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11 marzo 2007

La sceneggiatura fa il film...

Le Battute sono il Cinema.

IL MOSTRO(1994)

 

Professore: “Caro Loris ricorda che la lingua cinese è una filosofia, un modo di vivere, è un po’ complessa!”

Loris: “Ma io professore me la voglio imparare tutta, anche i dialetti!”

Professore: “Ma no, basta che impari quelle 5 parole che ti serviranno per superare l’esame e trovare lavoro! Ora continuiamo: la tabellina del 2!”

Loris: “Si! HIAH DE AH…AH AHR DE SZH…ARSAND DE LIU…ARS DE PA’..AR PISCER AH…OR UOH UOH UOH UOH….!”

 

***

Pascucci (amico/college Loris): “Che mi vuoi dire? Perchè mi hai fatto venire qui?”

Loris: “Pascucci! Pascucci! C’ho a casa una che è sempre nuda, dalla mattina alla sera! Giorno e notte! SEMPRE NUDA!”

 

Pascucci: “E’ bella?”

Loris: “Il problema non è essere bella o no, ma che è sempre nuda!Non ho un momento di pace! MI passa davanti e le cade sempre qualcosa (mima la caduta di slip)  e mi chiede scusa! Ma che scusa e scusa,lo sai che ero lì che guardavo! Poi si volta ed è nuda anche dietro;le cade sempre qualcosa e poi si china a raccoglierla! Lo fa senza volerlo…e poi o è nuda o porta vestitini corti corti! Poi si mette a leggere il giornale così (mima l’apertura totale delle gambe)… come se io non ci fossi, ma io vedo bene e lei ha tutte le “cose” che hanno le donne! Davanti,dietro… ha proprio tutto tutto! La gamba, l’altra, le…., la… Pascucci mi devi aiutare!Io a volte faccio pensieri strani, vorrei…insomma…!

Pascucci: “Ma che pensi? Stai lì che sbavi! La donna lo vede e non le piace! DIGNITA’ Loris,un po’ di dignità! Non ci pensare, pensa ad altre cose! Lei ti fa vedere il culo?  E tu pensa che devi pagare le tasse! Pensa all’economia, al dollaro, al marco… all’INFLAZZIONE!”

Loris: “Dollaro… Marco…”

 

***

 

ESAME DI CINESE: (Loris è davanti agli esaminatori)

Esaminatore: (in lingua cinese) “Come si chiama?”

 

Loris: “E’??????????????????????????????????”

 

FUORI DALLA SALA….(Loris viene accompagnato fuori)

 

Loris: “Professore mi scusi ma di che cantone sono stì cinesi qua? Ma non si capisce proprio niente niente…”

Professore: “Ma che ti hanno chiesto?”

Loris: “E che ne so! Non lo so! Ma è sicuro che siano cinesi?

Professore: “Sono cinesi! Sono cinesi!”

 

 

 

 

 




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17 gennaio 2007

Harry Potter e L'Ordine della Fenice

Harry Potter e l’Ordine della Fenice

Il quinto episodio cinematografico della serie è diretto dal regista britannico David Yates ed è prodotto dalla Warner Bros. e dalla Heyday Films. Ma vediamo dove eravamo rimasti nel quarto film della serie. Voldemort era tornato ed Harry lo aveva affrontato da solo. Ritornato a Hogwards, nessuno gli aveva creduto e lui aveva cominciato a sospettare che tutta la comunità magica gli stesse tenendo nascosto qualcosa.

Che cosa succederà ora che l'Oscuro Signore è di nuovo in pieno possesso dei suoi terrificanti poteri? Quanta morte e distruzione seminerà nel tentativo di riprendere il dominio dei mondo? Sono le stesse domande che si pone Harry Potter, disperatamente segregato - come tutte le estati - nella casa dei suoi zii Babbani, lontano dal mondo magico che gli appartiene. Ma qualcosa è cambiato anche in lui. Ormai quindicenne, lo ritroviamo divorato dalla frustrazione, dalla rabbia e dall'ansia di ribellione tipiche della sua età. In uno dei libri più attesi nella storia della letteratura, J.K. Rowling non cessa di stupirci. Tessendo un'altra stupefacente trama, riesce questa volta a dar voce alle inquietudini dell'adolescenza, ad arricchire il suo già mirabolante universo di nuove creature e nuovi indimenticabili personaggi, e anche a metterci in guardia contro la stupidità del potere e di chi lo usa per combattere il talento ed il coraggio

L'episodio innesca una serie di eventi che porteranno Harry nella sede di un'associazione segreta, l'Ordine della Fenice, che già durante la prima guerra aveva combattuto contro Voldemort; nella sede del Ministero della Magia, per sostenere un processo da imputato; a Hogwarts insieme a Ron e Hermione, dove lo aspettano diverse novità, prima fra tutte la nuova insegnante di Difesa Contro le Arti Oscure, la professoressa Umbridge.

Non è possibile dire molto altro, senza togliere il gusto di scoprire la sorte del giovane mago pagina dopo pagina. Riportiamo solo la profezia fatta dalla Cooman l'anno della nascita di Harry: "Il solo in grado di sconfiggere il Signore Oscuro si sta avvicinando; nato da coloro che per tre volte l'hanno sfidato, quando il settimo mese muore... e il Signore Oscuro lo marchierà come suo pari, ma lui possiederà un potere che il Signore Oscuro non conosce... uno dei due dovrà morire per mano dell'altro perché nessuno dei due potrà vivere se l'altro sopravvive... colui che ha il potere di sconfiggere l'Oscuro Signore nascerà quando il settime mese muore"

La bassezza del mondo degli adulti, la politica, l’odio per il diverso… tutto si fa prepotente nel mondo degli incantesimi. Molte delle scoperte di Harry, soprattutto riguardo al passato della sua famiglia, non saranno piacevoli, e Hogwarts stessa non si dimostrerà più l'approdo sicuro che è sempre stata.

Positivo è l'incontro dei protagonisti con l'eros, descritto da chi indubbiamente sa che cosa possa agitarsi nell'intimo di un adolescente alla scoperta dell'amore.

Come al solito, molto abilmente, l'autrice dissemina l'opera di indizi e di situazioni che ammiccano senza concludere. Questo è Harry Potter… questo è Cinema.

(ricerche dal web) notizie, curiosità… e tant’altro. La Redazione




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17 gennaio 2007

Grizzly Man

GRIZZLY MAN

 

In una scena di Tokyo-Ga (1986) di Wim Wenders, Herzog parlava della sua continua ricerca di immagini che fossero “adeguate all’uomo e al suo tempo”  e che dato che non ne trovava più nella nostra civiltà era disposto a recarsi nei luoghi più inesplorati del nostro pianeta pur di ottenerle. Considerando l’immagine l’elemento fondante del fare cinematografico ci si rende conto che Herzog, cercando immagini “pure”, cerca innanzitutto un cinema puro, immensamente lontano da quello realizzato negli studi Hollywoodiani (ma non solo..) e che sappia essere qualcosa di veramente “diverso”. Il cinema del regista tedesco è stato sempre caratterizzato quindi dal raccontare storie e situazioni al limite dell’incredibile attraverso le opere di finzione o mediante i numerosi documentari da lui realizzati. Con Grizzly Man (che esce nelle nostre sale con un anno di ritardo e con una distribuzione limitatissima) Herzog arriva però veramente ad un punto di rottura: attraverso la tragica storia di Timothy Treadwell, un ecologista americano che trascorse 13 estati della sua vita a contatto con gli orsi in Alaska e che alla fine proprio da uno di essi è stato ucciso, il regista realizza qualcosa di estremo e veramente irripetibile. Utilizzando spezzoni delle circa cento ore girate da Treadwell montati assieme ad interviste ad amici o parenti, Herzog ci racconta l’incredibile storia di un uomo che aveva voltato le spalle alla civiltà per dedicarsi totalmente allo studio dei grizzly. Il suo istintivo bisogno di amare ed essere amato dagli orsi (in un momento straordinario Treadwell scoppia a piangere di gioia per tutto quello che gli animali hanno rappresentato nella sua vita) finisce però con lo scontrarsi tragicamente con la glaciale indifferenza della natura: come sottolinea la voce fuori campo di Herzog, negli occhi di questi animali non vi si scorge ne amore ne affetto, ma solo l’istinto bestiale della sopravvivenza (in periodo di carestia gli orsi si mangiano tra loro). Grizzly Man diventa allora un’interrogazione sui mezzi e sulle possibilità del cinema, su come si possa raccontare una storia simile e sul ruolo che le immagini devono avere in un operazione del genere Non è un caso infatti che il momento più tragico del film (la morte di Treadwell e della sua ragazza) è affrontato da Herzog in un modo molto particolare: la notte in cui i due morirono, la telecamera rimase, seppur con l’obiettivo coperto, accesa e registrò l’audio di quanto accadeva. Nel film noi abbiamo due diverse descrizioni di quanto accadde in quel momento: la prima, di carattere “tecnico” è la ricostruzione che il coroner fa basandosi sull’ascolto del nastro e sulla base dei resti rivenuti nello stomaco dell’orso, la seconda, “emotiva” è semplicemente il silenzio di Herzog stesso mentre ascolta la registrazione e il suo intimare, ad un amica di Treadwell, di non ascoltarlo mai, ma anzi di distruggerlo, ribadendo così la forte indicibilità di una simile tragedia. Grizzly Man è capace di dare grandissime emozioni (Treadwell era anche un grande regista, straordinariamente capace di cogliere momenti e sensazioni dalla natura in cui era immerso), resoconto di una scelta di vita così affascinante ed estrema ma allo stesso tempo dolorosa e disillusa testimonianza del rapporto uomo/ natura e riflessione sulle possibilità del mezzo cinematografico. Un gran peccato sia stato al cinema così poco tempo. Opinione o frecciata?  

 

Germano Boldorini




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19 dicembre 2006

La Torre di Babele continua

BABEL   a cura di Giovanni Bordini


LOS ANGELES (Reuters) - Se un'immagine può valere davvero mille parole, il pubblico cinematografico dovrebbe facilmente essere in grado di capire la storia raccontata in "Babel" anche se è raccontata in arabo, inglese, spagnolo, giapponese e con il linguaggio dei segni. "Babel", con Brad Pitt e Cate Blanchett, debutta da noi al cinema i primi di Novembre raccontando come le lingue e le tradizioni culturali dividono le persone più delle distanze e delle ideologie personali.                                                                                                          "La sfida più difficile in questo film... era sbarazzarsi del testo e trovare come tradurre queste parole -- e in questo caso tre continenti, cinque linguaggi e quattro storie, tutti questi elementi diversi -- in un unico linguaggio visivo", spiega il regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu.                                    
Per la pellicola, Inarritu ha vinto la Palma come miglior regista lo scorso maggio al festival di Cannes e "Babel" ha ottenuto ottime critiche tanto da far ben sperare per la corsa all'Oscar.

Il successo ha anche portato alla notizia di una faida fra Inarritu e lo sceneggiatore di "Babel" Guillermo Arriaga, con cui il regista ha lavorato anche per gli altri suoi acclamati film "Amores Perros" e "21 Grammi". Si sa d’altronde che quando il successo giunge in seno al probabile Oscar le divisioni si concretizzano per la fama ed il successo (vedi Tarantino e Avary).  Inarritu ha confermato che i due hanno smesso di lavorare insieme, ma ha definito Arriaga un "talento, un partner e un collaboratore indispensabile e incredibile nei tre film". La speranza rimane comunque che i due in un prossimo futuro possano tornare insieme per progetti sempre più coinvolgenti e “umani”

"Babel" è un intreccio ad incastri di quattro vicende. Due ragazzi marocchini si allenano a sparare con il fucile del padre. Due turisti americani (Blanchett e Pitt) sono vittime di una pallottola vagante del fucile mentre  sono alla nuova ricerca di una felicità persa. A San Diego, le incongruenze si moltiplicano quando la baby-sitter messicana fa oltrepassare ai due figli della coppia Usa il confine… e a Tokyo, una ragazza sordomuta combatte in modi pericolosi il dolore per la morte della madre.

Il film alla maniera di Innaritu (in stile Syriana e Crash) utilizza quattro piccole storie personali su mariti, mogli, padri, madri, figli  (sulle vicende della vita e sull’incomunicabilità) per commentare il più grande problema di come la mancanza di comprensione e rispetto tra persone e culture diverse può portare alla violenza. E la violenza possa poi portare alla distruzione. "Babel" sfida il pubblico, benché Inarritu abbia semplificato i temi del film usando storie personali con cui gli spettatori si possano mettere a confronto. "Non volevo con questo film essere un giudice o un predicatore", ci ha detto Inarritu.

Il titolo del film come i più hanno colto si riallaccia alla famosa leggenda biblica della Torre di Babele, che gli esseri umani tentarono di costruire per provare a  raggiungere il paradiso o meglio Dio in persona. Ma Dio stesso vedendola come un simbolo di sfida  punisce quella gente imprigionandola con diverse lingue, in modo che non possano più comprendersi gli uni con gli altri. Inarritu sostiene che il titolo vuole essere un richiamo all'unità e ha detto che le persone di diverse culture e lingue in tutto il mondo dovrebbero abbracciare - e non temere - le differenze. Individui diversi e inavvicinabili incrociano i propri punti di vista per qualche ora creando un disperato dipinto di un’umanità sola dolente e depressa.
Un colpo di fucile… Un colpo di Fucile, che innesca una reazione a catena di tasselli in un globale puzzle composto da “pezzi” fin troppo perfettamente combacianti. Un gesto immotivato, compiuto quasi accidentalmente da due innocenti che, come un domino senza scampo e scelto dal destino. Un film che colpisce al cuore, che vuole aprire gli occhi, agendo profondamente sulle vite di tre gruppi di persone in diverse zone del pianeta.  Fotografia impeccabile, un montaggio frenetico e classico fusi insieme a seconda del cambio di storia o dei passaggi intrapresi dai personaggi; ed una sceneggiatura notevole (non a caso vincitrice a Cannes) per compattezza, chiarezza e qualità (anche in ambito sociale) seppur con qualche piccola nota stonata (la storia giapponese non fa immedesimare lo spettatore).

Il messicano Inarritu, già autore insieme al fido sceneggiatore Arriaga (premiato a Cannes per Le tre sepolture di Tommy Lee Jones) dopo 21 grammi, azzarda troppo alzando ancora di più il tiro per questa babele multietnica di storie e destini., in un turbinio di tensione emotiva che dà spazio ad un programmatico  estetismo forse fin troppo raffinato,compiaciuto e ricercato. L’opera piace ma non convince a pieno (nonostante la prova dell’intero cast – Pitt in testa – sia decisamente convincente), facendo preferire a noi fan i due precedenti film del famoso regista messicano; si attendono passi più convincenti, ed una fluidità emotiva più costante e vicina al pubblico. Si chiede troppo? I più bravi possono. Inarritu può.                         




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22 novembre 2006

Scorsese & Departed

The Departed di Martin Scorsese

 



Bisognerebbe iniziare a chiedersi seriamente cosa si nasconda dietro l’ormai inarrestabile ondata di remake che ha invaso negli ultimi anni le sale cinematografiche. Mancanza di idee originali? Desiderio dei produttori di andare sul sicuro non rischiando operazioni troppo azzardate? Reduce dai discussi Gangs Of New York e The Aviator, Martin Scorsese ha deciso, per il suo ritorno sul grande schermo, di non rischiare veramente nulla: ritorna al genere gangster da lui frequentato sempre con grande successo di pubblico, chiama a raccolta un cast composto da amatissime star di Hollywood (Di Caprio, Damon, Nicholson) e soprattutto basa il suo film su INFERNAL AFFAIRS di Andrei Lau e Alan Mak uscito nel 2002 che, almeno in patria, si rivelò un grandissimo successo e di cui il film di Scorsese è un dichiarato remake. Il regista sposta l’azione da Hong Kong a Boston (curiosamente rinuncia all’amata New York) e realizza un indubbiamente riuscito spettacolo pieno di tutti gli elementi che il pubblico si aspetta da un film di Scorsese: grande fluidità narrativa, uso ininterrotto di canzoni come sottofondo, inattese esplosioni di violenza, dialoghi da antologia, tutti gli ingredienti che contraddistingono lo stile del regista americano e che hanno reso grandi film come QUEI BRAVI RAGAZZI o CASINO’. Il film è la storia di due ragazzi, un poliziotto e un criminale, che si infiltrano il primo nella banda del pericoloso Frank Costello (allo scopo di incastrarlo), il secondo, scagnozzo dello stesso Costello, all’interno del dipartimento di polizia. The DEPARTED si sviluppa come un labirintico gioco di specchi, in cui le identità dei protagonisti sono continuamente ribaltate e moltiplicate (il personaggio di Di Caprio che si ritrova ad avere due figure paterne, Damon che lentamente si sostituisce al suo avversario fino a farne sparire la reale identità) e dove i tentativi dei due ragazzi di smascherarsi a vicenda li mantiene costantemente in pericolo. Ma se la prima parte del film è assolutamente riuscita (con le memorabili entrate in scena di Nicholson, l’inserimento del personaggio di una psicologa che sembra interessare entrambi i protagonisti)  e riesce ad essere veramente una rilettura di INFERNAL AFFAIRS, la seconda parte ricalca troppo fedelmente luoghi, situazioni e svolte narrative dell’originale risultando un po’ troppo meccanica e decisamente meno brillante della prima . Sembra come se il film sia sfuggito di mano a Scorsese che non riesce, in definitiva, a rendere veramente necessario il remake di un film così recente e che già funzionava molto bene da solo. In particolare il finale ribalta completamente la prospettiva cinica, nichilista e sottilmente malinconica dell’originale a favore di un colpo di scena che muta drasticamente la vicenda in positivo (la giustizia trionfa sulla criminalità) e che stona parecchio non solo con tutto il resto del film ma anche con la filmografia di Scorsese da sempre molto accorto nel non concedere mai nulla di facilmente consolatorio al suo pubblico e lasciando spesso i suoi personaggi avvolti in un sottile alone di ambiguità (TAXI DRIVER, QUEI BRAVI RAGAZZI o lo straordinario L’ETA’ DELL’INNOCENZA). THE DEPARTED è, in conclusione, un film che risulta sicuramente molto ben confezionato e assolutamente godibile ma al contempo un po’ troppo pensato a tavolino per il pubblico medio, un po’ “freddo” e che non riesce quasi mai ad appassionare ed a coinvolgere veramente. Non voglio assolutamente dire che si tratta di un brutto film anzi; solo che considerando i grandi capolavori che Scorsese ci ha regalato in passato è lecito aspettarsi qualcosina di più.

 
Germano Boldorini




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22 novembre 2006

Lettori appassionati... lo spazio è tutto loro.

Le Recensioni di (Big Drugo) Giuseppe Benincasa

 

 

The Departed – il bene e il male

(Martin Scorsese)

Un film praticamente perfetto, difficile trovare un difetto al nuovo film di Scorsese, più ispirato che mai, dirige con estrema maestria una storia moderna con i suoi temi classici, più cari.
Si daranno la caccia, prima che l'uno uccida l'altro, un infiltrato della malavita organizzata nella polizia di stato ed un poliziotto infiltrato nell'organizzazione di Frank Costello, un Jack Nicholson straordinario! E sopratutto in gran forma; non si direbbe essere un settantenne... tra i grandi è senza dubbio quello che non ha ancora deciso di far scivolare via la sua carriera. Oltre a Nicholson, Scorsese dirige un gran cast, Leonardo Di Caprio, bravissimo come sempre, Matt Damon, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Alec Baldwin e la nuova Vera Farmiga che probabilmente vedremo ancora sul grande schermo.

La sceneggiatura è molto ben scritta, belli i dialoghi, crudi, veri, la storia ha un intreccio davvero interessante, che regala colpi di scena continui e che non delude mai. Tutto reso bene da un montaggio perfetto, fotografia ottima così come la colonna sonora farcita da brani di John Lennon, Van Morrison, Rolling Stones e Pink Floyd !

In definitiva il miglior Scorsese degli ultimi dieci anni.

 


Ti odio, Ti lascio Ti…

(Peyton Reed)

Cominciamo con il fare ancora i "complimenti" a chi traduce i titoli in italiano (da "The Break Up" a "Ti odio, ti lascio ti...") ed a chi prepara una campagna pubblicitaria per un film drammatico facendolo passare per commedia (vedi anche "Se mi lasci ti cancello"), risultato? Un pubblico spiazzato che si ritrova a vedere un film che probabilmente non ha scelto e che alla fine per forza di cose non troverà soddisfacente.

Melodramma di una coppia, come tante, che comincia a camminare sui binari dell'abitudine... finiranno per separarsi e tra rabbia, orgoglio e malinconia perderanno tutto quello che avevano costruito e nasconderanno l'amore che hanno sempre provato e che probabilmente hanno dentro.
Un dramma ben scritto e ben interpretato da una sempre più brava Jennifer Aniston e da Vince Vaoughn che fa anche da sceneggiatore e produttore. Il film analizza bene le fasi di crisi della coppia e strappa qualche sorriso senza essere assolutamente una commedia, buone le musiche e la regia. Manca però una buona caratterizzazione dei personaggi di contorno, molto marginali e banali.
In definitiva un film godibile che emoziona.



Star Wars episodio III – La vendetta dei Sith
(George Lucas)


In piena guerra, i Jedi insieme all'esercito di cloni cerca di difendere fino all'ultimo la Repubblica e i suoi senatori, ma su tutto l'ombra del lato oscuro cadrà! L'episodio III è la perfetta congiunzione tra la nuova e la vecchia trilogia, il film in cui tutto deve tornare, tutti i nodi devono venire al pettine e dove molti dubbi devono essere spazzati via. George Lucas non poteva realizzare meglio l'episodio che tutti aspettavamo da anni, le due ore e quindici minuti passano in fretta per un film che non ha nessun tempo morto, i fatti si susseguono come in tempi di guerra, i Jedi combattono su tutti i fronti e il male tesse le sue tele...

Tecnicamente superbo, visivamente eccezionale Episodio III è tutto da seguire, ogni dialogo ha la sua importanza e i climax si susseguono quasi a togliere il fiato; gli attori, nonostante la massiccia presenza di effetti speciali, sono tutti bravissimi, Natalie Portman (Padme Amidala) è cresciuta molto artisticamente, nominata nel 2005 all'oscar per la performance in "Closer" dicasi lo stesso per Ewan McGregor (Obi-Wan Kenobi) e per la sorpresa Hayden Christensen (Anakin Skywalker) che nell'episodio precedente aveva lasciato qualche dubbio, conosciamo già la bravura di Samuel L. Jackson (Mace Windu) e di Christofer Lee (Conte Dooku) ma non quella di Ian McDiarmid (Cancelliere supremo Palpatine) che ci regala una interpretazione al di sopra delle righe, la sua presenza scenica si avverte molto e dà molto spessore alle scene che lo vedono presente. La regia è perfetta per quanto riguarda i combattimenti con le spade laser e gli inseguimenti nello spazio, George Lucas in questo è un maestro.
Alla fine il pubblico soddisfatto e decisamente appagato applaude per uno dei film più belli di tutti i tempi, per la saga cinematografica più famosa della storia del cinema e decisamente la più apprezzata di sempre.

 

 




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12 ottobre 2006

Click, una vita che scorre

THANK you For Smoking

Regia di Jason Reitman, con Aaron Eckhart, Rob Lowe, W.H Macy, Adam Brody, Maria Bello,Robert Duvall,Katie Holmes. Sceneggiatura Jason Reitman Produzione David O Sacks Distribuzione Lucky Red


Fumare o non fumare? Questo è il problema; poche parole in una sentenza massima (tra le righe dello script) e satirica, sul diritto di scelta e libero arbitrio (ma ne siamo poi così sicuri?)! Dirige Jason Reitman – debutto alla regia – ci sarà da divertirsi.

 

Tratto dall’omonimo romanzo di Cris Buckley, la prima opera di Reitman Jr (e fidatevi se almeno questa volta le raccomandazioni non c’entrano un bel fico secco) ruota attorno alla nuova idea di cultura americana, o meglio detta la realtà del “Gioco delle parti”, incentrata su fatti e questioni di scottante attualità nelle quali in America ognuno falsifica o manovra pur di dire la sua, sovrapponendola a dure realtà e a falsi bilanci.

Il protagonista di questo film satirico riuscitissimo e pregno di messaggi della massima urgenza (madri, padri e figli del mondo… forse vi conviene andarlo a vedere) è Nick Naylor (uno splendido ed esuberante Aaron Eckhart) portavoce della potentissima Lobby Big Tabacco, un uomo che per la sua causa è disposto a caricarsi sulle spalle i compiti più ardui e le prese di mira più dure che si possano immaginare (“Sei un assassino delle masse” – “Sei un approfittatore” – “Killer di bambini”) se si prende anche atto del fatto che gli amici più cari di Nick non sono altro che i cosiddetti MDM: Mercanti di Morte (Polly – alcool -  e Booby Jay - armi -).  Amici di altre due lobby potenti in un’America che non sa più riconoscere il bene dal male. O peggio ancora non sa più riconoscere se stessa.

 

Di certo in questo mondo infame e contro il fumo (buffo ehh?) non è facile districarsi con facilità e difendere i “diritti” (?) dei fumatori e dei suoi fabbricanti. Ma questo non preoccupa Nick sempre pronto a cercar nuove vie di fuga, riuscendo così a liberarsi il più delle volte dalle etichette della sciocca (?) società – “Le Lobby delle sigarette? Aziende che vendono il veleno!!”.

Il nostro buon Nick così tra un fotogramma e l’altro riuscirà a farsi strada nel nostro cuore (purtroppo si, ci affezioneremo al personaggio) tra senatori opportunisti (ahhh ahhh) che vogliono mettere una foto del veleno sopra i pacchetti delle sigarette, a consigli e comitati contro il fumo, fino a   giungere persino in show televisivi dove sono presenti bambini malati di cancro.

Diverrà ben presto un pezzo grosso della sua azienda, contrapponendo ad essa e al suo lavoro, il duro rapporto con la famiglia (divorziato e con un figlio che lo adora, ma a cui dà poco del suo tempo…) contrasto tra i due poli che condurranno la pellicola al suo atteso finale, denso di significati e di morali “sontuose”.

Il film vola sulle nuvole del piacere ed è un immenso piacere destarsi sulle sue ali, uscendo così dalla sala dopo un’ora e venti di proiezione soddisfatto e pronto a dire la propria in una questione sempre di scottante attualità in tutto il mondo.

 

La trasposizione del libro da parte di Jason Reitman, è impeccabile e a sensazioni, in un giro di parole e immagini che conquistano sin dalla prima sequenza ad impatto il cuore di uno spettatore da principio dubbioso; inoltre la tematica rapporto padre/figlio fusa alla critica satirica contro il fumo, non fa che rafforzare ulteriormente il lavoro sviluppato da tutta la crew, che vede in Eckhart (assoluta star del progetto) la punta di un Iceberg molto resistente, ma soprattutto affascinante. Afferma lo stesso attore: “Jason è un grande, è stato geniale nel voler dare maggiore spazio al rapporto tra padre e figlio, ritengo che quei dialoghi siano tra i più belli e toccanti in assoluto. Se mi è piaciuto il personaggio? Lo adoro, è buono e canaglia al tempo stesso, in me c’è tutto questo.”

Reitman racconta di aver apprezzato tantissimo il libro di Buckley sin dalla prima lettura: “Un anno fa una mia amica mi ha consegnato un’edizione economica del suddetto libro… dicendomi che si trattava del più divertente libro che avesse mai letto. Lo lessi la sera stessa tutto di un fiato, forse un libro perfetto per me, non avevo mai letto qualcosa che fosse tanto intelligente e spudoratamente provocatorio… Ho sentito da subito il desiderio di farci un film.”

 

Nacque (ed è ora presente in sala) così una sceneggiatura e un film brillante scevro da ogni cliché che da anni e anni invadono ogni sorta di film del filone indipendente, un’opera dal montaggio fluido e con un corpo di attori che ogni altra produzione invidierebbe (Con Robert Duvall e William H.Macy su tutti, come saggi e vecchi istrioni di una generazione di attori che forse non tornerà più) e con un sarcasmo che ha tutta la voglia di trascinarvi giù e non farvi più risalire finché l’insegnamento del giovane Reitman non sarà concluso.

Qui niente storia su una disfunzione famigliare, niente film su ragazzi disadattati o su personaggi sull’orlo del fallimento; qui si parla di buoni e cattivi che si fondono l’uno con l’altro, mostrandoci l’eterogeneità di un mondo privo di eroi e pieno di facce come il cul…

E’ la storia di Nick Naylor, non un cattivo da incastrare in film alla “Insider” o “Erin B”, ma un uomo della peggior risma, che sa conquistare i cuori delle gente, dando a noi, quella libera scelta di capire se seguirlo sia un bene o un male; ma tanto noi la risposta la sappiamo già (se il fumo, l’alcool e i cellulari facciano il nostro bene o il nostro male) VERO?  E poi non andate a dire che non vi abbiamo avvertiti.

 

 

Di Riccardo Iannaccone

 




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27 settembre 2006

La Stella che non c'è

Amelio fa la “stella” della Mostra

 

“La Stella che non c’è” è un film su un uomo in ricerca di se stesso.

Una fiaba girata con occhi nuovi e qualche ingenuità.

 

Venezia nella corsa verso il Leone d’oro, l’Italia parte con il piede giusto.

Sorride soddisfatto Gianni Amelio, il primo regista italiano a passare in concorso alla Mostra di Venezia con il suo “La Stella che non c’è”, accolto da una critica silenziosa alla proiezione per la stampa, applaudito lungamente alla Conferenza ufficiale e omaggiato con otto minuti di applausi la sera in Sala Grande.

“La Stella che non c’è” ci porta per mano in un “on the road” esistenziale dentro il pianeta Cina. Vincenzo Buonavolontà (Sergio Castellitto attore favoloso e straordinario protagonista), manutentore di una fabbrica dismessa che compie un viaggio alla scoperta di se stesso. Quest’uomo che ha bisogno di recuperare una centralità perduta, vuole capire se possiede una chance per una seconda vita e fa un viaggio che è una discesa all’inferno nel cuore dell’immenso paese delle contraddizioni.

Liberamente ispirato al romanzo di Ermanno Rea “La dismissione” il film di Amelio, “La Stella che non c’è”, che ha commosso critica internazionale e pubblico, ha per protagonista un ex operaio che intraprende un viaggio un po’ folle all’altro capo del mondo per sostituire un pezzo difettoso dell’altoforno che la sua fabbrica ha venduto ai cinesi. L’uomo, animato da un senso del dovere desueto e utopistico, attraversa la Cina da una città all’altra fino alla Mongolia, per individuare l’acciaieria alla quale consegnare il macchinario riparato; ad accompagnare Buonavolontà è una giovane cinese che gli fa da interprete, Liu Hua (Tai Ling, anche lei bravissima, molto espressiva che  regge bene il confronto con Castellitto) e gli svelerà il volto nascosto del Pese e i segreti della sua vita.

Vicenzo Buonavolontà, dice il regista “è uno di quei cinquantenni solitari che si ritrovano di colpo senza lavoro cui hanno appassionatamente dedicato tutta la vita. Ha la tempra di certi capitani di ventura del passato che partivano verso l’ignoto” Vincenzo prosegue il regista, è “un personaggio in cui ho messo molto di me”, compreso “il brutto carattere”, accusa che nel film la ragazza cinese, che lo guida lungo il viaggio, rivolge al protagonista. Ed è proprio lei che gli rivelerà il “nuovo” senso delle stelle sulla bandiera cinese da cui è nato il titolo: giustizia, solidarietà, pazienza ed onestà, contro i simboli del vecchio regime che parlavano di partito, proletariato ……. Qual è la stella che non c’è in Cina? Per Castellitto la libertà, per Amelio “quella che ognuno di voi sceglierà guardando il mio film”.

Amelio ha detto una cosa, che mi ha fatto capire il film: “vorrei tanto fosse la mia opera prima”. E’ facile essere d’accordo con Lui: il film ha la freschezza e la verginità degli esordi, arricchite da una sapienza visiva, e alla fine il film è una fiaba, con Liu che aiuta l’eroe a compiere l’impresa e a riconciliarsi con se stesso.

 

Francesca Luna

 




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27 settembre 2006

I Film della Laguna

I Film della laguna

Di Giovanni Bordini

 

Cominciando da Black Dalia (di Brian de Palma), posso affermare come tutto è divenuto un piacevole crescendo d’arte e storie al limite della fantasia (certo spesso tratta da opere non originali e questo ahimè va appuntato).

 

 Da ricordare con tremendo amore e curiosità il film di David Lynch (al ritorno dopo 5 anni di silenzio e quest’anno premiato con il LEONE D’ORO alla carriera) e quello di Alfonso Cuaron – Children of men.

 

Il primo con  INLAND EMPIRE” - la sua nuova visionaria opera, un viaggio onirico, come solo Lynch sa fare, la storia di un regista e del suo viaggio di vita, frastagliato tra sogni e dure realtà (grande estasi e incomprensione in sala).

 

Il secondo più che applaudito, ESALTATO da oltre dieci minuti di applausi; ehh sì “Children of men”  di  Cuaron strappa consensi e ammirazione; l’opera - tra le più riuscite del festival - racconta di un mondo che ci apprestiamo a vivere (il 2027) un mondo dove non esisteranno più pargoli e con essi la speranza; un ritratto futuro del nostro mondo che sarà, con un duro e ammaliante Clive Owen in difesa dell’ultima donna rimasta incinta sul pianeta terra (un’idea tratta da un romanzo di P.D. James, un film che quando uscirà nella sale, non potremo fare a meno di  ritrattare…).

 

Ma non solo Cuaron e Lynch la rassegna si è anche fatta apprezzare grazie a Bobby”, film riuscitissimo del poco conosciuto Estevez (con un mini-budget di 10 milioni di dollari è riuscito nell’impresa) che grazie ad una nutrita schiera di star con Anthony Hopkins in testa, ha narrato nel film la ricostruzione dell’omicidio di Bob Kennedy.

 

Ampiamente apprezzati anche “The Queen” di Stephen Frears - film che rievoca la morte di Lady D, sotto la visione regale e vociferata della regina Elisabetta - ; e “Black Book” di Paul Verhoeven, tornato in gran spolvero nella sua Olanda, e calorosamente accolto con la sua nuova opera che tratta la storia vera di una ballerina ebrea trasformatasi in spia, per vendicarsi della famiglia trucidata dai nazisti, un film sulla seconda guerra mondiale, un film sulla cresta dell’onda in molti paesi del mondo.

 

Di tiepido successo “World Trade Center” di Oliver Stone (commovente , ma a tratti polpettone. Inarrivabile  in confronto la bellezza stilistica e drammatica di United 93) sempre più criticato e lontano dai fasti di Platoon; e “Hollywoodland” il nuovo film di Adrien Brody – qui alla ricerca di colui che uccise l’attore della serie tv Superman anni 50’ (interpretato dallo scialbo Ben Affleck) – un film ampiamente criticato, ma che se devo proprio ammettere, non è che mi sia dispiaciuto troppo.

 

“Still Life”? – NO Comment, forse è meglio.

 

Un appunto fuori concorso: da Oscar Meryl Streep nel film “Il Diavolo veste Prada”, una classe raggiante in ogni dialogo, in ogni passaggio, in tutto… Un mostro della recitazione, a tratti il cinema stesso in persona: GRANDE MERYL.

 




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31 luglio 2006

Il ritorno di Tony... "Domino"

Keira Knightley cacciatrice di taglie in 'Domino' di Giovanni Bordini

Dice di non preoccuparsi della dieta e di adorare le scarpe. Keira Knightley, star di Orgoglio e pregiudizio, è il volto del momento. Ma non durerà per sempre, dice lei

20 Marzo 2006

Keira Knightley è la star del momento. L'abbiamo vista in Orgoglio e pregiudizio, la vedremo in Domino, film sulla famosa modella americana Domino Harvey, figlia dell'attore Laurence Harvey. Keira è passata in pochissimo tempo dai corsetti della bella Lizze del romanzo di Jane Austen alle pistole di Domino.
La storia (vera) è quella di una modella che, stanca della luccicante e pretenziosa Los Angeles della moda, sceglie di seguire una strada alternativa: diventa una cacciatrice di taglie. Keira, che ha girato i due film uno dopo l'altro, non ha capito molto del personaggio e ha cercato di inventare. "Avevo una persona che mi aiutava a prepararmi per il ruolo, ma stavo ancora girando Orgoglio e pregiudizio - ha detto - Giravamo 14 ore al giorno e avevo tempo solo alla fine della giornata o la mattina presto prima di andare a dormire. Non ho fatto molto per entrare nel personaggio, avevo poco tempo e mi hanno aiutato molto alcune videocassette di interviste che Domino aveva rilasciato e che i produttori mi hanno fatto avere. Mi è servito moltissimo, soprattutto sentire la voce. Ha un accento inglese, quindi ho potuto mantenere il mio accento originale".

Il film è tra i più attesi di Agosto e tratta le vicende di Domino ragazza che è cresciuta in un ambiente privilegiato, tra lusso ed eleganza, ma non è mai stata interessata al patinato mondo del jet set. Solo quando entra a far parte di una stravagante banda di cacciatori di taglie, un gruppo composto da individui poco raccomandabili che danno la caccia ai malviventi, Domino riesce a sentirsi veramente realizzata. In poco tempo lei e i suoi compari - Ed Mosbey, un ex detenuto, Choco, un latino americano molto sensuale, Alf, un afgano esperto di bombe -diventano il più esperto e famoso gruppo di cacciatori di criminali di Los Angeles, tanto da richiamare l'interesse dei media. Il produttore televisivo Mark Heiss, infatti, li mette sotto contratto per diventare le star di un nuovo reality show, "The Bounty Squad". Tuttavia, quello che i quattro non sospettano è che sarà la missione più difficile della loro carriera...

 

da XL Repubblica

Domino, interpretato da Keira Knightley, è uscito nei cinema americani (in Italia non è stata ancora fissata la data d'uscita) ma colei che ha ispirato il film e ne attendeva con ansia l'uscita non potrà vederlo. È stata trovata cadavere il 27 giugno nella vasca da bagno. È morta per un attacco cardiaco e nel sangue sono stati rinvenuti livelli tossici di fentanyl, un antidolorifico, comunica Stephen Bernard, il suo legale, citando il rapporto del coroner. Domino, che si incentra sulle imprese della Harvey come cacciatore di taglie, non si sofferma sulla parte più cupa della sua vita, una lotta durata 15 anni contro la tossicodipendenza. Quello che il film coglie è l'essenza di una persona talmente affascinata dal pericolo da metterlo al centro della propria vita, diventando una delle poche bounty hunter donna del paese e contribuendo alla cattura di cinquanta latitanti, spesso a rischio dellavita.  
"Amava gli estremi", dice Annabelle Nielson, una delle più vecchie amiche della Harvey dei tempi dell'Inghilterra. "I suoi erano pistole, coltelli, arresti. Ha vissuto una vita incredibile". La Harvey crebbe a Londra con i genitori e la sua sorellastra, Sophie (nata dal precedente matrimonio della madre), maggiore di cinque anni. All'epoca i suoi genitori erano famosi - il padre interpretò Va' e uccidi di cui The Manchurian Candidate è un remake - e la loro casa era piena di star. All'età di 4 anni la vita di Domino fu sconvolta dalla morte del padre per cancro. "Reagì con rabbia", racconta la madre Pauline Stone, al telefono da Londra, dove vive dal 1999, dopo 21 anni trascorsi a Los Angeles. "Si rifiutava di guardare i suoi film, e non mi chiese mai niente di lui". La signora Stone si trasferì con le figlie nell'aristocratico quartiere di Belgravia. La giovane Harvey mal sopportava le restrizioni imposte dalla scuola, e ancora adolescente abbandonò gli studi per fare la modella.

 

Secondo Scott, che per settimane la osservò all'opera, la Harvey viveva dell'adrenalina che le dava la caccia ai latitanti. Alla cattura del fuggitivo, lei e i suoi colleghi cacciatori di taglie ricevevano il 10 per cento dell'importo della cauzione dal garante. La Harvey guadagnava 30-40 mila dollari l'anno, dice Scott, ma il denaro aveva un peso secondario. "Le dissi che faceva un mestiere molto pericoloso, che la portava a sfondare troppe porte e prima o poi dall'altra parte ci sarebbe stata una pistola più grande della sua", racconta Scott. "Ma lei rispondeva, "testa, vivi, croce muori". Quello era il suo motto". Anche se era spesso etichettata dai tabloid come lesbica, la Harvey frequentava degli uomini. "Tutti dei perdenti", dice la madre. "Era attratta dai personaggi tenebrosi". Ed era tormentata dalla tossicodipendenza. Aveva iniziato a far uso di vari tipi di droghe da adolescente. Nell'ambiente dei bounty hunter, a stretto contatto con la criminalità, il consumo di stupefacenti non era bollato, e se sulla scena di un arresto si rinveniva della droga, spesso la Harvey e i colleghi la tenevano per sé, considerandola parte della ricompensa. Scott non ha preso in considerazione l'idea di aggiungere al film scene che rappresentassero la morte della Harvey, anche se la ragazza appare brevemente dopo la fine dei film, prima che scorrano i titoli di coda. "Sono Domino Harvey", dice la voce di Keira Knightley fuori campo, mentre l'obiettivo è puntato sulla Harvey che fuma tranquilla una sigaretta davanti allo Stratosphere Hotel di Las Vegas. Poi sullo schermo nero compare la scritta "In affettuoso ricordo di Domino Harvey".




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