se solo ci fosse volontà anche minima da parte di chi produce arte (a tutti i livelli). Io non voglio auto eleggermi censore dei costumi correnti, ma solo continuare a portare avanti un discorso che ho aperto due anni fa e che fra alti e bassi, mi ha portato molte soddisfazioni a livello sia professionale che personale.

Ovviamente vi sono grata della possibilità che mi avete offerta. Spero che il discorso che vorrei condurre risulti chiaro da quello che vi ho scritto fin ora.  

Nerina

c.nerina@gmail.com

* Il Gruppo di Movimento accoglie a braccia aperte la nuova Collaboratrice che si occuperà, appunto, di Arte Contemporanea. 

 




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3 aprile 2006

Chagall, Amore e tenerezza

MARC CHAGALL:

il soprannaturale e il sogno

 

Carissimi lettori, purtroppo questo è l’ultimo articolo che farò… ahimè quest’anno mi trovo di fronte ad una situazione drammatica ed impegnativa che mi vieta di essere costante nello scrivere in questa rivista di successo, sapete di che sto parlando…

(rullo di tamburi…) gli ESAMI di MATURITA’L! Ma voglio chiudere in bellezza parlandovi di un pittore fantastico e che ha rivoluzionato lo stile del primo Novecento: il grande Marc Chagall.

Si narra che Apollinaire, poeta francese e portavoce dell’avanguardia pittorica, recatosi a trovare il pittore nel suo studio abbia esclamato, dopo aver osservato le sue opere, “Soprannaturale!”; da questo termine nacque il Surrealismo che fu un periodo pittorico segnato dall’imprimere su tela ciò che è dettato dall’inconscio, dalle inquietudini e dalle angosce dell’uomo. Chagall però, nonostante fosse stato invitato a prendere parte a questo movimento, si sentiva al di fuori di quella atmosfera tanto lugubre e malinconica e  l’unica cosa che desiderava era dipingere la bellezza del sogno (del sognare) e della sua purezza. Nel sogno infatti riuscì ugualmente ha raggiungere il soprannaturale, il magico e  il miracoloso.

L’artista mantenne sempre vivo il misticismo e anche la nostalgia profonda del suo popolo esule ed emarginato: gli ebrei.

Chagall fu un artista che cercò sempre di migliorarsi e perciò osservava e studiava costantemente i “fauves” e i cubisti. Dai primi apprese il significato espressivo del colore, mentre dai secondi imparò la scomposizione e ricomposizione della realtà secondo un ordine che rispose perfettamente alle sue esigenze personali,cioè dipingere un sogno.

Nel 1914 sposò Bella, la donna amata per anni e che gli restò affianco fino a quando morì, lasciandolo in uno stato di profondo dolore e insicurezza.

Quest’artista era prima di ogni altra cosa un uomo innamorato, amante della vita, della fantasia e della sua splendida moglie, ma quando quest’ultima venne a mancare, una parte di Chagall morì con lei. Il pittore bielorusso cominciò a dipingere delle situazioni simboliche, nostalgiche, silenziose; infatti  il quadro più romantico e commuovente di Marc Chagall è: “La passeggiata.

 

In questo quadro sono raffigurati un uomo e una donna mano nella mano che stanno facendo un pic-nic; ma uno è a terra, in piedi, e l’altra è sospesa a mezz’aria, sembra quasi che voli. Sotto di lei un paesino piccolo, dalle forme cubiche, spigolose, scure dove l’unica fonte di luce è data da una sorta di abbazia, o forse una sinagoga (anche se in questi edifici non ci sono campanili).

Questo dipinto potrebbe esprimere o l’allontanamento tra il pittore e sua moglie o forse la morte di lei, che è elevata per raggiungere un’altra dimensione spirituale. Ma in mezzo a questo paese e a questo cielo limpido e senza sole, la cosa che ai miei occhi risalta di più è il sorriso dell’uomo, di Marc. Perché sta sorridendo? Quella in cui si trova è una situazione spiacevole, i due si stanno lasciando andare. Forse sorride perché è sicuro che non la lascerà volare via, la ama troppo, o forse è ottimista e sa che tutto si risolverà. Ma questo sorriso, per me più enigmatico di quello della Gioconda, trasmette un duplice significato: tranquillità o finta sicurezza?

Se voleste esprimere il vostro parere in proposito ne sarei felice.

Per concludere vorrei dire che Marc Chagall fu una persona magnifica,che seppe conciliare la realtà drammatica alla fantasia romantica e senza tempo. Fu un uomo vero, fiero delle sue origini e innamorato delle vita, della pittura e di Bella, che anche dopo la morte sarà la sua musa, costante e viva nella mente, e che lo accompagnerà, fino alla sua morte, a dipingere altre opere di straordinaria originalità e bellezza.

Un grazie particolare a : Giulio Della Rocca (sei un grande!), Riccardo Iannaccone (ti amo troppo) e a tutti i lettori di MOVIMENTO che continuano a crescere e spingermi a sperare in un futuro in cui la cultura avrà un spazio e un’attrattiva maggiore per tutti.

Arrivederci a settembre, un bacio…

 

                                                                                          Giulia Marcantoni

 




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6 marzo 2006

Pennellate di Blu

            FOLLIA E GENIO:

     VINCENT VAN GOGH

                                                                                          
In questo articolo voglio riprendere il ciclo dei “pittori dannati” e, parlando del periodo postimpressionista, il più celebre e rappresentativo esponente è Vincent Van Gogh, pittore olandese ricordato (dai “più”!), per la drastica e truculenta decisione di mozzarsi parte dell’orecchio in un momento di pazzia, che per le sue splendide opere o il tratto particolare che lo caratterizzò all’interno dell’universo artistico della metà dell’Ottocento.

Decisamente variegata fu la sua vita lavorativa infatti passò dal mestiere di commerciante d’arte, a  predicare libero per le strade di  Borinage, luogo dove scoprì le miserabili condizioni igieniche (oltre che salariali!) dei minatori, tanto da voler condividere dolore e fatica con  loro e vivere una vita di stenti e vagabondaggio.

Dopo un po’ di tempo, tornato in famiglia, si dedicò principalmente alla pittura. I suoi quadri riprendono lo stile realista e naturalistico, ma l’autore trasformò l’immagine secondo i propri sentimenti senza preoccuparsi di trasfigurare la realtà.

Nel corso del tempo modificò lo stile cromatico, per lui importante mezzo espressivo, donando alle opere colori sempre più realistici e vivi (come il giallo intenso,presente, in abbondanza, in quasi tutti i suoi quadri), regalando alle sue opere un significato umano, invece che oggettivo.

Ciò che caratterizza Van Gogh è anche la luce che, in alcuni quadri luminosa e in altri cupa, ha dato modo a molti dottori di interessarsi allo studio, in chiave psicanalitica, delle opere di Van Gogh.

Il tratto particolare,prima citato, è l’accostamento di linguette di colore disposte in ordine coerente che danno all’opera un senso di movimento e irrequietezza. In questo Van Gogh fu geniale, infatti al “puntinismo” sostituirà il “divisionismo” delle sue pennellate.

Per non sentire giudizi o analisi psichiatriche,il pittore si catapultava, per mezzo della fantasia, in nuovi ambienti come l’Oriente, ma l’unica meta che gli fu dato conoscere  fu Arles. In questa località viveva una vita morigerata, infatti non superava mai la soglia della porta di camera sua, e questo si può riscontrare guardando i quadri che dipinse in quel periodo. Per esempio “La camera da letto” (1888) oppure lo splendido e solare paesaggio visto unicamente dalla finestra“La piana della Crau” (1888).

Molte erano le opere interessanti da mostrarvi ma quella più famosa, oltre al suo Autoritratto o ai Girasoli, è Notte stellata - sopra mostrato- (1889).

 

Pollock diceva: “L’arte non ha spiegazione,ognuno la vede per come ti incanta…”, ogni quadro ha infinite spiegazioni e questa volta voglio regalarvi la mia, partorita dalla fantasia e dalle sensazioni guardando l’opera…

Per prima cosa ho notato un elemento mobile e fuggevole proprio al centro di questo quadro statico e misterioso, ovvero il “vento”; questo vortice che attraversa le stelle, simili a piccole lune, e viaggia sopra la cittadina tra le montagne,dove si erge maestoso e protratto verso il cielo, il campanile bianco. Inoltre l’albero, in prospettiva più vicino a noi, probabilmente di fronte a Van Gogh mentre si apprestava a dipingere la vallata, mi sembra un cipresso, “albero della morte”, che si trova più comunemente nei cimiteri; forse questo è il simbolo più probabile da trovare all’interno dell’opera di un uomo che sceglierà proprio la morte come via di salvezza, sparandosi un colpo di rivoltella al cuore in mezzo ad un campo di grano.

Vincent Van Gogh fu un uomo solo e incompreso, folle e disperato ma nessuno si propose volontariamente di ascoltarlo o aiutarlo, a parte i medici pagati dal fratello.

Io penso che sia  prima che dopo l’aggravamento delle sue condizioni mentali , questo grande pittore fu prima di tutto un uomo semplice ed altruista… Un sognatore.

 

 

Dedico questo articolo al mio amore Riccardo e alla mia famiglia,

GRAZIE.

 

                                                                              

                                                                            Giulia Marcantoni

 

N.B Dopo 50 anni torna a Roma l’artista anarchico e socialista,il bohemien,l’artista maledetto:Modigliani. Avete tempo dal 24 febbraio al 18 giugno per vedere più di 40 oli su tela e 60 acquarelli e disegni di questo grande artista di fine ’800.

 




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1 febbraio 2006

Renoir...

PIERRE-AUGUST RENOIR:

L’ « AMANTE » DELLA VITA

 

Senz’altro avrete sentito parlare di questo artista e senz’altro nei libri di scuola ci sono molte immagini delle sue opere più importanti, ma per chi non ne avesse colto a pieno lo “spirito”, io posso correre ai ripari…

Questa volta non ho scelto un pittore “dannato” ma un uomo semplice, amante della vita, puro… Era una persona assai caparbia e forte di spirito tanto da continuare a dipingere non curandosi dell’artrosi, malattia che blocca il movimento delle dita o di qualunque altra parte del corpo colpisca. Molti avrebbero rinunciato a dipingere in quello stato, ma lui non si lasciò abbattere e, facendosi legare ai polsi i pennelli, continuò a dipingere per il gusto di farlo, per la gioia che gli scaturiva una tela con i suoi colori – tutto questo è un chiaro sintomo di chi va avanti senza lasciarsi andare. Pare che disse “Tutto ciò che esiste vive… tutto ciò che vive è bello… tutto ciò che è bello merita di essere dipinto!” (chi potrebbe contraddirlo!).Questo autore è pienamente e totalmente Impressionista, proprio come Manet, ma il suo stile si differenziava nelle piccole cose, quelle più semplici: ovvero la pennellata leggera con i riflessi vibranti, vivi, che trasmettono a chi guarda energia, movimento… inoltre introdusse toni più chiari e luminosi e questo fece sì, ancora di più, che le sue opere fossero piccoli gioielli da guardare senza mai smettere, senza mai sentire il peso del tempo che scorre inesorabile; guardare i suoi quadri ti catapulta in un’altra dimensione dove l’orologio non esiste e dove tutti si fermano alla gioventù. Basta guardare un suo celebre quadro “Bal au Moulin de la Galette”.

Infatti sceglie il suo personale soggetto nella vita comune, giovane e festaiola… Egli ama il movimento e sarà in grado di dimostrarlo ai suoi “ammiratori” attraverso i suoi raggianti quadri… egli ama il ballo, anche se non potè ballare, infatti non fu in grado di camminare a causa della malattia, ma non cessò mai di osservare i danzatori nelle “balere”; ma egli sopra ogni cosa ama la VITA, e nel suo caso tragico, tutto ciò è AMMIRAVOLE…

Era uno dei pochi pittori che amava veramente quello che faceva; e non lo faceva per fama, soldi o ammiratori, ma solo perché si divertiva a dipingere, e in una delle sue poche affermazioni giunte a noi dice “A me piacciono le pitture che mi fanno desiderare di passeggiarvi dentro se rappresentano paesaggi, di carezzarle se rappresentano le donne …”, questa è la sua concezione artistica.

Negli ultimi anni della sua vita studiò e si confrontò con altri pittori, del calibro di Raffaello e Ingres, ed arrivò, con questa esperienza, a modificare lievemente il suo modo di operare; infatti donò alle sue opere un po’ più di colore intenso al fine di rimanere ancora più vivo ed impresso nella memoria di chi guardava (e guarda) ammirato i suoi quadri, ed io sono tra quelli… Adoro chi è pronto a rischiare per continuare a fare ciò che ama e stimo molto chi ha, inoltre, una grande forza di volontà, cosa che a me manca.

Ma basta parlare di me…

Per concludere sullla vita di questo vero artista posso dire un ultima curiosità: Renoir amava così tanto “fare arte” che dipinse anche l’ultimo giorno della sua vita, sul suo letto mentre aspettava di passare dal sonno alla morte, che avvenne il 1919 a Nizza.

 

IMPORTANTE: al “CHIOSTRO DEL BRAMANTE” c’è una mostra su Zandomenighi,molto interessante! Dall’11 novembre 2005 fino al 5 marzo 2006!

Quindi mi raccomando: fate sì che la pittura possa raggiungere il successo e l’espansione di una qualsiasi altra forma d’arte più massificata...

 

Giulia Marcantoni




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16 dicembre 2005


 

         La  vita del MAESTRO Michelangelo Merisi

                                detto “Il Caravaggio”

 

 

In questo mio secondo articolo voglio parlarvi del più grande pittore italiano del ‘600 (e per me di tutti i tempi) il Caravaggio… Di lui si hanno molte note biografiche ma estremamente confuse, infatti non si sa neppure, con precisione, dove e quando nacque, ma stime approssimative ci riportano sicuramente in Lombardia (Bergamo o Milano) tra il 1571 ed il 1573… Vissuto, appunto, a cavallo dei due secoli questo artista affrontò il problema esistenziale dell’uomo, il suo dramma nella ricerca della verità, quella verità che anche noi cerchiamo spesso e che a volte si trova proprio nelle cose semplici. La verità di Merisi sta proprio nelle cose stesse: la rappresentazione della realtà è il fine che si pone Caravaggio, ma la sua trasfigurazione su tela è scambiata dalla società per brutale volgarità… ma il pittore non voleva dare giudizi sulla realtà ma semplicemente presentarne il significato dipingendo oggetti e uomini ed illuminandoli con la luce servendosene, come un faro scenico, lasciando tutto il resto nell’ombra…

La “natura morta” non era mai stata trattata come un’opera d’arte, in quanto rappresentava banali cesti di frutta o altri alimenti su un piano, ma da quando Caravaggio dipinse la Canestra di frutta, tutto cambiò e da umile oggetto naturale e immobile la canestra, incredibilmente, grazie alla grandiosità nel modo di riprodurre un oggetto, divenne viva ed il limone, la pesca e l’uva divennero protagonisti reali nella scena.

Dare un parere soggettivo ad un opera (a mia scelta) del grandioso Michelangelo Merisi, è estremamente difficile e penso di non essere all’altezza di giudicare l’operato di un artista tanto capace e estremamente profondo, ma devo farlo e tra le innumerevoli opere d’arte (nel vero senso della parola!) ho scelto l’ultima dipinta… ovvero “La morte della Vergine”.

 

 

 

Anche di questo pittore ho voluto scegliere l’opera più criticata, in quanto penso che il volgo sia gretto e superficiale, ed invece di giudicare scandalose delle tele straordinarie e ben fatte, come quelle del vecchio Monet o quelle del grande Caravaggio, avrebbe potuto coglierne l’essenza e guardare i personaggi del quadro, uomini e donne che negli occhi mostrano la loro storia, proprio come il celebre detto “Gli occhi sono lo specchio dell’anima”, e proprio da questi specchi vengono storie diverse ma legate tra loro, storie di gente umile, cresciuta in strada nella sofferenza e nella miseria, quella stessa gente che era abituato a frequentare il giovane Caravaggio quando si aggirava tra le bettole e i bordelli; infatti la sua vita può essere definita veramente “spericolata” e violenta, ma di questo ci occuperemo dopo il “commento” all’opera.

In questo quadro la Vergine Maria è rappresentata come una donna qualsiasi, ”gonfia” come se fosse incinta (scandalo!), vestita con una tunica (troppo corta!) e dai colori sgargianti (rosso fuoco, proprio come le fiamme dell’inferno!) e intorno al suo corpo sgraziato, ci sono i peccatori e gli emarginati e non più i poveri “buoni” , sottomessi e innocui, tanto cari alle classi dominanti. Ma forse lo scandalo più grande fu proprio la novità in campo artistico che introdusse Caravaggio: l’illuminazione (a occhio di bue), l’indefinizione spaziale, i toni bruni delle stoffe, la teatralità della presentazione con il tendaggio sollevato come in un teatro…

 

Tornando alla tormentata vita privata del pittore c’è da dire che fu un uomo molto sanguigno, infatti, dopo essere stato ferito da un rivale durante una “partita a palla”, uccise a sua volta Tomassoni, giocatore della squadra opposta. Un paio di giorni dopo fugge a Roma, passando di città in città al fine di trovare un posto sicuro dove non essere scoperto, e così andò a Napoli, a Malta (dove fu imprigionato non si sa se per l’omicidio o per altre cause), a Siracusa, a Messina, a Palermo e nell’attesa di ricevere la grazia (aiutato anche dagli amici rimasti nelle Capitale) si imbarcò per andare a Porto Ercole e lì fu arrestato per errore e rilasciato poco dopo, ma colto da malaria morì in una spiaggia assolata nel 1610, proprio mentre a Roma gli veniva concessa la tanto sospirata grazia.

Dal punto di vista umano Caravaggio fu un uomo privo di valori e tristemente segnato nell’anima dalla solitudine e dalla irrequietezza tipica di chi vuole farsi giustizia da solo, ma spesso fare ciò porta a delle conseguenza disastrose, come perdere la vita; però dal punto di vista del GENIO ARTISTICO fu senz’altro sottovalutato da molti, non ebbe allievi diretti forse per la sua personalità spiccata che nessuno riuscì a  seguire da vicino, tuttavia però senza di lui sarebbero incomprensibili le opere di artisti come Rubens, Velàzquez e Vermeer, che  a lui fecero riferimento.

Fu un grande artista e di fronte ai suoi quadri,o per meglio dire ai “pezzi della sua anima”, mi commuovo e vedo nei visi e negli atteggiamenti dei suoi “attori” tante storie e tante sofferenze. Penso che sia stato una persona infelice e non possiamo giudicarlo male e affrettatamente… a volte l’istinto fa fare cose terribili, con questo però non voglio difendere un assassino ma semplicemente non giudicare totalmente male un uomo…

 

        Giulia Marcantoni




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28 novembre 2005


Edouard Manet di Giulia Marcantoni

 

Parigi 1874.Uno sparuto gruppo di giovani pittori, dopo essere stati scartati dal celebre Salon (esposizione pittorica che consacrava  la fama degli artisti) perché giudicati troppo originali, decisero di organizzare una “Società anonima” al fine di poter tentare di raggiungere la celebrità senza l’aiuto delle sovvenzioni del governo ma ricorrendo all’autofinanziamento, esperienza più difficile ma di sicura soddisfazione.

Questi artisti erano stati scartati dalla giuria e dall’opinione pubblica solo per il fatto di voler inserire nelle opere la “realtà” rivisitata totalmente e liberamente scevra da ogni pregiudizio e priva di regole prefissate.

Al calar del sole, quando dipingere diventava impossibile, il gruppo si riuniva al Caffè Guerbois e venne perciò chiamato il “Gruppo dei Batignolles”, dal nome del quartiere in cui si trovava il locale. Personaggio di maggior importanza fu proprio Manet che, a differenza dei suoi compagni (pittori del calibro di Renoir e Degas) rifiutò di partecipare alle mostre di pittori indipendenti, nonostante ne facesse parte, e preferì provare nuovamente la via del Salon,sperando in un esito diverso dal precedente.. Manet non si sbagliò, infatti la mostra, organizzata dagli altri suoi colleghi, risultò un vero disastro sia al livello di incassi, sia perché ci furono molte critiche riguardo lo stile delle opere, ritenute addirittura “macchie sporche su una tela”. Insomma la mostra fu rinominata da Louis Leroy (critico d’arte) la “Mostra degli impressionisti” nel senso offensivo della parola, ovvero ritenuti autori di opere prive di meditazione, superficiali e non complete.

Tali impressionisti si giustificarono dicendo che avevano come scopo quello di rappresentare la realtà, analizzando ogni suo aspetto: dal più quotidiano al più banale. Non vi erano intenti politici nelle opere, anzi c’era totale indifferenza riguardo a questo aspetto della vita sociale.

 

Per poter dare una vostra valutazione e giudicare questi quadri, che furono così contestati e sminuiti dalla ottusa opinione del volgo, siete ancora in tempo! Infatti al  COMPLESSO del VITTORIANO (Via S. Pietro in Carcere) dall’8 ottobre al 5 febbraio potrete essere anche voi “impressionati piacevolmente”dai suggestivi quadri di Manet, dai colori tenui ma caldi oppure dai suoi nudi che suscitarono scalpore e fecero gridare allo scandalo.

Alcune opere che potreste ritrovare all’interno della mostra sono la celebre e contestata  Déjeuner sur l’herbe” (COLAZIONE SULL’ERBA-1863) che ritrae una donna nuda che, insieme a due giovani, conversa disinvoltamente. Questo quadro offese le donne contemporanee a Manet, che fu per giunta accusato di voler arrivare, attraverso lo scandalo, alla celebrità. Mi domando: anziché criticare l’opera, non avrebbero, forse, potuto apprezzarne i colori giustapposti che si esaltano a vicenda –  come la carnagione chiara della donna e i vestiti scuri degli uomini –, oppure la resa realistica degli oggetti posati sulla tovaglia in terra? (non dimenticate che l’ ignoranza partorisce “Demoni!”).

Ma il quadro che suscitò ancora più scandalo fu “Olympia” perché, anche in quest’opera, l’arte e l’erotismo si fondono dando vita ad una donna dalle  linee morbide e “vestita” solo da un nastrino nero al collo, delle scarpette, un braccialetto dorato e un fiore rosa tra i capelli. Quest’opera, ultimata nello stesso anno della precedente, era stata dipinta da anni, ma prima di essere esposta Manet decise di far passare un po’ di tempo sperando che il gusto del pubblico subisse un evoluzione di sensibilità; ma non fu così,  infatti l’opera fu criticata e solo dopo la morte dell’autore fu concesso a Claude Monet di esporla al Louvre.

Queste e altre opere sono, per un  periodo limitato, a Roma e quindi vi consiglio di non perdervi l’occasione di lasciarvi catturare dagli sguardi misteriosi dei personaggi e dai colori che arricchiscono  le opere dell’artista più criticato e geniale tra gli impressionisti…

 

 

Orari della mostra:

dal LUNEDI al GIOVEDI ore 9.30- 19.30

VENERDI  e SABATO ore 9.30- 23.30

DOMENICA ore 9.30- 20.30

Biglietteria:

INTERO € 9

RIDOTTO € 7




permalink | inviato da il 28/11/2005 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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