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11 luglio 2006

Il ricordo di... River

"Fiume di Parole"

River Phoenix

Il mio tributo a River Phoenix

 A cura e di Luca Imperiale

Fuori dal Viper Room (il locale che gestiva insieme a Johnny Depp), che è situato sulla Sunset Boulevard, morì di overdose River Phoenix, accanto a suo fratello Joaquin..
Era il 31 Ottobre del 1993.. all'1e51 della notte di Halloween

..una fine che, anche a causa della fama di maledetto, che era riuscito a costruirsi in così breve tempo, è bastata a farlo diventare una leggenda..

Ecco perché ho deciso di non parlare io nel mio articolo, ma farlo fare alle persone nelle quali River ha lasciato un segno indelebile, che spero (però) abbiano capito che è meglio spegnersi lentamente che bruciare..

 

in una sera d'autunno

una sera come le altre

te ne sei andato

senza aggiungere altro

stroncando la tua vita,

quella dei tuoi amici

di tutti quelli che ti amavano

e ti adoravano.

Nessuno forse ti aveva mai

capito fino in fondo,

un po' per mancanza di tempo

un po' per quell'aurea di mistero che sempre ti avvolgeva.

Il tuo ricordo rimane

nei cuori di chi ha saputo

apprezzarti

non solo come artista

ma anche come persona.

Hai fatto la tua scelta,

hai deciso,

anche se eri forse

troppo giovane per saperlo

veramente,

che fosse meglio bruciare subito

che spegnersi lentamente,

ed hai lasciato il segno rio

ti adoro!

Laura

 

eri un angelo... io lo so!

6 stato il mito di una generazione

considerato un dio in terra...

io lo so tu 6 tornato in paradiso...

mio dolce angelo non soffrivi questo inferno in terra ma non hai pensato a noi?(stupidi mortali)che non possiamo + godere della tua luce! viviamo del tuo ricordo...

Gwen

 

eri perfetto.

fa male scriverlo. fa male pensarlo.

eri umano. eri fragile. eri vivo. rimarrai eterno.

eri il soffio di Dio imprigionato in una fragile ampolla di utopie.

eri una tempesta invernale.

non potevi non essere notato.

occhi veri. occhi belli. occhi di lupo.

il mio è un addio.

non è una dichiarazione d'amore.

è un rimpianto.
       

Marta

 

River è stato grandioso fin dal primo momento, poi, lasciandoci senza parole per esprimerci, ci ha lasciato. Ma lui è solo andato oltre, ora quello sguardo delicato e penetrante scintilla su in alto e ogni giorno ci segue con lo sguardo: ha capito che anche se non lo conoscevamo gli abbiamo voluto bene e ci aspetta in quel posto speciale, che in questo mondo non esiste.

Irene

  

…che altro aggiungere?

 


 FILMOGRAFIA 

"Real Kids" (1980)

"Fantasy" (1980)

"Seven Brides for Seven Brothers" (1982-83)
("Sette Spose per Sette Fratelli")

"Celebrity" (1984)

"It's Your Move" (1984) (Pilot)

"Robert Kennedy & His Times" (1985)

"Surviving: A Family in Crisis" (1985)

"Explorer" (1985)
Regia di Joe Dante

"Backwards: The Riddle of Dyslexia" (1985)

"Family Ties" (1985)
("Casa Keaton") .
"Stand By Me" (1986)
(Ricordo di un Estate)
Regia di Rob Reiner

"The Mosquito Coast" (1986)
Regia di Peter Weir

"A Night in the Life of Jimmy Reardon" (1988)
(Le Ragazze di Jimmy)
Regia di William Richert

"The Sleepers" (1988)
(Little Nikita) - (Nikita - Spie Senza Volto)
Regia di Richard Benjamin

"Running on Empty" (1988)
(Vivere in Fuga)
Regia di Sidney Lumet.
River Phoenix riceve una nomination all'oscar
come Miglior Attore per la sua sensibile performance.

"Indiana Jones and the Last Crusade" (1989)
(Indiana Jones e L'ultima Crociata)
Regia di Steven Spielberg

"I Love You to Death" (1990)
(Ti Amerò Fino ad Ammazzarti)
Regia di Lawrence Kasdan

"My Own Private Idaho" (1991)
(Belli e Dannati)
Regia di Gus Van Sant.
River Phoenix riceve il premio di Miglire Attore al Festival di Venezia,
per la sua interpretazione nel film "Belli e Dannati"

"Dogfight" (1991)
(Una Storia D'amore)
Regia di Nancy Savoca

"Sneakers" (1992)
(I Signori Della Truffa)
Regia di Phil Alden Robinson

"The Thing Called Love" (1993)
(La Cosa Chiamata Amore)
Regia di Peter Bogdanovich

"Silent Tongue" (1993)
Regia di Sam Shepard

"Even Cowgirls Get The Blues" (1993)
(Cowgirls - Il Nuovo Sesso)
Regia di Gus Van Sant.
"Dark Blood" (1993 - incompiuto)
Regia di George Sluizer.
River muore nei mesi della lavorazione.

 

A River.. e tutti quelli che "sfuggendo" i loro problemi si spengono sul ciglio di una strada.

 




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5 giugno 2006

Dylan Dog

MOSTRUOSAMENTE UMANO

IL MONDO (IN BIANCO E NERO) DI DYLAN DOG

di Luca Imperiale     

"Se è cambiato Dylan Dog?Certo che è cambiato, perché sono cambiati i miei gusti, quelli degli sceneggiatori e dei disegnatori. All'inizio c'era l'horror, lo splatter.. poi sono entrati i temi sociali, politici; si è evoluto ,o involuto.. chissà?Oggi mi piace pensare che sia diventato una sorta di commedia, un Arsenico e vecchi merletti"

Tiziano Sclavi 

 

"Oltre alla fantascienza, l'altra serie del 1986 potrebbe essere Horror.. Secondo me val la pena di tentare!"

Con queste parole, Tiziano Sclavi, in una brevissima relazione presentava il progetto Dylan Dog, all'editore, nella primavera 1985. 

NOVE anni dopo, il sottoscritto impugnata una bibita, sorseggiandola avidamente, dopo aver scavato a fondo nella collezione della cugina, cominciava il ballo, GIUDA BALLERINO!!     

Duecento numeri, 20 anni abbondanti da quell'ottobre 1986 quando un albo dalla copertina nera e dal titolo "L'alba dei morti viventi" fece la sua comparsa nelle edicole italiane. Lo firmava Tiziano Sclavi, lo disegnava Angelo Stano e lo pubblicava Sergio Bonelli, l'editore di Tex.. Fu una scossa: per l'editoria, per il fumetto, per il costume.

Dylan Dog è il nome provvisorio che Tiziano Sclavi dà a tutti i suoi personaggi prima che gliene venga dato uno definitivo.

Nasce dalla passione di Sclavi per il poeta gallese Dylan Thomas, mentre Dog da un libro che vide in vetrina e che si intitolava "Dog figlio di..."

Vediamo un attimo di fare il punto della situazione. Riordinare le fila del discorso..

Dylan Dog è inglese, abita a Londra al 7 di Craven Road (perché Sclavi volle fare un omaggio a Wes Craven, il famoso regista cinematografico creatore di Nightmare e Scream) e fa l'indagatore dell'incubo.

Che?

L'indagatore dell'incubo..

Una volta ha fatto parte di Scotland Yard, ma i casi della vita l'hanno convinto ad abbandonare la polizia per inventarsi questa buffa professione che lui stesso ammette di non comprendere. Ha uno pseudo-assistente, Groucho, una citazione vivente del grande attore comico degli anni Trenta Groucho Marx, un amico-quasi padre, l'ispettore Bloch, sempre sull'orlo della pensione anticipata, un padre vero e misterioso dotato di poteri paranormali..

E poi?

Indossa sempre la stessa "divisa", un paio di Clarks, camicia rossa e giacca nera.. si muove su un maggiolone cabriolet targato DYD 666, odia gli aerei (come il sottoscritto!!), gli alcolici (essendo un ex alcolista), soffre mal di mare e vertigini, suona il clarinetto per rilassarsi, è vegetariano, si distrae montando il modellino di un vecchio galeone che in realtà racchiude un grande segreto, è dotato di un quinto senso e mezzo, usa la buffa espressione "Giuda Ballerino" (Esiste un'espressione inglese analoga: Jumpin' Jehoshaphat… tradotto: Giosafatte Salterino. Giuda Ballerino era anche un'espressione tipica di un amico di Sclavi che traduceva libri di fantascienza per la rivista Gamma. Probabilmente tradusse anche Allamagoosa. Così Sclavi rubò questa esclamazione al suo amico e la regalò a Dylan).

Ha un campanello che invece di suonare urla (come nel film "Invito a cena con delitto") e una tariffa giornaliera di 50 sterline più le spese, che però raramente riceve perché ogni volta s'innamora della nuova cliente che lo ha assunto.

Ora sieta soddisfatti? Si dico a voi, caporedattori!! Sempre lì a dare ordini 'sti due.. Scrivi di questo, scrivi di quello, consegnamelo in tempo, e loro lì a non far niente!!.. Ovviamente sto scherzando (anche perché sennò mi cacciano sul serio, stavolta!!)

Però non ho finito..

Ci sono il mondo, la vita, la realtà.. Ma nell'universo dylaniato, che cosa rappresentano questi tre concetti? “Andrò a scuola... Prenderò la laurea... Mi sposerò... Mio padre morirà (facciamo le corna!!)... Troverò un posto sicuro, impiegato statale... Mia moglie mi tradirà e io non dirò niente, per non far crollare il mondo... E poi?”

Chi compie queste riflessioni è un embrione, l'embrione di un uomo che sta per morire (è troppo difficile da spiegare così su due piedi.. Leggetevi Storia di nessuno n.43 e capirete tutto, FORSE). E poi?

"E poi basta.. Dio mio che orrore.. Eppure vorrei che continuasse questo orrore"

Ecco. Il mondo, la vita, la realtà, sono nelle storie di Dylan Dog un orrore. Anzi, sono l'orrore. L'orrore irrinunciabile dell'incomunicabilità e del disamore, del deserto d'affetti, della ripetizione insensata degli avvenimenti.

Cosa dite?

Ah.. Cominciamo bene?

Beh, in effetti..

Studiato, analizzato, idolatrato Dylan dog è ormai un culto per migliaia (milioni?) di lettori. Dyd non è soltanto il nome di una testata a fumetti. Dylan Dog è "l'eroe di carta e inchiostro più famoso di questi anni" come lo ha definito Angelo Calvisi. Dylan Dog è il personaggio ricorrente di una serie di "romanzi disegnati" che mescolano cinema e letteratura, musica colta e musica leggera, orrori indicibili e languide dolcezze. Anche questo "articolo", dunque, è a suo modo un viaggio..

Un incubo, forse..

O forse un sogno.

Stavolta ho finito, sul serio..

 

DA LEGGERE

74 - Il lungo addio
Ideazione e sceneggiatura :
Tiziano Sclavi
Soggetto:
Mauro Marcheselli
Disegni: Carlo Ambrosini
Copertina:
Angelo Stano
Data : novembre 1992

84 - ZED
Ideazione, soggetto e sceneggiatura :
Tiziano Sclavi
Disegni: Bruno Brindisi
Copertina:
Angelo Stano
Data : settembre 1993

 

 

 




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3 maggio 2006

Luca Imperiale presents

Achilli della postmodernità

Di Luca Imperiale

 

 

Leggende? Chissà? E ancora da vedere… comunque questo  tipico spazio dedicato a miti del passato e ad eroi del presente, per questo mese sciopererà a favore di una piccola pubblicità di questo nuovo scrittore in erba, di quell’uomo che poi è infine anche il curatore del medesimo spazio (cioè io); non me ne vogliano i caporedattori, e se me ne vorranno… chissenefrega!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Questo romanzo era un foruncolo che faceva male, andava fatto sanguinare e pulito

 

 

Tutto ebbe inizio un paio di anni fa… a quei tempi non me la passavo tanto bene; me ne restavo ore e ore a guardare fuori della finestra della mia camera d’albergo, in cerca di ispirazione fissando la tela bianca. DRIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNN, il telefono squilla, DRIIIIIIIIIIIIIIIIINNN, squilla, squilla e squilla, “lo lascio squillare ?” – “No, no magari è… ma no, che dico? con lei è finita, ha trovato la pace interiore con quell’altro… però forse c’ha ripensato, vuole tornare con me…” DRIIIIIIIIIIN, DRIIIIIIIIIIIIIIN.

 

Prima di conoscere Artemisia ero una persona con degli interessi, non che le donne non mi interessassero, ma vivevo della mia arte… sai com’è l’arte redime il suo artista…

Lasciate che mi presenti, trentatre anni, professione pittore, o meglio fallito in erba, e sono sbronzo di vita; non ho mai venduto un solo quadro, e mi sono sbronzato il giorno (o meglio la sera) della mia unica mostra. ‘Sti critici da quattro soldi giudicano i miei dipinti troppo violenti e crudi; CHE SI FOTTANO!!!

Una volta convivevo con Artemisia, ma lei un giorno se ne è andata con un ingegnere belloccio e pieno di grana, ed io lì… con la mia solitudine a scolare litri di vino e birra scadente danese… non sono un alcolizzato però, sono un artista; Bukowski diceva : - Non essere depresso se la tua donna ti ha lasciato, ne troverai un'altra, e ti lascerà anche quella -, che si FOTTA PURE BUKOWSKI. DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIINN, DRIIIIIIIIIIIIN… Sarà un altro invito da quelli della tribù snob, quegli aspiranti scrittori, poetuncoli da quattro soldi, e frocetti, per giunta; il mio esistenzialismo a volte mi distrugge, ma spesso sono la prima persona ad esserne depresso… DRIIIIIIINNNNNNNN.

“Sì?”

“Luke?”

“Che vuoi?”

“Sono Salvator!”

“’ZZo vuoi?”

“Niente, stasera si va tutti, in quel locale sulla 66esima a sentire un reading delle poesie di Ginsberg, sei dei nostri.”

Odiavo Ginsberg un vecchio santone, pseudo poeta mangia cereali, e cosa ancor più sorprendente per gli altri, odiavo Kerouac, la beat generation ed i reading di poesia, quei salottini frequentati da pseudo intellutuali che si chiudono nel loro mondo persi nei loro quotidiani deliri poetici insomma, io e la mia arte ci bastavamo…

 

“Allora ci sei ancora? Vieni?”

“NO grazie andate pure senza di me, ho ancora molto lavoro da fare…”

“MMM sei sicuro?”

“Sì assolutamente, a presto!”

“Ok, ciao!”

“Stronzo” pensai tra me e me… “mi rimetto a letto”, pensai ancora, forse dopo un buon bicchiere e una buona dormita mi verrà l’ispirazione… dipinti violenti, bahh, manica di coglioni, neanche sanno cos’è la violenza!!

Fissavo la maschera africana attaccata al muro, viaggio in Kenya con il mio amico Giusy, a fotografare elefanti, per una campagna contro i bracconieri; pagavano bene almeno… avrei dovuto scrivere la prefazione di un certo libro… ah già perché scrivo anche, ogni tanto, a tempo perso…

Tracannai due bicchieri di vino, mi accesi una sigaretta; e pensai: “Che vita di merda” Non viaggiavo più, la mia donna mi aveva mollato, ma soprattutto non dipingevo più… e non avevo amici, beh qualcuno c’era… ma le persone che frequentavo di tanto in tanto, non potevano considerarsi amici…

Sicuramente li avrei rincontrati tutti nel loro viaggio nella mediocrità.

 

A Jack e al mo cuishle…




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3 aprile 2006

Odori di spirito adolescenziale

Teen spirits

La vera storia degli Alchemyq

 

 

 

Di Luca Imperiale e Roberto Ottolino

 

 

Fumo di sigaretta e lunghi capelli confusi nel delirio frenetico delle Vic Firth; dita piene di anelli che scivolano sicure ed energiche sulle quattro corde; la camicia strappata sul petto nudo esposto alla fame del pubblico, già ebbro del torrenziale fiume di decibel. Il led rosso che non smette di pulsare, le valvole che gemono di rabbia in un ruggente orgasmo di watt, le pelli tese allo spasmo, le corde continuamente stuprate dalla furia del plettro.

Questi erano gli Alchemyq: non potrò mai ricordarli in modo diverso.

 

Tutto cominciò durante una lezione di storia come ce ne sono tante; li vedevo seduti, loro tre, visibilmente annoiati e già inseparabili, ognuno intento a fare altro: Luke leggeva avidamente “On the road”, perso nel suo quotidiano delirio a stelle e strisce; Fancisco sorseggiava sottobanco una Heineken ascoltando un vecchio disco dei Sex Pistols, sognando di cavalcare la sua chitarra purosangue come Steve Jones: GOD SAVE THE QUEEN!

Roy aveva già finito di spennare a poker i due gonzi del banco avanti; tutto come al solito, insomma. Fu in quel momento che ebbe l’idea di fondare una band, lui e gli altri inseparabili compagni: il temibile professor Padovani stava discorrendo di magia ed alchimisti…

Stop! Alchimisti: sarebbero stati i nuovi alchimisti del rock!

 

Sul nome, Alchemyq, furono tutti e tre d’accordo, meno su chi sarebbe stato il leader. Decisero che Francisco sarebbe stato il virtuoso carismatico da consacrare alle folle, Luke il batterista dannato, bello e senz’anima, Roy la silenziosa guida nell’ombra, genio visionario e tormentato.

Ancora ricordo quel 16 Novembre di tanti anni fa, quelle note ancora acerbe ma già impressionanti che scaturivano dalla saletta del loro liceo. Durò poco: dopo un paio di mesi tentarono di soffocarli, chiudendo la sala per farvi un’altra palestra. I tre dovettero chiedere asilo al loro vecchio amico Serge, che accettò di diventare il loro mecenate e li ospitò presso i suoi studi di St. Peter Park, colpito dall’incredibile talento dei tre.

 

Se ne accorsero anche alla loro scuola, pentendosi di averli allontanati, e li invitarono alla prestigiosa kermesse di fine anno insieme alla guest star Max Ceciolo, famosissimo pianista jazz italoamericano. Il rifiuto fu immediato ed inappellabile. Solo una cosa avrebbe potuto far loro cambiare idea: il calore e l’affetto dei vecchi fan. Alla fine accettarono.

Ancora mi riecheggiano nella mente le note della loro musica sublime. Fu un enorme successo, ma finì tragicamente troppo presto: dopo appena venti minuti Francisco si accasciò privo di sensi sul palco sbronzo di whisky e rock, colpito da un coma etilico. All’apice del successo gli Alchemyq furono costretti a separarsi nell’attesa che Francisco vincesse la sua battaglia con il peggior nemico che una rockstar possa avere.

 

Almeno trecento persone si assiepavano davanti ai St. Peter Park Studios, quasi un anno dopo: ragazze da sogno si strappavano i capelli, disposte a fare qualunque cosa pur di varcare quella porta, mentre i membri della loro cover band li acclamavano a gran voce, sfoggiando la t-shirt ufficiale del gruppo: gli Alchemyq erano tornati!

Qualche sera dopo sarebbe nato il loro più grande successo. Nacque tutto per caso, durante uno dei soliti sfrenati party a casa di Francisco. Luke fumava distrattamente la sua ennesima Camel mentre Jo, la sua groupie preferita, gli leggeva una raccolta di ballate irlandesi; Francisco strimpellava invece pigramente a bordo piscina la sua chitarra, per una volta acustica, insieme a Cloe, la sua donna: partì come un gioco, diventò un successo: era nata “Molly Is Alive”.

 

Gli alberi fioriti di Primavera furono la cornice del loro album, realizzato insieme ad uno dei più richiesti produttori di allora: Alex Tokyo, già al lavoro con gli Unforgettable Fire di Andreas Gentle, loro grande amico e rivale, e con il virtuoso percussionista di origini castigliane Manuel de la Vega. L’immediato successo in classifica contribuì a rendermi ancora più impaziente di vedere finalmente di nuovo gli alchimisti all’opera sul palco.

Il 25 Aprile di quell’anno così bello e così maledetto ero uno dei 25.000 che assiepavano il Joe’s Garage, per un concerto destinato ad entrare nella leggenda. Accompagnati da ospiti straordinari come Andreas Gentle alla seconda chitarra, la vocalist Tina Nuzzo e per l’occasione Sander Beat alla batteria, per permettere a Luke di calarsi alla perfezione nei suoi nuovi panni di vocalist, i tre eseguirono tutti i loro classici e chiusero nel delirio generale con la trionfale “Molly Is Alive”, con il nuovo, strepitoso duetto di Luke e Tina.

 

Sembrava l’inizio di una nuova gloriosa stagione, ma finì troppo presto. Non posso dimenticare quel maledetto trillo che mi annunciò che Francisco era stato trovato esanime, soffocato dal suo stesso vomito, e la voce disperata di Cloe, la donna che più di tutte lo aveva amato, sempre al suo fianco nella sua battaglia. Ma ormai era tutto finito, e Francisco quella battaglia l’aveva persa.

Curai personalmente l’organizzazione del concerto tributo a Francisco, unica occasione in cui venne suonata “Lady Of My Dreams”, ultima fatica rimasta incompiuta e dedicata a quella donna ideale che tutti cercano e che forse Francisco aveva trovato in Cloe. C’ero anch’io il giorno in cui Roy e Luke giurarono in lacrime, sulla tomba piena di fiori, che gli Alchemyq erano morti insieme a lui.

 

Così finisce la storia della band che più di tutte ho amato, e a chi si chiede chi sono… risponderò: “semplicemente il più grande fan degli Alchemyq, sin da quando li ho visti nascere tra i banchi di scuola snobbando le mie lezioni di storia per inseguire i loro sogni di giovani spiriti.”

 




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6 marzo 2006

Bruce...

LA NOTTE IN CUI HO SCOPERTO IL “BOSS”

Il mio tributo a Bruce Springsteen

Di Luca Imperiale

Eccomi lì, tredicenne, con gli occhi sbarrati, intento ad ascoltare “Senza averti qui” degli 883
come se fosse una specie di mantra adolescenziale utile a calmare il folle desiderio di soffiare Gi*****, la più carina della classe, a quel tesoro sciropposo e pieno di grana che era il bel fusto eroe e capitano della squadra di basket. Sognavo ad occhi aperti di portarla da Frullallà* a bere il frappè di fragole della signora Patty. E baciarla sino a consumarci le labbra.
ZZZRRRIIIPP!! Il suono del lettore cd che si era impallato mi strappò da quel momento di tenerezza.
Il ragazzo di mia cugina, più grande di me di dieci anni, sul punto di commettere un omicidio, stufo di sentire “Sei un mito”  prese prontamente il cd e lo scaraventò con violenza nell’abisso di disordine della mia stanza.
<< Basta >> sibilò, << non ne posso più di sentire questa schifezza! >> Io sedevo lì profondamente inferocito come solo gli adolescenti sanno essere, tornando alla realtà.
Lui afferrò un disco dalla sua collezione e lo mise su: << Senti questo... tu sei meglio di quella roba: non devi ascoltare schifezze solo perché lo fanno gli altri? >>
”Ok, stronzo”, pensai “mettilo su sentiamo”.
La musica iniziò – Chitarra, basso, batteria e un imbecille in pena che canta “Baby questa città è una trappola mortale, un inno al suicidio”.
”Merda” pensai “questa è musica per fighette.” La canzone proseguì “…dobbiamo uscirne, finché siamo giovani, perché i vagabondi come noi, Baby, sono nati per correre…”
Le parole cominciarono a riempire la casa; non si sentiva roba del genere alla radio e mano a mano che la melodia si diffondeva cominciavo ad abituarmi. CAZZO! e mi piaceva pure. Era un suono a cui non avevo mai prestato attenzione prima, a causa della mia innata paura per Woodstock & Co.
Non me ne fregava niente di Terry, di una dolce e infuocata estate, di un lento sulla spiaggia di Stocktong Wing!
Avevo bisogno di spazio da riempire, di chitarre distorte, feedback e parole. PAROLE con un significato, SUONI con un significato!!
Mi ritrovai a rovistare, a scavare selvaggiamente nella collezione di dischi di M., il ragazzo di mia cugina, come fosse un tesoro appena raggiunto, una scoperta monumentale che nessuno soprattutto tra i miei coetanei poteva conoscere o capire.
Ascoltai di tutto: Bob Dylan, Mozart, Brahms. TUTTO QUANTO!! Non ne avevo mai abbastanza. Ero diventato una specie di tossicodipendente e soprattutto una spina nel fianco di M.
Volevo sapere tutto quello che aveva fatto, imparare tutto ciò che non sapeva quello schifoso borghese appassionato solo di basket (il bel fusto!). Mi preparavo a corteggiare quella stupenda ragazza, anziché ai tavolini di una gelateria, in pieno sole, nel paesaggio notturno dei miei sogni di adolescente.
Così iniziò la mia ascesa (o discesa) nell’abisso dell’apprendimento alternativo.
Un giorno M. mi diede un cd che sarebbe diventato la mia colonna sonora, che mi sarebbe entrato in testa, mi avrebbe logorato come un cancro al cervello.
Il titolo “Born to run” la diceva lunga. Il disco racconta di come si sta bene in nessun posto. Una perfetta esibizione di rabbia, frustrazione dolore e gioia..
All’epoca avevo circa quindici anni e la ragazza stava svanendo dai miei sogni.
Non avevo più bisogno di lei.
Volevo uscire nel mondo, vedere, fare e muovermi.
Avevo bisogno di vagabondare quando e dove volevo!
Non volevo tornare a casa – a cinquant’anni – alle 17.37 del pomeriggio. accarezzare il cane, sedermi davanti a bistecca e insalata a guardare il mio programma preferito a Milano o chissà quale altro ombelico dell’universo.
Una bella vita sicuramente… ma sapevo che non mi apparteneva: questo grazie al ragazzo di mia cugina e a quell’italo-americano (la mamma, Adele Zerilli è siciliana) di nome Bruce Springsteen.
Avevo trovato gli insegnanti (di lì a poco mi sarei imbattuto in un libro dal titolo “Sulla strada” di un tale Kerouac ) e la colonna sonora per la mia vita.

Parla il “Boss”
“Non era mia intenzione riempire le canzoni di automobili e ragazze, ma poi ho visto che Chuck Berry aveva fatto la stessa cosa. E’ un po’ come gli spaghetti-western!”
“Il mio mestiere è quello di arrivare in una città, urlare alla gente di non mollare e sparire subito”
“Le cose che rendono eroica una vita sono quelle che capitano fra le mura di casa, spesso in cucina”
“I miei dischi sono una raccolta di piccoli eroismi”
“La celebrità è solamente uno scherzo di cattivo gusto”
“Alcuni hanno criticato ‘Born to run’ giudicandolo un disco di fuga, mentre in realtà parla di una ricerca interiore”
“Puoi dire di aver raggiunto il massimo del successo solo quando diventi una domanda in un telequiz”
“Questa città è piena di perdenti e per vincere dovrò andarmene”

“Fregarsene del futuro sarà forse un audace spacconeria ma un giorno, forse, sarò l’unica persona che conta veramente”

BRUCE SPRINGSTEEN, “The BOSS”

DISCOGRAFIA

1973 - Greetings From Asbury Park N. J.
1973 - The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle
1975 - Born To Run
1978 - Darkness On The Edge Of The Town
1980 - The River
1982 - Nebraska
1985 - Born In The USA
1987 - Tunnel Of Love
1992 - Human Touch
1992 - Lucky Town
1992 - MTV Plugged
1995 - The Ghost Of  Tom Joad
Bruce Springsteen - Another Side Of  Bruce Springsteen
Bruce Springsteen - The rising (OK)
Bruce Springsteen - The Essential
Bruce Springsteen - Devils & Dust


   *(“Frullallà”, per chi non lo sapesse, è una gelateria di Ostia, forse non la più buona, ma sicuramente un pezzo del puzzle della mia infanzia).

 




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1 febbraio 2006

Leggende

 

HOLLYWOOD BABYLONIA

La fabbrica dei divi

 

   Secondo l’etimologia greca “MITO” significa racconto, favola, leggenda.

   I Miti sono le più antiche forme di narrazione: ogni comunità umana ha creato dei Miti, anche prima della nascita della scrittura. Dal momento in cui quest’ultima si afferma, e con essa la letteratura, il Mito ha perso il suo carattere originario di racconto collettivo per divenire espressione dell’autore. La maggior parte dei Miti dell’antichità ci sono giunti attraverso opere letterarie (Iliade, Odissea); il Mito è dunque un racconto esemplare che narra vicende significative per l’esperienza dell’uomo.

   Prendete il Mito di Icaro o di Prometeo, sono esaltazione del coraggio dell’uomo e insieme ammonizione a non voler sfidare le leggi della natura e degli dei.

 

   Oggi il Cinema ha fatto rivivere i Miti antichi, creando a sua volta i propri Dei.

   Già, perché alla base del ‘divismo’ è la creazione di personaggi in cui, come nel Mito, si riconoscono tutti… Il divismo nasce in Europa quasi per caso, ma è negli USA (guarda caso) che viene sfruttato fino a diventare un’industria (lo “Star-System”… ne avrete sentito parlare).

   I Produttori cominciano a creare dei ruoli fissi per gli attori (il buono, il brutto, il ribelle) che possono essere sfruttati in film diversi.

   Vi ricordate lo slogan della metro Goldwin Mayer? Si … quella con il leone che ruggisce “più stelle che in cielo” …a buon intenditor…

   Da Omero a Spielberg il salto è facile: la potenza e l’invulnerabilità di Achille in RAMBO, SUPER MAN, TERMINATOR; l’eroe errabondo e solitario di Ulisse in EASY DRIVER e APACALIPSE NOW e nei film western; la ricerca del Santo Graal in INDIANA JONES.

   Ma è l’effetto morte a fruttare milioni di dollari, perché la morte prematura a cui sono andati incontro molti personaggi dello spettacolo (Marilyn Monroe, James Dean, Elvis Presley, Bob Marley… proprio lui… “quello delle magliette!”) ha rappresentato un valore aggiunto dal punto di vista economico.

   Anche per la creazione del Mito essa è un vantaggio: l’immagine del Divo non potendo essere modificata entra di diritto nel Mito – così le Stelle continuano a “brillare” anche dopo essersi spente.

   Come?...

   Ma è semplice: sottoforma di jeans, t-shirt, bambole, slot-machine, gudget e bottiglie…

 

   DIVINO!!!

   W LO STAR SYSTEM…

   W LA FABBRICA DEI DIVI…

 

Di  Luca Imperiale   




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16 dicembre 2005

Leggende

 

 

 

“L’ESSENZA DELL’ASSENZIO”

TORNA IL LIQUORE MALEDETTO

 

Edgar Degas “L’Absinthe”

 

“L’alchimia liquida che addormenta la lingua, infiamma il cervello, scalda lo stomaco e trasforma le idee”.  Così Hernest Hemingway descriveva l’assenzio. Il liquore verde brillante che fu fonte di ispirazione dei poeti maledetti e protagonista, discusso, delle notti bohemiennes parigine di fine Ottocento.

Dopo essere stata messa al bando in mezza Europa, la magica bevanda torna a deliziare i “maledetti” del nuovo millennio.

ALLUCINAZIONI, visioni multicolor, eccitazione, “uno stato di splendida follia” a dar retta a Rimbaud, che sotto l’influsso dell’elisir scrisse le sue opere più celebrate come “Una stagione all’inferno”: sono gli effetti del liquido tratto da una pianta (l’Artemisia Absinthium) che ispirarono i versi dei poeti e le acrobazie cromatiche degli artisti.

Degas, Gaugin, Toulose-Lautrec, Manet, Van Gogh (che sotto il suo influsso si mutilò un orecchio*), Picasso (cui dedicò “Il bicchiere d’assenzio” nel 1911) ne erano consumatori accaniti.

Oscar Wilde scriveva: “Un bicchiere d’assenzio… non c’è niente di più poetico al mondo. Che differenza c’è tra un bicchiere d’assenzio e un tramonto?”

Fu così che la bevanda diventò mito.

Prima simbolo dell’arte bohemienne di fine Ottocento, poi del Decadentismo del Novecento, quando entrò in clandestinità per le sue proprietà tossiche.

A riportare in vita la Fata Verde è bastato qualche segnale lanciato dall’immaginario cinematografico. In “La Vera Storia di Jack lo Squartatore” Jhonny Depp, nei panni dell’investigatore Fred Abberline, ricorre alle visioni oniriche dell’assenzio per scovare il serial killer.

Tra gli ammiratori di oggi, i Bluvertigo, che gli hanno dedicato il brano presentato a Sanremo, e lo scrittore Andrea Pinketts ( “L’assenza dell’assenzio” appunto).

Bere l’assenzio è quasi un arte; e la preparazione un rito. Fondamentali le dosi: una parte di assenzio e cinque di acqua. Si mette il liquore nel bicchiere, su un cucchiaino forato (a ponte), si adagia una zolletta di zucchero sulla quale si versa qualche goccia del liquore e la si ‘brucia’. La bevanda assume un colore chiaro.

Nel secolo scorso si aggiungeva il laudano, un antidolorifico per animali, oggi fuorilegge.

 

*Van Gogh si mutilò un orecchio in seguito ad un litigio con l’amico Gaugin… Chissà che non sia stata una bevuta eccessiva di assenzio a scaldare gli animi?

 

 

   LUCA IMPERIALE

 

 

 

        

    ECCO I BISONTI    (Di Luca Imperiale)

 

“Ecco i bisonti disse il Grande Spirito.

Essi saranno vostro cibo e vestiario.

Ma quando li vedrete perire e sparire

dalla superficie della terra, allora saprete

che la fine dell’uomo rosso è vicina

e che il sole tramonterà per essi.”

                          LAKOTA (Sioux)

 

L’ultimo grande massacro di pellerossa a Wounded Knee, avvenne nel 1890, come pure l’uccisione Di Tatanka Yotanka, Toro Seduto, mentre Geronimo, dopo circa 40 anni di guerriglia morì prigioniero di guerra nel 1909, nemmeno cent’anni fa.

Oggi i discendenti dei fieri guerrieri che si sono opposti alla prepotenza e alla rapacità dell’Uomo Bianco sono rinchiusi in piccole riserve che a volte sono poco più che fazzoletti di terra, e assai spesso vivono una condizione di degradante marginalità all’ombra delle opulente metropoli dell’America Bianca. Questo sopravvivere testimonia che gli Indiani non sono scomparsi e pur in condizioni completamente diverse rispetto ai secoli precedenti quelle culture non sono cancellate, e anzi racchiudono in sé valori tutt’altro che superati e che vale la pena di conoscere.

 

  

   VISIONI DI PEYOTE

 

“Stavo guardando il bottone

vidi un’aquila

dalle ali distese

ogni piuma

aveva un segno             mi guardò

ma io stavo guardando

attorno a me

domandandomi

se stesse scomparendo

poi

quando guardai da un’altra parte scomparve”

                                         (Winnebago)

 

 

   CHE COS’E’ LA VITA?

 

Che cos’è la vita? È la luce di una lucciola nella notte.

È il respiro di un bisonte in un’alba invernale.

È una piccola ombra

che corre sull’erba e si perde nel tramonto

                              SIKSIKA (Blackfeet)

 

   Per le poesie vi rimando a “Canti, Miti, Narrazioni, Preghiere degli Indiani d’America” a cura di Walter Pedrotti.

 




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28 novembre 2005


 

 

 

Jack Kerouac: storia di un povero diavolo (o angelo?)

 

 

 

 

La prima volta che ‘incontrai’ Jack Kerouac fu un pomeriggio di diversi anni fa…

 

   Mi aggiravo tra gli scaffali di una libreria che vendeva roba usata dietro casa: stavo cercando il solito libro appioppato per le vacanze dai Professori (di cui non ricordo neanche un titolo). Prima di allora non Lo avevo mai sentito nominare – tantomeno a scuola. (gli insegnamenti di Maestri come Lui, Corso, Ginsberg e Borroughs non si trovano in nessuna scuola che io conosca).

   Gettai per caso l’ occhio sull’ immagine di una copertina consumata dal tempo e da qualche mano desiderosa di vagabondare macchiata di non so cosa. Niente di particolare, soltanto una Pontiac distrutta e cartelli stradali. Il titolo – “On the Road” – mi incuriosì… Così incominciai furtivamente a leggerne le prime pagine: “Jack Kerouac nasce a Lowell, una cittadina industriale del Massachussets il 12 marzo 1922…” niente di speciale (pensai). A colpirmi fu il rapporto della Marina Militare che costò il congedo anticipato all’ allora 21enne aspirante scrittore. Si parla di forti tendenze schizoidi, abuso di alcool, idee suicide, eccessiva inclinazione alla masturbazione… si… avete capito bene… eccessiva.

   Insomma: chi era questo tipo strambo dal cognome francese quasi impronunciabile per la mia lingua di adolescente? E soprattutto cosa voleva da me? Sembrava come se l’ anima dello scrittore fosse imprigionata nel libro… come se Kerouac mi chiedesse di portarlo con me per un ultimo viaggio.

 

   Henry Miller disse di Lui: “Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra amata prosa che essa non potrà mai più rifarsi una verginità”.

   Aveva ragione. La sua scrittura  è intensa, chiama le cose con il loro nome e si ferma all’ essenziale; non cerca la suggestione né l’ effetto emotivo particolare.

   Fino ad allora le mie uniche letture ‘impegnate’ erano state “La fattoria degli animali” di George Orwell e una biografia di Kurt Cobain. Così il libro passò dagli scaffali impolverati della libreria alle mie avide mani. Ero un adolescente che si affacciava al sesso: stavo perdendo la mia verginità. Da allora “On the Road” ha cambiato il mio modo di vedere le cose.

 

   Negli anni 50/60 Kerouac fu eroe emblematico di quella “Beat Generation” alla quale ha dato il nome; l’ aggettivo “beat” vuol dire sì battuto, sconfitto, emarginato, ma più di ogni altra cosa vuol dire ‘beat-itudine’, che proprio Lui ha cercato per tutta la vita senza mai trovarla, e di cui, invece, Dean Moriarty (al secolo Neal Cassady) protagonista del romanzo pare maestro.

  

   Kerouac si fece portavoce dei sogni di due e più generazioni; sogni di ribellione, sogni di viaggi, ma soprattutto sogni di fuga da quella società ormai degradata dal consumismo… lo stesso consumismo di cui oggi Jack Kerouac è vittima: più mitizzato che conosciuto! alla stregua di “Che” Guevara, Einstein, Marilyn Monroe e la “Gioconda”. Già perché quando un’ immagine viene riprodotta migliaia di volte, diventando riconoscibile a tutti, entra nel mito: pensate ad Andy Warhol che ha reso ”icona sacra” un barattolo di fagioli!!! Dunque non c’ è da stupirsi se oggi Kerouac ha “battezzato” centinaia di bar e “venduto” milioni di Levi’ s. L’ apice lo ha raggiunto il ‘solito’ Johnny Depp (non me ne voglia) che ha sborsato 10mila dollari per un Suo impermeabile!!! Roba da pazzi!!!

 

   Non ho ancora capito chi fosse Jack Kerouac e forse non lo capirò mai. Ma cosa potrebbero dirvi - ancora - professori, saccenti, biografi (qualsiasi riferimento a Fernanda Pivano è puramente casuale…) su questo angelo (o diavolo?) che una volta camminava tra noi, anche se, forse, ad un passo da terra?

 

 

 

      Ps: Jack Kerouac – nato nel 1922 a Lowell – è morto nel 1969, in Florida, di cirrosi epatica.

 

 

 

Luca Imperiale 




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