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17 gennaio 2007

I racconti di Bova

 

IL REGNO DI NESSUNO

E LA BELLA ALESSANDRA

…storia di un popolo dove i bambini

non potevano ridere

 

di Francesco Bova

 

 

Capitolo 3

Leandro, figlio di Arcibaldo

 

Le città del Regno di Tutti erano così diventate non solo le più disciplinate del mondo, con il popolo che doveva rigare diritto e composto come un soldatino di piombo, se no erano multe salate e giù randellate sulle teste più calde, ma anche le città più noiose per i bambini costretti a studiare ben dieci ore al giorno.

Studiare e poi dare una mano nei campi o nelle fabbriche e, in alcuni casi, per i più grandicelli con la prima peluria sotto il naso essere costretti  a marciare con le guardie del re.

Tutti i giochi e tutti i sogni furono severamente vietati.

Guai grossi come una balena bianca per chi osava trasgredire la legge: dapprima c’era la prigione e, nei casi più gravi, anche l’impiccagione e poi lo squartamento.

Ma un giovanotto di quel regno così ordinato e così monotono, che aveva consumato un grave delitto fantasticando ad occhi aperti durante una cerimonia ufficiale e riuscì ad infischiarsene di tutti i divieti in barba ai gendarmi del re.

Strana espressione questa perché né i gendarmi né il re portavano la barba.

Come fece?”,

vi chiederete.

Lasciatemi raccontare, bambini miei.

Stendete bene le orecchie per catturare le parole come si fa quando con un retino si catturano le farfalle.

Quel giovanotto – ascoltatemi in silenzio – si fece assumere come primo commesso nella biblioteca reale e, con la scusa di controllare l’archivio dei libri, scendeva spesso nei sotterranei, là dove erano ammassati i libri proibiti.

Sottoterra, in silenzio, alla luce di una candela il nostro giovanotto era l’uomo più felice della città e ben presto fece pure amicizia con una famigliola di topi che dimorava laggiù, non tanto per amore della lettura quanto per la sicurezza del posto. 

Un editto del re – dovete sapere -  aveva dichiarato lo sterminio dei topi e loro, un po’ per fortuna e un po’ per sfottò, avevano deciso di vivere proprio nella biblioteca reale.

In pochi mesi il nostro giovanotto aveva letto decine di libri di favole, romanzi di avventure e storie di innamorati.

Storie con parole che ti facevano ridere e piangere. Storie che ti lasciavano un languorino nella pancia, non di fame ma di commozione.

Poi un bel giorno, nell’angolo più buio del sotterraneo, il giovanotto trovò una cassa di ferro. Il nostro amico, primo commesso, forzò la serratura, aprì la cassa e con gran meraviglia ne trasse fuori un bauletto di legno con stupende incisioni dorate.

“Deve essere un tesoro!”,

mormorò a bassa voce e mai avrebbe immaginato di trovare all’interno del bauletto un’altra scatola.

Aprì freneticamente anche quella e, stupore, trovò all’interno una mappa geografica e un vecchio libro intitolato “Il Regno di Nessuno e la bella Alessandra”.

Il giovanotto si guardò alle spalle impaurito, aveva sentito un rumore, ma erano stati i suoi amici topi, intenti a gustarsi un vecchio manuale di economia politica. Il nostro giovane amico sorrise e iniziò la lettura di quel libro dallo strano titolo.

“Questa deve essere una storia di amore

disse sottovoce, rivolgendosi ai signori genitori topi concentrati a rosicchiare il frontespizio del Capitale di Carlo Marx.

“C’era una volta un re che regnava sulla terra di nessuno. Questo re aveva cento nomi ed era nato almeno cento volte…”.

Dopo aver letto la prima frase dell’opera –qualcuno più istruito di me direbbe l’incipit – il nostro giovanotto, che d’ora in poi chiameremo Leandro, figlio di Arcibaldo e di donna Celeste, si addormentò di un sonno profondo come è profondo l’oceano e duro come sono dure le pietre delle Montagne Nere.

Dovete sapere –bambini miei– che il nome del nostro giovane amico significa uomo dolce. E ci fu un tempo assai antico, quando ancora volavano gli ippogrifi, che un Leandro si innamorò perdutamente di una bellissima fanciulla che, ogni notte, raggiungeva a nuoto su una terra fatata.

Ma il nostro Leandro, oltre alla dolcezza del nome, aveva anche la forza e la franchezza d’animo del padre; mentre la mamma sua gli aveva donato, prima di ritornare ad abitare i cieli, un sacchettino pieno di polvere di stelle che lui custodiva gelosamente in un cassetto segreto nella vecchia scrivania della sua casa.

Questa polvere di stelle era il tesoro di famiglia, ereditato dalla mamma della mamma della mamma della trisavola della nonna.

Dunque, un tesoro antichissimo.

La polvere era stata raschiata dalla coda di una cometa che aveva sorvolato il mondo da vicino, lasciando anche una polverina luminosa su alcune nuvole abitate dagli antenati dell’antica famiglia di donna Celeste.

Bastava passare un dito nella polvere e poi ripassarlo sugli occhi che le palpebre diventavano subito pesanti e, poco dopo, ti addormentavi per entrare nel mondo colorato dei sogni.

Provate bambini miei, piccoli amici stretti all’interno del cerchio magico, a premere gli indici sugli occhi.

Quelle luccioline, quelle stelline, quei cerchi luminosi sono le sorelle delle luci magiche che Leandro, prima di addormentarsi, vedeva ogni volta.

La famigliola di topi, composta da papà, mamma e tre topini, continuava indisturbata a rosicchiare le pagine di un nuovo libro proibito – un’opera di un certo Wilfredo Pareto – e la candela di Leandro si era ridotta ad un moccolo di cera che sprigionava una fiammella sempre più piccola.

 

Capitolo 4

Il divieto di sognare

 

Le ore del pomeriggio lasciarono il posto alle ore della sera e le lancette dell’orologio della Biblioteca Reale segnarono dapprima le cinque, poi le sei e così via.

Alle otto i guardiani e i commessi della biblioteca, spente le luci in ogni sala, chiusero il pesante portone di ferro del palazzo dall’architettura in stile gotico..

In quella sera di novembre la luna uscì da dietro le nuvole stiracchiando timidi raggi che allungavano paurosamente le ombre degli alberi e delle case. Le ombre dei lampioni si proiettavano minacciose sulle pareti dei palazzi, formando un esercito di soldati magri e altissimi, mentre i rami degli alberi, mossi dal vento, assomigliavano ad artigli di rapaci pronti a ghermirti.

I cittadini del Regno di Tutti, stanchi del lavoro, dopo aver cenato con pane nero e zuppa di rape e dopo aver recitato lodi e buoni auspici al Re, si addormentarono sfiniti.

La città piombò nel silenzio. Nelle strade non c’era anima viva e anche la luna si ritirò dietro una grossa nuvola, con l’intento di fare uno scherzo al sole. Solo un gallo un po’ pasticcione cantò, ma l’alba era ancora lontana tre giri di orologio.

I bambini del regno non conoscevano il segreto di stropicciarsi gli occhi prima di andare a letto. Nessuno aveva insegnato loro a premere gli indici sulle palpebre. Quei bambini non avevano più nonne e zie che raccontassero una favola o cantassero una ninna nanna che li accompagnasse nella magica terra dei sogni.

I genitori dei bambini del regno sapevano che la legge proibiva certe cose. E così, di anno in anno, il ricordo di certe strofe, le paroline divertenti, i nomi dei personaggi e la trama delle storie furono presto dimenticati.

Anche le persone grandi non conoscevano il segreto di stropicciarsi gli occhi e nessuno, oltre Leandro, possedeva un sacchetto di polvere di stelle: una magia così potente che ti permetteva di sognare un arcobaleno, una fanciulla o una torta di miele e panna.

Dovete sapere  che una grida del Re aveva vietato a tutti i cittadini di sognare:

 

“E’ FATTO DIVIETO A TUTTI GLI ABITANTI DEL REGNO DI TUTTI DI COMPIERE AZIONI MALVAGIE CHE POSSANO INGARBUGLIARE L’ANTICA GEOMETRIA DELLE COSE.

ANCHE FANTASIE, FANTASTICHERIE, INVENTIVE E SOGNI SONO VIETATI, IN QUANTO ATTIVITA’ MENTALI DELETERIE PER LA SICUREZZA DI TUTTI.

COLORO CHE SARANNO TROVATI IN ATTEGGIAMENTI CONTRARI ALLA PUBBLICA DECENZA CON SGUARDI SOGNANTI, OCCHI INCANTATI, LANGUORI, DONDOLAMENTI, DELIRI, SONNOLENZA PSICOTICA ED ALTRO VERRANNO IMMEDIATAMENTE DEFERITI AL TRIBUNALE CITTADINO E PUNITI AI SENSI DELLA LEGGE CONTRO L’ONIRISMO “.

 

Anche questa legge fu dapprima derisa dal popolo perché era impossibile, anche per il re più potente della terra, vietare un’attività umana così naturale come quella di sognare.

E poi, come avrebbero fatto i gendarmi a controllare i sogni delle persone?

I sogni non sono mica palloncini colorati o bolle di sapone che si possono vedere volare nell’aria e poi scoppiare con uno spillo.

Che io sappia – bambini miei correggetemi se sbaglio – i sogni non sono vapori, né fumo che esce dal naso o dall’orecchie di un presunto sognatore. Eppure ci sono, esistono.

Ecco perché si dice che i sognatori hanno la testa tra le nuvole.

Ma avvenne la stessa cosa di quando qualche anno prima nelle scuole del Regno di Tutti si cominciò a discutere sull’esistenza dell’anima degli uomini.

“Se non si vede, se non si tocca e non si sente, l’anima non esiste, come non esiste il Regno di Nessuno. Perché se qualcuno non è, non c’è. E se non c’è il re, non può esistere neppure il regno”.

Così, all’epoca, sentenziarono alcuni pensatori reali che a differenza dei maestri possedevano sul mento, invece di  un pizzetto diviso in due treccine, una lunga barba fluente.

Fu deciso allora di tenere nuovi corsi di educazione  sui principi fondamentali della materia e nelle scuole i bambini impararono a creder solo a ciò che potevano vedere, sentire e toccare.

Dell’anima degli uomini e del Regno di Nessuno non se ne parlò più.

Ma il Re, il Primo Ministro e tutti i Pensatori reali sapevano bene che era un’impresa difficilissima quella di cancellare per sempre nelle testoline degli uomini i sogni.

Anche loro sognavano e non c’era verso di chiudere i rubinetti della fantasia.

Le immagini, appena uno si addormentava  -anche il Re dormiva- saltellando come grilli tra i fili d’erba, forzavano le più robuste serrature e i più grossi catenacci della coscienza.

Come un fiume in piena i sogni rompevano gli argini delle leggi e nell’acqua onirica – tiepida e cristallina - annegavano tutte le parole gendarmi  che, durante la veglia, controllavano le azioni degli uomini.

E, così, accadeva che pure il Re, durante il sonno, chiamasse come un bimbo di pochi anni la sua mamma “Mamma Mimmi!” o  giocasse con i gatti “Maramao, gatto mao!”. 

 




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22 novembre 2006

il Maestro Bova ed i suoi racconti

IL REGNO DI NESSUNO

E LA BELLA ALESSANDRA

…storia di un popolo dove i bambini

non potevano ridere

 

di  Francesco Bova

 

 

2° Capitolo

 

Il Regno di Tutti

 

 

QQQuando un inventore  fabbricò la prima mongolfiera, tutti i re e i capi di stato della terra conosciuta finanziarono una costosa spedizione e scelti i cervelli più brillanti e i cuori più coraggiosi li stiparono ben  bene su quella macchina volante carica di telescopi, di carte di navigazione e di provviste per mille e mille giorni.

Ma quella spedizione di eroi ebbe la sfortuna, dopo aver contato i primi mille giorni, di entrare nel vortice di una enorme tromba d’aria che spinse l’aerostato mondiale tra i raggi del sole, il quale arrostì tutti quei poverini.

In seguito, dopo molti anni di ricerca affannosa e di insuccessi, gli scienziati di quel mondo decretarono che la Terra di Nessuno non esisteva affatto, anzi il governo fece una legge che diceva presso a poco:

 

I deserti, gli oceani, le pianure, le montagne, il cielo e le città sono di proprietà dello Stato, dunque sono del popolo ed esistono solo come proprietà di tutti.

Il Regno di Nessuno non può esistere proprio perché nessun uomo può possedere singolarmente una città o tutti i pesci dell’oceano. Ma se questo regno di nessuno - che non si vede, non si tocca e non si sente, non si compra e non si vende -  dovesse caso mai esistere, allora il buon cuore dei re e dei ministri del mondo lo donerà agli uomini del popolo”.

 

Fatta la legge, gli alti funzionari della corte di quello Stato – lo stato più importante e potente della terra conosciuta- inviarono in ogni angolo del mondo stormi di impiegati che parevano pinguini petulanti, i quali con bella  calligrafia, sul libro di ogni cittadina del Regno di Tutti, riscrissero con un inchiostro di colore rosso bruciato la volontà del re e del  suo primo ministro.

Infatti - dovete sapere -  tutti gli abitanti della terra erano obbligati, una volta al mese a leggere quel librone, che pareva il messale di una chiesa, custodito in una severa sala del Palazzo della Legge.

Alcune teste calde che avevano soprannominato quel luogo il Parlatoio e quel libro il Ricettario, commentarono divertiti la nuova ricetta, pardon la nuova legge:

“Oh bello, ci si fa dono di una ricchezza che non c’è e, se mai dovesse esistere, nessuno da solo potrebbe rivendicarne la proprietà”.

 

E qualcun altro disse:

“Bella forza regalare una cosa che non costa nulla, ciò che è senza prezzo non vale nulla!“.

 

Un altro ancora, con tono canzonatorio, sghignazzò:

“Hanno fatto una legge per affermare che nessuno può regnare su una terra che non esiste, per paura che un simile re, non possedendo nulla, possegga invece tutto il mondo !”.

E così, tra risate e sberleffi, gli abitanti di tutta la terra conosciuta appresero dalla nuova legge il divieto di credere nelle cose invisibili.

E sì, dovete proprio sapere, che dentro le parole delle leggi ci sono degli ordini vivi con tanto di lingua, i quali assomigliano a delle vecchie maestre inacidite. Quelle magre magre, senza petto, con le sottane lunghe e i capelli raccolti dietro la nuca fermati da forcine ramate. Maestre con la voce  acuta che tira pizzicotti alle orecchie dei bambini.

E se un re o un primo ministro ordinano di non credere nel Regno di Nessuno, il verbo ordinare è composto  proprio da una squadra  di maestre severe che costringono tutti gli abitanti, come se fossero gli alunni delle scuole elementari, ad imparare a memoria  lunghe e noiose poesie con la rima baciata.

Così il verbo vietare è composto da un piccolo esercito di gendarmi con il manganello, mentre il verbo punire si riconosce in un gigante incappucciato che rotea paurosamente sulla testa della gente una enorme scure d’acciaio.

Sulle prime, conosciuta la legge, il popolo rise e mormorò:

“Come si possono punire coloro che credono alle favole e come si può vietare la fantasia?”.

 

Ma poi, quando un signore, dopo aver confessato di aver viaggiato in lungo e in largo nel Regno di Nessuno, e un altro signore che affermava di essere un cittadino di quel regno furono manganellati e imprigionati nella Casa degli Insani, tutto il popolo si preoccupò e mormorò con le labbra serrate:

“Oh mamma mia, ma questi fanno sul serio. Allora è davvero un gran reato credere a ciò che non si vede!”.

 

Di più corse la voce che un giovane, in una cittadina ai confini del Regno di Tutti, era stato giustiziato con il taglio della testa perché aveva letto ai bambini di un asilo delle favole e giocato con le parole recitando filastrocche zuccherate.

E fu così che nel popolo s’insinuò una paura fredda e tagliente come una lama di ghiaccio. Ed è per questo motivo, cari amici bambini, che sono costretto ad abbassare la voce per non farmi sentire dalle secche secche maestre inacidite e dai gendarmi tagliatori di testa. E tutti voi miei buoni amici stringetevi, l’uno accanto all’altro, formate un cerchio magico in modo che nessuno possa orecchiare ciò che sto per raccontare.

 

Infatti, dovete sapere quanto segue.

Dopo che l’uomo incappucciato giustiziò con la sua scure ben diciassette persone, tra cui un prete di campagna, una maestrina innamorata con il petto rotondo e pieno, un vecchio marinaio calvo e barbuto, un avvocato insolente che aveva presentato un ricorso alla Corte del Re, un poeta sgrammaticato e un inventore di giocattoli.  E pure un papà che la sera raccontava ai suoi tre gemelli storie con ippogrifi e ippocampi. Dopo tutto questo tagliare di teste, la gente sempre più impaurita si convinse a credere solo a quello che vedeva o che toccava con le mani.

E fu così che ben presto nessuno ebbe più interesse -se voleva vivere tranquillo- a leggere poesie, recitare filastrocche, ascoltare ninna nanne, costruire aquiloni o allevare topini bianchi perché ogni azione degli abitanti il Regno di Tutti doveva avere uno scopo pratico e portare alla comunità del popolo risultati concreti. Cose da toccare con le mani. Cose pesanti che se cadevano facevano rumore.

Per cui i panettieri non fecero più ciambelle dolci ma solo pane scuro e insipido. Il formaggio con i buchi non esisteva più perché il buco della gruviera non serviva a nulla. I sarti confezionarono vestiti tutti uguali – un vestito per l’estate e uno per l’inverno- e le donne dovettero coprire tutto il corpo con una lunga tunica.

E alcune, che vivevano nei paesi più lontani del Regno di Tutti, dovettero pure coprire il viso e nascondere i capelli.

Nei teatri si rappresentavano solo opere di una certa utilità, del tipo: Piano quinquennale per lo sfruttamento della terra; La Matematica e la Ragione; Oltre le divinità; La Fenomenologia della Materia;  eccetera eccetera.     

I contadini coltivarono solo patate e cipolle, i fiorai non vendettero più margherite gialle e rose rosse  ma solo carciofi e rape bluastre. 

Nello stesso tempo, per tutte quelle persone che fantasticavano un po’ troppo, furono create nuove Case degli Insani. E per quei nonnetti che non erano più capaci di educare i nipotini furono edificati anche nuovi Ospizi Governativi

Qualcuno, di cuore più sensibile, preferì nascondere la nonna in soffitta, altri invece denunciarono le zie che la sera riempivano di crema pasticciera voluttuosi cannoli di pasta frolla.

Le Case degli Insani e gli Ospizi Governativi erano delle prigioni speciali, costruite alla periferia delle città e una volta entrato dentro non ne uscivi più. O meglio uscivano solo coloro che avevano dimostrato di non credere più alle favole e che avevano imparato a memoria il Libro della Legge.

Le città del Regno di Tutti diventarono indifferenti, serie, silenziose e gli uccelli canori le trovarono così noiose che decisero di ritirarsi nelle più lontane campagne.

Non c’erano più farfalle. Addirittura un brutto giorno sparì anche l’arcobaleno, perché il colore, secondo la legge del re, non serviva a nulla.

Ben presto, furono chiusi al pubblico i teatri e un inventore, che aveva progettato una strana macchina che proiettava ombre colorate  su un telone bianco, fu dapprima imprigionato e poi giustiziato con il taglio della testa sulla piazza della città più importante del regno.

I commessi delle biblioteche reali tolsero dagli scaffali i libri più pericolosi per la pubblica educazione: “Pinocchio”, “Peter Pan”, “I viaggi di Gulliver”; le opere di un certo signor Omero e di un certo messer Dante Alighieri o Alighiero, un tizio assai strambo dal naso adunco che diceva di essere stato nel Regno dei Morti e che aveva scritto una strana storia che senza alcuna pudicizia aveva intitolato “La Divina Commedia”.

Dagli scaffali furono tolti anche i libri delle preghiere, le storie dei santi e la Bibbia ed il Corano e pure i libri di un dottore che non curava solo il mal di pancia o che aggiustava le ossa, ma che aveva avuto la baldanza di curare il male della psiche, un organo umano che non si vedeva come non si vede l’anima. 

Qualcuno cominciò a ventilare l’idea che neppure i vecchietti servissero a qualcosa e uno di quelli con il cranio calvo e lucido come una palla di biliardo – voi drizzate le orecchie e stringetevi ben bene dentro il cerchio magico –disse gonfiando le parole:

“Ma nemmeno i bambini sono utili!”.

 

Poi, quando gli obiettarono che tutti gli adulti sono stati bambini, lui propose con voce acida e tono risentito:

“Allora mandiamoli subito a lavorare, che si guadagnino il pane!”.  

 

E così, dopo i teatri e le biblioteche, furono chiusi anche gli asili. Infatti, i bambini, appena erano capaci di sgambettare, venivano mandati subito a scuola ad imparare un mestiere.

La geografia e l’astronomia erano insegnate solo ai futuri marinai della flotta reale. La botanica ai futuri contadini. La zoologia agli allevatori e ai futuri macellai. Mentre la ginnastica e le arti marziali erano insegnate ai bambini più robusti per farne poi degli ottimi gendarmi o soldati del Regno di Tutti.  E così via: bambini falegnami, bambini infermieri per aggiustare le ossa e dare le purghe, bambini muratori per costruire i grandi palazzi quadrati del popolo. Eccetera, eccetera.

Le scuole furono chiamate “Scuola del ferro”, “Scuola del legno”, “Scuola dell’agricoltura”, “Scuola della gendarmeria e del buon comportamento”. Eccetera, eccetera.

Mentre tutte le bambine, al di sopra degli undici anni, dovevano seguire un corso scolastico sulla conduzione della famiglia.

Inoltre, tutti i minori avevano l’obbligo di frequentare anche le lezioni della severa “Scuola della Legge”, i cui maestri erano riconoscibili dalla testa pelata e da un pizzetto di barba sul mento diviso in due treccine.

Come potete ben immaginare, il Regno di Tutti era diventato una grande fabbrica di serietà: non si vedeva più un sorriso. Tutti gli abitanti erano impegnati a studiare e a lavorare. Ma non era un vero impegno che discendeva dalla volontà e dal diritto di scegliere che fare della

propria vita, tra cui quello di lavorare poco e di bighellonare tra i prati con le fidanzatine o di catturare le lucertole. Tutti avevano l’obbligo di lavorare e nessuno poteva giustificarsi con il male di pancia o con il raffreddore.  Tutti lavoravano dieci, dodici ore al giorno. E pure la domenica. Ben presto si dimenticarono delle feste. E a che cosa servivano i giorni festivi se non c’era nulla da fare: non si poteva cantare, né ballare né mangiare a crepapelle. Anzi, i bambini e gli uomini obesi dovevano essere puniti e rieducati. La pancia, la mani grassottelle, il faccione pieno e roseo indicavano una scarsa propensione al lavoro. Una personalità viziosa, aveva scritto uno dei consiglieri del re, presidente del Comitato per la repressione del vizio e la promozione delle virtù..

Un altro brutto giorno sparì anche l’amore perché il re di tutti aveva deciso che per accoppiarsi non serviva quella cosa sdolcinata e umidiccia: per far nascere i bambini bastava mettere insieme ogni tanto un uomo e una donna . Infatti, uno dei maestri della Scuola della Legge aveva ideato un programma scientifico -pieno di segni algebrici e algoritmi, statistiche, assi cartesiani, calcoli trigonometrici- che stabiliva quando era necessario procreare, calcolando il saldo tra i nati  e i morti, tra maschi e femmine, tra bambini e vecchietti. 

Così dal vocabolario di tutti i giorni sparirono parole come cuore, innamorato, fidanzata, bacio, carezza. Sparirono anche le espressioni del tipo: “Stringimi, stringimi tra le tue braccia”; “ Ti amo più della mia vita”; “Tu sei la mia regina ed io il tuo suddito fedele” o, viceversa,”Mio padrone, ecco la tua schiava innamorata”. 

Ma non solo. Se non si dovevano più celebrare matrimoni non c’era nemmeno bisogno di preti e di chiese. Le antiche pasticcerie che erano state convertite in panifici imperiali già da tempo non preparavano  pasterelle, confetti e torte nuziali. Anche i fiorai erano stati convertiti in ortolani popolari e non confezionavano più i bouquet per le spose. Dopo i preti, le pasticcerie e i fiorai anche i cimiteri non ebbero più senso perché nessuno aveva più tempo e possibilità di portare un fiore. I camposanti furono tutti smantellati e le terre arate in virtù del Piano quinquennale per lo sfruttamento della terra.

Quando qualcuno moriva veniva gettato nel cratere acceso di alcuni vulcani. E poi anche le parole nostalgia, compassione, melanconia erano state bandite dal vocabolario del regno.

Piagnucolare indicava una scarsa propensione al bene supremo della comunità. Chi piange ha una personalità debole e viziosa, aveva scritto un altro dei consiglieri del re.




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12 ottobre 2006

Le parole del Maestro Bova

IL REGNO DI NESSUNO

E LA BELLA ALESSANDRA

…storia di un popolo dove i bambini non potevano ridere

 

di Francesco Bova

 

 

Primo capitolo

La Terra di Nessuno

 

C’era una volta un re che regnava sulla Terra di Nessuno.

 

Questo re aveva cento nomi ed era nato almeno cento volte.

Il suo regno era il più grande dei regni del mondo degli uomini: con deserti di sabbie dorate e oceani dalle acque verdastre, con castelli di cristallo purissimo che fanno il pizzicorino alle nuvole del cielo e con città arrampicate su rocce biancorosa o immerse in profondi abissi.

Alcune città erano addirittura nascoste dentro la pancia delle montagne, collegate da un reticolo di gallerie scavate nel tufo dove i raggi del sole e della luna  penetravano solo attraverso le bocche dei vulcani spenti. 

Questo regno era così grande che nessuno riusciva a vederlo e sulle carte geografiche di quell’epoca – che gli studiosi hanno poi chiamato l’Età dei Pesci sapienti -  c’erano solo i cinque continenti ed oltre mille nazioni.

Oh, almeno così era descritto sui libri e sulle stampe antiche che riportavano il disegno di mille bandiere colorate ed i nomi dei popoli, alcuni così lontani e dai nomi così strani che sembravano usciti dalla penna di qualche strambo poeta.

Drusi, ceceni, talebani, tagiki, kosovari, kurdi, uzbeki, mujahiddin, serbi, sciiti, yenemiti erano nomi che evocavano giganti con lunghe barbe, gnomi e spiritelli, donne velate, bambini con la coda, soldati invincibili e principi ricchissimi.

“Ma il resto del mondo?”

si interrogava la gente e chiedeva incuriosita:

“Dove si trova, come si può vedere quella grande terra?”. 

“Come si fa ad andarci ?”

 chiesero i cittadini più ardimentosi.

“E’ vero che nel regno di nessuno tutti gli uomini sono ricchi e vivono in pace ?”

domandarono altri, pregustando grandi ricchezze e piaceri.

Chissà poi perché la curiosità per quel regno faceva fantasticare le persone che esprimevano solo il desiderio di vivere in pace e di diventare ricchi.

Il sogno della felicità e della ricchezza annegava tutte le paure, anche quelle più fredde e liquide che a volte, quando soffia il vento di tramontana, ci corrono lunga la schiena o che ci rendono muti.

Però la paura dell’ignoto cadeva, come ad ottobre cadono le foglie morte degli alberi, di fronte alla curiosità, al desiderio o ai sogni che durante l’estate raccogliamo come frutti maturi dall’albero della conoscenza.

Qualche buontempone era salito sulla cima dell’albero più alto ma non era riuscito a vedere oltre le mura della città.

Un principe in cerca di gloria aveva scalato la più alta montagna del mondo conosciuto ma, arrivato sulla vetta, dove neppure mamma aquila costruisce il suo nido, aveva visto solo le città e i regni dei suoi pari, così piccole ed insignificanti che decise di ritirarsi in una grotta a pensare come era piccolo quel grande mondo che aveva lasciato.

E così anche molti uomini di scienza si lambiccarono il cervello e rifecero i conti, studiarono le carte, interrogarono le stelle e i pianeti, frugarono nei sotterranei delle biblioteche e dei palazzi reali cercando antichi testi e, poi, ascoltarono pure le favole dei vecchi che raccontavano di questo regno, invisibile come l’aria che dà la vita al cielo.

 




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5 giugno 2006


 Conclusione del Viaggio, riguardo al prossimo lavoro del Maestro.

 

 

9

 

S

i sarebbe riempito le tasche di sassi e si sarebbe gettato in mare come Virginia Wollf se Antonia avesse ancora tardato.

Giovanni le stava facendo la punta da oltre cinque ore, appoggiato al muro di casa, quasi accovacciato sul sellino di una vecchia Bianchi. La notte era fredda, alla fine di quell’estate che preannunciava un autunno più umido dell’anno precedente, quando si erano fidanzati.

Hanno la stessa età, anche se lei era nata in agosto e Giovanni a dicembre. Antonia ha una frangia di capelli neri che le nasconde gli occhi, ancor più neri e vivaci quando ride. Ha la pelle con il colore delle donne del Mediterraneo. Potrebbe essere non solo una donna ligure, ma pure una donna della Sicilia, una marocchina, una ragazza di Palestina. E’ magra e ossuta ma con il seno pieno. Non porta pantaloni, perché ama le gonne corte per mostrare le gambe, con i polpacci affusolati e le caviglie da ballerina.

Anche Antonio è magro, come lo sono i ragazzi di vent’anni. Pure lui è nero di testa e con la pelle olivastra. Solo gli occhi non ridono. La loro luce è inquieta. Come quella dei poeti e degli artisti delle caves, lui le ha detto una volta, confessandole il desiderio di voler fare lo scrittore e di essere un dannato come tutti quelli che raccontano delle storie. Lui studia filosofia e Antonia è iscritta ad una scuola di restauro. Hanno passato insieme l’intera estate, senza andare in vacanza perché il mare è sotto casa e in riviera ci si diverte, saltando tra un paese e l’altro. Sempre loro due, appiccicati l’uno contro l’altra, con Antonio che passava a prenderla e la caricava sulla canna della sua vecchia bicicletta. E si baciavano, come ci si bacia da giovani. Quell’estate avevano fatto un po’ di soldi: lei restaurando i mobili dello studio di un architetto, lui come uomo di fatica al mercato del pesce. Con quei soldi, prima dell’inverno, sarebbero andati a Vienna e poi a Praga. Ce ne erano abbastanza per il biglietto del treno e per dormire in qualche pensioncina, che lui si ostinava a chiamare locande, facendo il verso a  qualche poeta del primo Novecento.

Da una settimana Antonia non si fa viva. Ieri gli ha lasciato un biglietto sul davanzale di casa, tra i vasi dei gerani. Giovanni ha quel foglio piegato in quattro nella tasca dei pantaloni dove c’è scritto che lei ha un altro amore e che presto andrà a vivere a Parigi.

 

10

 

S

arebbe uscita in punta di piedi, accostando la porta di casa senza fare rumore, silenziosa e piatta come una ladra.

Nella valigia, oltre ai vestiti, c’erano la sua anima ed il suo corpo di femmina.

Antonia aveva stipato nella valigia rigida di tessuto rosso tutte le sue cose. Prima aveva ordinato la biancheria, piegando a triangolo le mutandine e arrotolato le calze di nylon. Poi, aveva impilato i golfini e le camicette sopra le gonne. Con metodo aveva sistemato negli angoli della valigia le cose più piccole. Aveva lasciato appesi sulle grucce i vestiti pesanti. La primavera s’era annunciata e lei non ne avrebbe avuto bisogno.

Prima di chiudere le ante dell’armadio guardò il suo cappotto blu notte ed il completo giacca e pantaloni che Giovanni le aveva regalato per il suo compleanno. Senza testa né gambe quegli abiti riproducevano il tronco di un corpo. Pensò che tante Antonie erano rimaste lì appese e si rammentò che quando era una bambina si spaventava nell’osservare i vestiti appesi ad asciugare sulla terrazza di casa, quando al calare del sole diventavano ombre che somigliavano a persone sospese nel vento. Un esercito di frammenti di corpi e di anime impiccate, diceva mormorando una preghiera per allontanare la paura. E si segnava velocemente tre volte, baciandosi alla fine pollice, indice e medio uniti.

Richiuse le ante, avvolta dalla stessa angoscia, come se quegli abiti potessero improvvisamente animarsi, riempiendosi con la carne del suo corpo. Chiudendo gli occhi si toccò con entrambe le mani il seno e roteò i polpastrelli dei medi sui capezzoli per controllare che nulla di sé fosse rimasto tra le pieghe degli abiti.

Quel gesto l’aveva turbata. Si era sentita una quindicenne che si rimirava nuda allo specchio. Ora di anni ne aveva più di quaranta e l’indomani si sarebbe svegliata da sola, senza la presenza di Giovanni, nella nuova casa. 

Giovanni, sposandola, le aveva rubato il corpo. Giovanni era geloso e quando lui facendole l’amore le diceva “Sei mia. La tua voce, gli occhi, e le tue cosce mi appartengono”, lei si offendeva per quello che sentiva essere un furto.

La gelosia di Giovanni era qualcosa di simile ad un borseggio. Si sentiva mortificata per quelle intrusioni sul suo corpo, per quell’effrazione che la violava quando lei, controvoglia, si doveva abbandonare sul letto.

Quello era stato per anni un corpo di femmina rubato ed ora Antonia si rubava da sola. Si era anche ripresa l’anima, quando prima di chiudere per l’ultima volta le ante dell’armadio, aveva con forza strattonato uno per uno i suoi vestiti. 

 

11

 

Q

uando qualcuno la invita a bere un bicchiere di bianco, lei sorride e si passa la lingua sulle labbra.

Antonia, la figlia della basura, fece così anche per Giovanni la prima volta che lui la chiamò al tavolo.

Lui aveva versato nei bicchieri tozzi di osteria la lumassina di Feglino e, con un tono scherzoso, l’aveva chiamata Ninetta. Non si era offesa per l’uso di quel soprannome che detto da altri era l’invito malizioso ad andare dietro alle barche.

L’estate era finita da un pezzo e il vento gelido di tramontana soffiava schiacciando le onde del mare. Alle sette di sera era già buio pesto e la luce dei lampioni sembrava essere rapita dalle folate di vento. Dentro la trattoria si stava bene, con il tepore che giungeva dalla cucina.

Lui, quella sera, era il primo cliente e aveva voluto un piatto di minestrone e una frittura di pesce. Lo aveva osservato mentre condiva, nell’attesa del primo piatto, una fetta di pane. Aveva lasciato cadere alcune gocce di olio e poi aveva salato il pane. Anche lei, quando aveva fame, inzuppava il pane nell’olio. Glielo aveva insegnato sua nonna. Quel gesto gli aveva ricordato la sua infanzia, quando aveva le ginocchia con il colore dell’erba e sotto le unghie la terra bagnata.

Era la terza o forse la quarta volta in un mese che quel giovane veniva in trattoria. Da solo e sempre a quell’ora. Occupava lo stesso tavolo vicino alla finestra dalla quale si vedeva il porto turistico. Portava con sé una vecchia borsa di cuoio da dove estraeva un quaderno e qualche libro. Ad Antonia piacevano i libri e lei aveva studiato da maestra. Aveva chiesto in giro notizie su di lui ed un ragazzo di fatica del mercato del pesce le disse che era un giornalista, anzi uno scrittore. O qualcosa di simile. Uno di città che scrivendo campava alla giornata. La cosa l’affascinò e la divertì. Non aveva mai avuto occasione di conoscere qualcuno che viveva scrivendo storie. Lei nella testa teneva tante storie ma non era mai stata capace di usare la penna. Quando ci provava le parole si attorcigliavano come un lombrico cavato dalla terra. Quel tizio, invece, aveva l’aria di uno che ci sapeva fare con la scrittura. Prima di invitarla al tavolo s’era messo a mangiare la minestra con la sinistra per poter scrivere su quel quadernetto che poi era rimasto aperto. Lei sbirciò su quelle pagine calcate da una grafia decisa e piena di segni e cancellature. Lui offrendole il bicchiere le disse, quasi leggendole nel pensiero il desiderio di curiosare tra le sue carte: “Sto scrivendo un romanzo. E’ una storia d’amore. Vuole brindare con me alla fortuna della sua protagonista che si chiama Ninetta?”.        

 

12

 

Q

uella sera Giovanni non sarebbe andato a casa ma, per la prima volta, avrebbe cercato una di quelle lucciole nere con le gambe lunghe e la pancia piatta.

Da quando Antonia se n’era andata, lasciando appesi nell’armadio gli abiti pesanti, lui non era più stato con un’altra donna. Ancor prima che lei fuggisse, da tempo non facevano l’amore. Lui l’aveva anche spiata cercando di cogliere in quel corpo qualche segno della vecchiaia, ma struggeva dal desiderio di prenderla. Una volta era stato tentato di mollarle un ceffone per quel rifiuto che lo aveva indispettito, quando lei un pomeriggio, provocandolo senza concedersi, girò nuda per tutta la casa 

Si sorprese nello scoprire che sfogliando un giornale o il magazine della settimana si attardava sulle figure di nudi femminili, su quelle porzioni di corpo destinate alla pubblicità di un prodotto. Non gli era accaduto da ragazzo, o almeno non si ricordava di un eccesso di morbosità, seppure adolescenziale, nei confronti di una donna nuda. Ora, invece, si soffermava con disinvoltura di fronte ad una vetrina, rimirando culotte e biancheria femminile. Anche in redazione il suo comportamento nei confronti delle colleghe era in qualche modo cambiato. C’era un universo femminile dentro quelle stanze. Le voci, gli spacchi delle gonne, le labbra pitturate, le smagliature delle calze gli rappresentavano il mondo delle donne. Gli ricordavano Antonia.  

Incrociando le spade, attrazione e repulsione duellavano, ferendolo ogni volta. E lui si passava le dita sul torace per contare  le scalfitture e i buchi.  

 Ieri, Giovanni, ha aperto l’armadio. Sulle grucce ci sono sempre il cappotto blu e il tailleur di Antonia. Ha rovistato nelle tasche per cercare un indizio, una piccola prova del mal d’amore. Li ha strattonati come se stesse cercando di far scivolare sul fondo dell’armadio l’immagine accartocciata di Antonia, per poi ripigliarla ed indossarla come una camicia sul suo petto nudo. Anche per fasciare o per nascondere i buchi e le cicatrici di quei duelli sentimentali.

Giovanni ci ha passato il naso tra le pieghe della giacca, all’altezza del seno, per raccogliere un’ombra di odori, una traccia di sudore. Qualcosa che gli ricordasse la presenza di lei femmina, quasi frugando    nelle sue intimità.

Questo era accaduto ieri. Questa sera, invece, lasciando la redazione del giornale, incamminandosi lungo Corso Garibaldi, Giovanni ha deciso di cenare in trattoria e, poi, di andare fuori porta lungo la statale provinciale 35 dove, tra le latte incendiate, battono le ragazze di colore.

Si sarebbe preso una di quelle, anche se non era vezzo a contrattare una mezz’ora d’amore. L’avrebbe indossata. Si sarebbe vestito con quel corpo come faceva con Antonia, quando la noia o il mal d’amore incrociavano le spade.      

 

 




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5 giugno 2006

Il Signore delle Mosche

Best Sellers

Il Signore delle Mosche

Di William Golding

A Cura di Riccardo Iannaccone

 

“E una volta qui, che fate? Un falò  che non serve a niente. Ed adesso ecco, avete dato fuoco a tutta l’isola…  frutta cotta, ecco quello che mangeremo, e maiale arrosto. E c’è poco da ridere. Avete detto che Ralph era  il capo, ma mica gli date il tempo di pensare, e appena lui dice qualcosa, vi mettete a correre come… come…”

 

Con oltre 14 milioni di copie vendute, solo, e ripeto solo nei paesi di lingua inglese, “Il Signore delle Mosche” entra di diritto, nella ristretta cerchia di opere di Culto e di alta letteratura, come opera ben scritta, strutturata e di spunto per grandi progetti cinematografici (come in questi mesi ha dimostrato il successo di Lost).

Un libro che è riuscito a realizzare tirature da best sellers pur non essendolo a tutti gli effetti… di fatti comunque il romanzo d’esordio dell’allora sconosciuto Golding, ebbe un successo clamoroso, anche grazie all’appoggio del grande T.S Eliot.

Va aggiunto  poi che sarà  grazie all’edizione economica pubblicata negli Stati Uniti,  intorno agli anni sessanta che l’opera raggiungerà picchi inauditi, divenendo lettura fulcro e oggetto del desiderio di ogni giovane sulla faccia del pianeta (terra).

La trama e le tematiche sono tra le più accattivanti, da pura goliardia per le orecchie:

 

Un gruppo di bambini e ragazzi, in seguito ad un disastro aereo (in un periodo di conflitto mondiale) si ritrova su di un isola deserta e misteriosa. Senza l’aiuto di nessun adulto.

Parrebbe la prima vera occasione per la razza umana di sperimentare una società fondata sulla libertà incondizionata; ma a poco a poco il gruppo cade preda delle paure ed insicurezze dei singoli, che creano gran confusione generale, lasciando emergere in ognuno istintualità aggressiva e generando rabbia repressa. Tutto si crea e tutto si distrugge, come ogni forma di collaborazione o solidarietà; fino ad un esito tragico… che non può che essere infine retto ed ovvio.

 

Un Romanzo feroce, accattivante, vero… a tratti capolavoro, come anche forte tesi sulla naturalità del male che è insita in noi. Il Signore delle Mosche è una macchina narrativa senza sbavature, concisa e affidabile, in cui le dinamiche si mescolano all’intreccio della storia riuscendosi a fondere con una sottile e “attesa” psicologia dell’animo umano.

Insomma una profonda, quanto sconsolata riflessione sui fondamenti antropologici della nostra razza, sulla violenza, e sulla brama che domina il nostro mondo… la brama di potere.

 

 

 

Brevi notizie biografiche

William Golding nasce a Colomb Minor, nella Cornovaglia, nel 1911 e muore intorno al 1993. Nel 1983 - Premio Nobel per la letterature. Le sue opere più famose rimangono ad oggi – “Caduta Libera”, “Riti di Passaggio”, “La piramide”, “Farfalla d’ottone” (dramma teatrale).

 

 




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3 maggio 2006

Bova è tornato


Bova è Tornato!
seconda parte del viaggio nel nuovo libro di Fransceco Bova

5

 

L

ei era la figlia della basura che leggeva i fondi del caffè. Antonia è il suo nome, ma nella trattoria sotto i portici qualcuno la chiama Ninetta la bagascetta.

Per  via di quella camicetta sempre aperta e per quel sorriso pieno di malizia.

Ninetta ha meno di trent’anni. A venti è diventata madre. Aveva fatto una figlia con uno sposato. Ora la figlia è rimasta al paese con sua sorella.

Aveva studiato da maestra e tutte le mattine, alla buon’ora, prendeva la corriera e poi il treno fino a Savona. Di stare in campagna, su per i bricchi, a curare gli ulivi e la vite, non ne aveva voglia.

Una mattina con i libri sotto braccio, legati con l’elastico, aveva accettato dall’architetto del comune un passaggio in macchina

Al terzo passaggio, a primavera inoltrata, lei invece di andare a scuola, lo aveva accompagnato al catasto e poi, quando il sole era alto e scaldava come il sole di luglio, al ritorno si erano fermati alla Baia dei Saraceni.

Era quella l’estate della maturità, ma quel giorno l’esame glielo fece Giovanni, il signor architetto. Non subito, però. Nonostante sulla spiaggia a quell’ora non ci fosse anima viva, pur nascosti dalle dune di sabbia, lei si vergognava a mettersi in mutande.

Lui la baciò e la toccò tra le gambe. Lei gli diede appuntamento dopo il tramonto presso un casolare diroccato.

Aveva detto a sua madre che sarebbe andata in piazza a ciatesare  con le sue amiche, invece era lì nuda nuda nella cucina del casolare, appoggiata con il ventre sull’acquaio.

A luglio era di tre mesi e alla fine di dicembre nacque sua figlia. Dopo le feste, l’architetto con la famiglia si trasferì a Vigevano, nella villa dei suoceri. La sua nuova amante è un’impiegata del catasto. Una divorziata, però. 

Con il diploma da maestra, Ninetta la figlia della basura, non raccoglie più le olive e non vive più sulla collina.

Ora lavora in una trattoria vicino al porto vecchio e serve ai tavoli. Antonia, detta Ninetta, con gli occhi neri delle donne di Liguria, porta la frittura e incanta gli uomini quando qualcuno la invita a bere un bicchiere di bianco. Lei sorride e si passa la lingua sulle labbra.

 

6

 

L

ei quel figlio lo aspettava. Il primo lo aveva gettato a vent’anni quando era rimasta incinta di uno sposato.

La sorella di sua madre, conosceva una mammana, una contadina con i muscoli che toglieva dagli impicci delle gravidanze. 

E lei, Antonia, si era tolta il peso di allevare un bambino senza la presenza del padre.

Ora di anni ne ha quarantuno e da tre vive con Giovanni, un giornalista di un quotidiano di provincia. Giovanni è divorziato e ha due figli grandi che vivono in città.

A dicembre l’hanno cercato. Quella notte, dopo una serata in allegria passata con gli amici di lui in un cascinotto del pavese, si erano gettati sul letto con la voglia di fare l’amore e di fare un figlio per lei.

Hanno fatto i conti e il bambino nascerà dopo l’estate, se tutto va bene. Se tutto va bene, si ripeteva Antonia, con il cuore che tremava e la testa fissa a vent’anni prima. La mano di quella contadina che l’aveva frugata era rimasta come un’impronta sulla sua anima e, ora, aveva il timore che quella stessa mano le strappasse il figlio che doveva arrivare.

A maggio, nel mese della Madonna, Antonia ha raccolto le prime rose e ne ha mangiato alcuni petali come se fossero ostie. Quello è il cibo della Vergine e delle Sante. Così le disse una donna anziana toccandole la pancia.

“Ti sei ingrossata Atonia”, le aveva detto. “Alla tua età, al primo figlio, devi stare attenta. Mangia le rose e prega”.

A giugno lei e Giovanni hanno imbiancato la casa. Un sabato sono andati a Milano, alla Fiera di Senigallia, alla ricerca di una culla di vimini. Al ritorno, lungo la strada del vigevanese, si sono  fermati in un vivaio e lui ha comprato i gerani nuovi e i vasetti di primule.

Forse lui la sposa anche, ha pensato Antonia, mettendosi a fare di conto con le dita per ricordare il numero delle settimane e la data del parto. Ci sposerà il sindaco, ma il bambino lo voglio battezzare, aveva detto ad una sua amica.

La sua pancia è rotonda come una palla. E’ una pancia che tiene dentro una bambina,  le ha detto la vecchia panettiera. Lei, invece, sa che nel pozzo del suo corpo c’è un pesciolino di maschio. Lo ha sentito guizzare e sbattere la coda. E ogni volta Antonia si è accarezzata la pancia, infilando il dito medio nell’ombelico come se avesse voluto toccarlo.

Da bambina, nel mare di Varigotti, con le mani unite a coppe cercava di acchiappare i pesci.

Da qualche giorno quel figlio che aspetta non si fa sentire, come se ci fosse bonaccia nel mare della sua pancia.

7

 

D

on Gianni, Nanni per i suoi parrocchiani, si era innamorato di Antonia.

Era accaduto un venerdì, dopo le confessioni del pomeriggio. Lei era scesa in chiesa, vestita con una gonna che le copriva il ginocchio ed un velo sulla testa. Una volta al mese Antonia si confessava e una volta al mese prendeva la comunione. Abitava in cascina Birolo, tra le risaie di un piccolo comune del pavese. Aveva studiato da maestra, ma faticava nei campi, come le sue nonne che erano state mondine.

Per raggiungere la chiesa parrocchiale doveva prendere la bicicletta di suo fratello, con la canna da uomo. La inforcava come fanno i maschi e pedalava con una mano sulle gonne.

Lei, l’ultima volta, gli aveva parlato di Federico, il suo fidanzato. Gli aveva detto che le cose non andavano bene e che lui bestemmiava e che aveva un’altra donna. Una di città, più vecchia di lei, ma che sapeva fare l’amore. Proprio così gli aveva detto, raccontandogli del loro litigio. Quell’ultima frase l’aveva appena sussurrata, trattenendo il respiro ed un singhiozzo, come se si vergognasse di raccontare quelle storie di intimità al suo confessore.

Don Gianni, dalla grata del confessionale, aveva scrutato quel volto di ragazza incorniciato da un foulard di mercato con i fiori stampati.

Lui s’era fatto prete a trent’anni. Dopo un periodo di studio in Palestina aveva lasciato il suo incarico da ricercatore all’università e s’era preso la  veste. Ma da tempo non era più sereno e il prossimo anno avrebbe compiuto cinquant’anni.

La voce e gli occhi di Antonia lo mettevano a disagio. Quella storia di un amore tormentato lo aveva ferito e quel venerdì dovette trattenersi dal desiderio di uscire dal confessionale per abbracciare e consolare quella ragazza. Non come una figlia. Quelle labbra che tremavano lo avevano tentato. Non era quella però la tentazione del diavolo per indurlo a peccare. Non si sentiva un vecchio prete che molestava le sue parrocchiane. Anche l’Abbè Pierre non aveva ceduto al diavolo ma all’amore e aveva amato carnalmente le donne.

Lui, Nanni, si era sentito smarrito indagando lo sguardo di Antonia, perché ora erano quegli occhi che, inconsapevolmente, stavano conducendo un’indagine sulla sua stessa anima. La voce di Antonia, con quel velo di tristezza, con quella rabbia e con quella stessa vergogna lo stava ispezionando, come se cercasse la più piccola e nascosta insenatura per approdare sul suo corpo. Ma Antonia non era un naufrago perché in quella tempesta, sbattuto tra le onde, c’era lui.

Mon Dieu… pourquoi?

 

 

8

 

L

a prima lettera, senza affrancatura, la trovò nella cassetta della posta al mattino presto. Qualcuno, pensò Giovanni, era passato durante la notte o all’alba, perché il postino nella sua via passava alle dodici in punto. Qualcuno che non voleva farsi vedere o farsi riconoscere.

In poco meno di un mese aveva ricevuto tre lettere profumate ed anonime. La busta ed il foglio erano di colore seppia. La carta era pesante come lo era il tono e le allusioni di quelle poche frasi vergate, però, con una grafia sottile, come per bilanciare la gravità delle parole con la leggerezza del segno. La prima lettera lo rese indifferente. Aveva pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Alla seconda Giovanni si infastidì per la durezza e la sconcezza delle frasi. La terza, sempre con quella grafia minuta, era più garbata, quasi che il mittente si scusasse per l’ardore e la violenza delle due precedenti. Ne era rimasto turbato.

Le buste avevano una sola intestazione: per Giovanni. La parte bassa dell’ iniziale del suo nome era panciuta con all’interno la traccia di un puntino. Quel particolare lo aveva incuriosito. Si era domandato se quel minuscolo punto fosse il segnale di un codice, piuttosto che un  marchio per autenticare l’autore di quelle  missive.

Il contenuto era osceno, offensivo per la qualità delle metafore. In alcuni passaggi, poi, la crudezza delle immagini lo aveva  fatto arrossire.

Non le aveva mostrate a sua moglie Antonia. Le aveva nascoste, senza bruciarle come fanno invece gli amanti quando furtivamente ricevono i biglietti d’amore. Perché d’amore si trattava. In ogni lettera c’era l’invito ad un incontro e pure il luogo, il giorno e l’ora in cui trovarsi. Erano appuntamenti galanti, anche se abbruttiti dalla rozzezza con cui il mittente descriveva i baci e gli intrecci dei corpi. Giovanni era stato tentato di andare ad un incontro solo per scoprirne le fattezze di un volto, l’età, il comportamento, l’andatura, il taglio ed il colore degli abiti.

D’amore si trattava, ma non era una donna l’autore di quelle lettere. Non erano baci di femmina quelli che volgarmente erano descritti. In assenza di un nome di battesimo, su quelle lettere il pronome, gli aggettivi ed i verbi erano coniugati al maschile.

Era, dunque, un uomo innamorato che all’alba imbucava l’osceno desiderio di possederlo.

Tra sé, Giovanni rise per quel verbo imbucare che ora si era ammantato di troppi significati sessuali.

 




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3 maggio 2006

Harry Potter...


Best seller

Harry Potter

ed il Principe Mezzosangue

 

Harry Potter da molti amato, da tanti mal sopportato. Ma tutto  va da ben altra parte… e lo sapete, non c’è bisogno di dir altro…

E’ il sesto anno ad Hogwarts, la via per divenire Auror è sempre più aspra e dura, e per di più la rinascita ed il rinvigorito potere di Voldemort sono sintomo di un mondo che cambia e non per il meglio.

Cedric è morto durante il quarto anno, Silente dopo aver con classe allontanato Voldemort da Harry, non è però riuscito ad evitare l’assassinio di Sirius Black, per mano della mortifera Bellatrix Lastrange; ed ora…

Il sesto libro (a mio giudizio il più completo, affascinante, e struggente) è l’ulteriore passo di Harry nella sua adolescenza, affiancata e costeggiata da dure perdite (il padrino Sirius in testa) oppure da sensazioni di pura e magica felicità…

Straordinarie avventure vi attendono, in questo romanzo, una lettura che va oltre l’appagante: Duelli tra maghi, amori che nascono e muoiono. Il personaggio di Silente in tutta la sua grandezza ma soprattutto saggezza… ed infine lo scoperta, in parte, di fitti misteri… e la forse e dico forse chiarezza nei riguardi del più ambiguo di tutti i personaggi della saga Potteriana: Severus Piton

Un libro davvero ben scritto, evoluzione che sfiora il massimo in un percorso che ha visto la suddetta Rowling migliorarsi per stile ed efficacia di tomo in tomo; davvero succulento e ben trattato, linguaggio sopraffino (a proposito vivi complimenti alla traduttrice in lingua) ed una ricercata fusione tra stile e tematica (o meglio tematiche di gran valore – razzismo, amore ecc.. –  che comunque non opprimono il testo rendendolo pedante e in alcuni spazi addirittura politico, ma cullandolo con gran leggiadria preferendo di gran lungo la distensione alla contrazione) ben sviluppata e portata a termine fino in fondo.

Un libro per ragazzi?, si ma non solo, un libro per tutti, perché sa insegnare molto, ma non ha la pretesa di farlo a tutti i costi (cosa che invece vedo con molta tristezza nella gente che incontro oggigiorno), che vuole divertire… e questo vuol dire che non solo i ragazzi debbano a tutti costi divertirsi, anzi… a volte dovrebbe essere il contrario…

Fa Sognare, qualcuno potrebbe ribattere che è un male vedendo in che situazione ci ritroviamo, ma se ci riflettete bene che c’è di male ogni tanto a sognare su qualcosa di magico, un mondo speciale, in cui tutti, ma proprio tutti si possono immedesimare essendo o sentendosi eroi almeno per qualche pagina?

In fin dei conti, c’è un Harry Potter in ognuno di noi! Basta trovarlo.

 

Ma ora proseguiamo oltre, e  con maggior chiarezza (da qui in poi consiglio a tutti coloro che vorranno leggere o stanno leggendo il libro di non proseguire oltre):

 

Il sesto volume della saga, vedrà accavallarsi numerose questioni di grande suspance ed interesse; questioni che la penna della scrittrice riesce a far accavallare alle perfezione, risaltando ognuna di esse, e spingendo nel contempo la curiosità verso la prossima; per prima quella degli Horcrux (l’anima di Voldemort frammentata in più parti verso la ricerca dell’immortalità!) frammenti d’anima da distruggere obbligatoriamente se si vuol fermare l’ascesa e la vita dell’oscuro signore; in secondo luogo il passato, l’oscuro passato di Tom Rieddle a tutti noto col nome di Voldemort… i suoi pensieri, paure, tormenti, per la prima volta messi a nudo, dal genio creativo della Rowling!

Ed in conclusione l’evento massimo che ha spinto e spingerà Harry (dopo la morte dei genitori e dell’amato Sirius) alla vendetta verso Voldemort e udite udite Piton.

“Come?...?”

“Ma che sta dicendo?”

“Questo qui è impazzito…!”

“ calma…calma… tutto sarà presto chiaro!”

 

Sì la notizia purtroppo è reale e non fittizia… Silente, a detta di molti, uno, se non il personaggio più riuscito della saga, nel sesto libro troverà la morte per mano di Piton, che scaglierà al suddetto privo di forze (aveva tentato poco prima insieme ad Harry di annullare il potere di un presunto Horcrux) la maledizione senza perdono “Avada Kedavra”.

 

Da qui in poi le parole di Harry, la sfida finale, la voglia di fermare questa ascesa, l’obbiettivo da raggiungere per un mondo più giusto e migliore da vivere, per il proprio amore (ehh sii, anche harry si fidanzerà… hooo hooo: con l’amata Ginny Weasley)… senza più la minima paura di dover fronteggiare altri guai, o uomini di potere, solo per salvare le sue grandi amicizie (Ron e Hermione) da una morte vicina e sgradevole… no… non può perdere anche loro… è ora che sia lui a cercare… è ora di diventare uomini, senza perdere ciò che ci rende speciali… essere bambini dentro!

 

Le parole che chiudono il sesto volume ci fanno trepidare, sognare, sperimentare possibili varianti, per giungere all’attesa fine della saga, e lo posso giurare che… ATTESA!

 

Il dibattito sulle vicende dell’ultimo libro si è scatenato presto detto sui siti di tutto il mondo… Piton cattivo…? Piton buono?

Piton ha fatto ciò per volere di Silente…? No, è solo uno sporco traditore…?

Harry morirà? Si uccideranno a vicenda? Mah???

E’ anche questo che rende un libro come Harry Potter unico ed inconfondibile!!!

Comunque per questa atipica, e particolare recensione (dovuta ad una mio appagante amore per questa fantasiosa saga) ho deciso di prendere in esame (per la prima volta) due e-mail mandatemi da due miei grandi amici fan di Harry Potter: una pro Piton, uno avverso allo stesso!

Avete già letto il libro? vi ha conquistato? Meditate! dite la vostra! Siamo ghiotti di pareri!

Harry Potter a mio giudizio un libro (come direbbe Giulio – “Libro PUTTANA”) di primo ordine, semplice, che ti prende la gola, e che non ti fa staccare il naso da una singola pagina; libri non certo al pari di Manzoni questo è chiaro; ma Caspita! Che Libri… questo dovete ammetterlo, anche se fate parte dell’altra faccia della medaglia.

 

E ricordate “ENGOGIO” Fantasia al Potere!

 

 

Riccardo Iannaccone

 

 




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3 aprile 2006

Da noi Bova - Scrittore e Poeta

Sinossi del nuovo romanzo di Francesco Bova

 

Nata con il cuore in una mano è la storia d’amore di Antonia Modignani e Giovanni Antonicelli, una coppia non più giovanissima la cui storia, personale ed intima come molte altre storie comuni, è contaminata da altre storie e da eventi pubblici più grandi che universalizzano il loro particolare legame.

Antonia e Giovanni sono due giornalisti ed intellettuali che paradossalmente ostentano un anticonformismo di facciata, prigionieri invece di una trappola di banale quotidianità.     

Mentre Antonia si trova a Parigi per scrivere un reportage sulla vita e sull’opera di Antonin Artaud – l’artista francese inventore del Teatro della Crudeltà –, Giovanni – capo redattore di un quotidiano milanese – durante la stesura di un articolo di cronaca sulla singolare nascita di una bambina indiana con il cuore in una mano, s’interroga sul male d’amore che ha corrotto il loro rapporto di coppia.

Giovanni teme che Antonia sia fuggita e si chiede che cosa ha incrinato la loro unione e la promessa di un amore infinito.

La nascita mostruosa di quella bambina deforme – che però può rappresentare anche la speranza – fa riflettere Giovanni sulla mostruosità dell’amore e della vita di coppia, attraverso un viaggio interiore con i mostri – freaks – rinchiusi nella baracca dei fenomeni umani  di un originale Circo Barnum.

Antonia e Giovanni, nonostante vogliano recidere il loro legame, sono tra loro uniti come lo sono stati inesorabilmente fino alla morte i gemelli siamesi Chang ed Eng.

In questo romanzo, contaminato da richiami letterari ed artistici – Artaud, Browning, Joyce, Bindi, Arendt, Heidegger, Brugel – ambientato tra Milano e Parigi, l’autore cerca di indagare l’incomunicabilità tra uomo e donna e la relazione di potere tra gli amanti.

Analogamente al primo romanzo di Francesco Bova – La leggenda dei pesci bambini –  anche questa storia, ricca di visioni e di incantesimi, è sospesa tra eros e spiritualità, tra carnalità e misticismo in una ossessiva ricerca dell’armonia.

Altro particolare, che conferma l’originalità dello stile narrativo, è quello di proporre all’inizio di ogni capitolo del romanzo i messaggi di Chang ed Eng – Sinistro e Destro – registrati su una particolare segreteria telefonica che accompagnano il lettore nella comprensione della storia.


Dodici bozzetti o prove d’autore per la scrittura di

Nata con il cuore in una mano

 

U

n piede. Il piede sinistro nudo era rimasto scoperto.

 Le gambe erano leggermente divaricate. La mano con la palma aperta, e tutto il braccio sinistro, penzolava dal letto.

Antonia quel sabato mattina, alle sette come tutti i giorni dell’anno, si era destata un attimo prima del sibilo elettronico della sveglietta, ricevuta in omaggio dopo la sottoscrizione di un abbonamento di libri per corrispondenza. Come sempre pigiò il tasto per annullare la suoneria. Era iniziato l’autunno e l’alba sonnecchiava come se sapesse che quello era un giorno di festa. Antonia accese la luce. Anche questa notte suo marito non si è coricato accanto a lei. Sono passati tre mesi dall’ultima volta. Dapprima era rimasta a disagio per l’assenza di quel corpo. Il primo mese continuò a dormire nella metà del letto, rannicchiata nella sua piazza come se qualcuno vi avesse posato la sbarra di un confine. Quello spazio era il mondo di un altro, con il peso e gli odori maschili. Anche le pieghe sul lenzuolo di quella metà del mondo erano sempre state diverse dalle sue. Dure e marcate quelle di Giovanni, soffici quelle che le appartenevano.   

Poi, prendendo coraggio, una notte invase l’altra piazza ficcandoci la bandiera di tutto il suo corpo. Ora dormiva nel centro del letto, aperta a croce. A volte senza le mutande, deliziandosi della sua intimità. Poteva toccarsi come una quindicenne, se ne avesse avuto voglia.

Giovanni passava le notti o sul divano della sala o sul lettino della sua camera-studio. A volte, prima di uscire per il lavoro, riuscivano, senza sorridere, a prendere insieme il caffè. Era un ciao a mezza voce, pieno di rancore.

L’umidità della prima decade di ottobre le entrava nelle ossa, che le scricchiolavano nonostante i suoi quarant’anni. Desiderava un caffè. Cercò  tra le lenzuola le mutande e poi si alzò. Il divano era vuoto. Sul tavolo rotondo di ciliegio c’era la cartella aperta di Giovanni. La porta dello studio era accostata. Antonia spiò nella penombra e vide la pianta di quel piede. Poi il corpo, con le gambe divaricate, seduto sul letto e con la testa appoggiata alla parete. Non riusciva a vederne il viso come se Giovanni si fosse coperto con un lenzuolo. Aguzzò la vista e vide suo marito con un sacchetto di plastica del supermercato infilato in testa. Con fastidio socchiuse la porta dello studio. Sapeva in cuor suo che l’avrebbe fatto. Preparò la macchinetta del caffè e, mentre l’acqua bolliva, andò a togliere dal letto nuziale il cuscino di Giovanni.

 

2

 

 

C

i avrebbe passato la lingua sul quel ventre piatto e brunito come il colore delle ulive della sua Liguria.

Lei, alta e magra, se ne stava appoggiata ad una sbarra in prossimità delle porte della carrozza. Vent’anni, forse meno, vestita con una camicetta bianca di lino aperta sull’ombelico ed i pantaloni stretti a tubo e con la vita bassa.

Giovanni, seduto di fronte, si mise gli occhiali scuri per meglio spiarla senza arrossire per quello che in cuor suo, alla sua età, sentiva come il delitto di una molestia.

Nel primo pomeriggio aveva, con una scusa, lasciato il giornale. L’aria della città, all’inizio di luglio, era calda ed appiccicosa. Aveva  percorso tutto Corso Garibaldi fino al metrò di Lanza, a testa bassa senza pensare. Anzi, un groviglio di pensieri, filamentosi e neri come uno scarabocchio di bitume, lo aveva reso ancora più assente. Sua moglie lo aveva lasciato per andare a vivere con uno più giovane di entrambi. Poco più che un ragazzo. Ma era successo l’estate prima. Da allora aveva ricevuto solo una lettera, con il timbro di Barcellona. Vivevano nella città vecchia - lei gli aveva scritto - nello studio di un pittore. Anche loro da fidanzati erano stati un mese a Barcellona, ospiti d’un vecchio amico di suo padre nel quartiere della Ribera. Vino rosso zuccherato, paella di pesce e per finire un’arrotolata di erba libanese, in compagnia di artisti da strada e di una combriccola di borseggiatori. Lui le diceva che il mercato della Boqueria era un po’ Genova e un  po’ Napoli. E lei rideva, con gli occhi felici. Anche lei aveva avuto il ventre piatto e brunito dal sole di Spagna. E il sedere alto, più rotondo della luna.

Una locandina del Piccolo Teatro annunciava un recital di Milva che interpretava le poesie di Alda Merini. Una locandina esposta nell’edicola di fronte al metrò raffigurava una modella nuda. Giovanni ci perse gli occhi su quel culo  prima di scendere le scale. Dopo sua moglie, non aveva più toccato un’altra donna. Una collega della pagina economica lo aveva invitato una sera. Lui aveva con cortesia declinato l’invito. Se avesse accettato sarebbero finiti a letto, ma lei aveva pressappoco l’età, ma non il culo di sua moglie. Sarebbe dovuto scendere alla fermata di Porta Genova, ma la ragazza scese a Sant’Ambrogio e Giovanni la seguì. Si sentiva in cuor suo un molestatore mentre tre passi dietro, con circospezione, la osservava incedere sui gradini. La ragazza doveva andare di fretta perché  divorò le scale  con tre balzi. Lui ci avrebbe passato la lingua su quel ventre e sul quel culo.

No, no. Non avrebbe accettato un nuovo invito dalla collega. Quella sera non sarebbe andato a casa ma, per la prima volta, avrebbe cercato una di quelle lucciole nere con le gambe lunghe e la pancia piatta.    

3

 

A

veva cercato dal suo ortolano sui Navigli la nepitella per cucinargli una cena da amanti.

Lei una siciliana un po’ formosa lo avrebbe stuzzicato con un primo di sarde infarcite di uvetta e di finocchietto selvatico. Per il profumo intenso si sarebbe adagiata sulla nepitella, nota anche come l’erba gattaia. Si sarebbe rotolata su quel mazzetto profumato come farebbe una gatta strofinando il muso e ruotando tutto il corpo con la pancia all’aria.

Lui sarebbe arrivato prima del telegiornale della sera, alle venti in punto. Aveva tutto il tempo per riassettare il monolocale, sotto i tetti delle case di ringhiera affacciate sulla Darsena.

Solo una volta avevano fatto l’amore ed il sugo glielo aveva portato sua madre dalla Sicilia. Poi, ancora nudi sul divano letto, avevano mangiato la granita con la panna.

Lei si chiama Sandra e lui la chiamava Sandrocchia, come la Milo, interprete di una donna di quelle in un vecchio film in bianco e nero del 1960. Per via della sua voce stridula e del seno pieno. Lei rideva e se lo baciava con gli occhi, pensando a quell’uomo sposato che aveva desiderato da subito, quando per caso al sindacato durante una pausa di lavoro, lui le aveva offerto il caffè. Lei aveva venticinque anni e lui, Giovanni, più di quaranta. Lei era stata lasciata da un fidanzato e lui aveva moglie e una figlia femmina. L’aveva affascinata il suo sguardo cupo e la sua fama di attaccabrighe. Correva voce che lui fosse un poco di buono, presuntuoso e collerico. Lei s’innamorò dopo il primo bacio, lieve, quasi una parola sussurrata. Un bacio sensuale, però, che sapeva di passione. Accadde quando lui l’accompagnò a prendere il tram. L’aria era fresca e pungente. Lui la prese sottobraccio e le raccontò un po’ di storie di vita, sul cinema e sulla politica. E di quell’anno che lui aveva passato a Roma, da deputato. Lei, sociologa, stava lavorando ad una ricerca sugli zingari e Giovanni le aveva promesso un incontro con una importante famiglia di rom.

Si erano sentiti in tarda mattinata per confermare l’appuntamento. Lui era a Francoforte ad un convegno dei sindacati europei. Sarebbe giunto a Linate alle sette di sera. Le aveva promesso che una volta l’avrebbe portata con sé in quelle scorribande all’estero.

Si misero a ridere con ironia per quell’espediente così mediocre e così borghesuccio di passare un giorno insieme, con lei nella veste di assistente del dottore onorevole. Sandrocchia, però, si era immaginata mollemente adagiata  sulla sua spalla, tenendogli stretta una mano tra le nuvole.

Aveva preparato la tavola, tagliato a fette il pane di segale e messo in frigo una bottiglia di bianco di Alcamo. L’acqua per la pasta bolliva. A minuti sarebbe suonato il citofono. Aveva tutto il tempo per sentire l’anteprima del telegiornale. Aumentò il volume del televisore. Bianca Berlinguer elencò le notizie e, poi, con una espressione stereotipata del viso disse che un’agenzia appena arrivata in redazione informava che l’aereo del volo Francoforte Milano era precipitato per cause non  ancora note. 

 

 

 

 

 

 

4

 

A

l Bastian Contrario, una trattoria in via P.Custodi, Giovanni era arrivato in anticipo di una buona mezz’ora.

Quella trattoria di fronte al vecchio deposito dell’A.T.M. lo aveva affascinato, fin dal primo appuntamento con Antonia, per via di quel pavimento sconnesso composto da mattonelle irregolari e da frammenti colorati di ceramica. Una trattoria alla buona, all’interno delle case di ringhiera della Milano dei Navigli, frequentata dagli impiegati e dagli artigiani del quartiere.

Il padrone della trattoria è un napoletano, la sua donna che sta alla cassa è una giovane cubana e in sala a servire ci sono due ragazzi neri. Un pezzo di mondo, caldo e colorato come l’anta della finestra con i vetri gialli e verdi dove c’è il tavolo preferito da lui e da Antonia.

Giovanni guardò l’orologio e si senti smarrito, lui da solo, tra i tavoli con le tovagliette di carta riciclata, ruvide e dello stesso colore della carta che si usava una volta nei banchi del mercato per avvolgere il pesce fresco.

Il loro tavolo era occupato e lui ne restò turbato, come se qualcuno avesse voluto comunicargli che quel posto non era più suo. Si sentì  a disagio nell’osservare quell’uomo e quella donna che avevano appeso allo schienale delle sedie impagliate lui la giacca e lei una borsa di tela con i ricami di perline. Quelle erano la sua sedia e la sedia di Antonia. Ebbe una stizza di nervoso quando quella coppia rovesciò sul tavolo la tazza con il formaggio.

Anche gli odori gli erano sembrati diversi. Più forti e penetranti. Annusò l’aria come fanno i cani e si passò il naso su una spalla per rassicurarsi che i vapori della frittura  di salsiccia e’ friarelli non gli avessero impregnato la giacca di velluto.

Ora era Antonia ad essere in ritardo, pensò. Non era mai accaduto durante la loro storia  - si frequentavano da oltre un anno - che il tempo li avesse in qualche modo ostacolati. Una manciata di minuti era scivolata sopra la loro vita, rubando qualcosa alla frazione del prima e a quella del dopo, dentro quella trattoria che loro dicevano essere simile ad un bistrot parigino. Quel piccolo incidente, quella frattura del tempo aveva infastidito Giovanni, come quella mosca che, insolente, si era posata sul cestino del pane. Non aveva mai badato, quando era con lei, a quei particolari: l’odore di fritto, il pane abbandonato sui tavoli, le impronte delle dita sui vetri. 

Chiuse gli occhi per non guardare. Per non sentire sul suo corpo gli sguardi di chi lo stava osservando, mentre lui si aggirava smarrito tra i tavoli. E’ come se quelle persone avessero percepito che qualcosa gli era accaduto e che forse lei lo aveva lasciato.

Giovanni sospirò, cercando di allontanare quel piccolo brivido d’umidità provocato dal muco di una lumaca  che, strisciando sulla sua anima, annunciava l’angoscia.

 




permalink | inviato da il 3/4/2006 alle 16:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


6 marzo 2006

Pinter!

Special Best seller

Harold Pinter

Questa volta, non si parte da un grande romanzo, né da un’opera campione di incassi, o dalla trasposizione di un grande autore… NO signore, questo mese tratteremo l’opera di due scrittori (Roberto Canziani e Gianfranco Capitta) che hanno dedicato tanta della loro fatica e scrittura ad un uomo, un artista, un genio politico, un premio Nobel per la Letteratura, come Harold Pinter (2005).

Questo mese tratteremo “Harold Pinter… scena e potere”, opera biografica di due scrittori italiani, dedicata ad un uomo/scrittore particolare di Hackney.

La sua vita, le sue prime opere stroncate (Birthday party), il primo grande successo… il rapporto con gli amici… fino a giungere alla sua fase più impegnativa e matura… quella del suo pensiero politico, della voglia di combattere per un mondo migliore.

Non starò ad elucubrare strane idee e sensazioni su di un autore che in realtà le meriterebbe tutte e a pieno (come anche le vostre)… no, stavolta ho intenzione di prendere una strada secondaria e nascosta; voglio prendere una strada diversa, e cogliere da questo lavoro biografico di gran rilievo e valore la parte che più mi ha emozionato ed appassionato di un ARTISTA come Harold Pinter:

Le interviste… parte finale del libro… così belle, soffici e dure, l’espressione del vero Pinter, e del suo modo di vedere il cinema, la tv, la politica ed il mondo…

Voglio riportar qui ogni sua parola…che mi ha affascinato, turbato, commosso, e smosso, nella speranza che anche voi, comprenderete le mie immagini, i miei pensieri, sogni ed incubi… e corriate il più veloce possibile alla prima libreria per comprare una sua opera, rettifico… UNA SUA OPERA FENOMENALE… UN GENIO! NON CI SONO ALTRE PAROLE…

Al mese prossimo…

 

Parole e documenti tratti da interviste ad Harold Pinter:

Sono cresciuto con il cinema, da ragazzo ho visto un sacco di film. A 13 anni ho scoperto il surrealismo francese, poi Bunuel, infine tanti film americani, soprattutto quelli di serie B, in bianco e nero, e poi i russi, Ejzenstein.”

 

“Recitavo Shakespeare. E Shakespeare è un ottimo scrittore. Ha grande effetto sul pubblico.”

 

“Nel complesso la TV è orribile, e sta in una brutta situazione, ciò non toglie che ci sia qualche buon programma….”

 

“Denuncio semplicemente le menzogne in mezzo alle quali viviamo. Stiamo dentro una rete di bugie. L’espressione è abusata, ma vera! Una grossa nuvola di bugie, oltre la quale non è possibile vedere la verità.

Siamo messi di fronte ad una visione sfocata del mondo, vi è totale mancanza di chiarezza. In questo senso, mi pare che nel mio paese si vada verso una società drammaticamente autoritaria.”

 

“Mi fa orrore l’INTELLIGHENZIA statunitense. Pretendono di essere teste pensanti, teste critiche, ed invece supportano lo status quo.”

 

“Vi racconto un episodio… a città del Messico hanno allestito “Party Time” | …opera che in maniera velata dipinge una società in cui chi detiene il potere ammorba la società oltre che con il dispotismo, con la propria banalità e noncuranza… - ndc | ho incontrato il regista, tipo in gamba(…) mi ha detto che durante le prove tutti gli attori si sono messi a piangere… DICEVANO CHE QUELLO ERA IL MESSICO”

 

“”La tortura è una della cose che mi angustia di più… e non esiste solo nei paese in cui manca il più elementare senso del diritto. Ma anche in quei  paesi che si proclamano democratici e illuminati, anche in quelli che si appellano alla fede in dio e alla religione cristiana!”

 

“L’unico modo per combattere il terrorismo è cercare e capire dove nasce… ma ai politici non interessa capire, interessa solo allargare il proprio potere…”

 

“Bush è un criminale, sostenuto dal mio spaventoso governo, e dal vostro governo.(…) Gli stati Uniti sono una potenza criminale. Bisognerebbe ripensare bene a quello che ha detto Gandhi - la politica dell’occhio per occhio ci renderà tutti ciechi!”

 

“Il signor Berlusconi non l’ho mai conosciuto, e non vorrei conoscerlo!”

 

“Il cinema d’oggi…? Un incubo, tutti mangiano, tutti ingoiano, tutti trailer, velocità, preferisco un bicchier di vino!”

 

“Scrivere un’opera per me, è un percorso di vera scoperta. Non so cosa succederà dopo, non so cosa dirà il personaggio, né come si risolverà la situazione (…) non ci penso poi molto (…) vien da sé!”

 

“”E’ la vita che mi ha fatto diventare ciò che sono, le esperienze che mi porto dietro.”

 

“Sento ancora nelle orecchie il rumore delle bombe e degli aerei. Ciò ha avuto una profonda influenza nella mia vita. Vivere a Londra sotto quelle bombe, apprendere l’Olocausto alla fine della guerra, hanno avuto un’influenza fortissima nella mia intelligenza e consapevolezza…”

 

“Ho cominciato la mia carriera in teatro facendo l’attore, ho imparato a nutrire ostilità nei confronti del pubblico. In quanto attore ho sempre considerato il pubblico un nemico!”

 

“Non sono mai stato zitto!”

 

Sapete cosa riuscì a dire la critica, di un tal genio, dopo solo due opere pubblicate? - ecco cosa disse:”Se l’autore potesse dimenticare Beckett forse potrebbe far meglio la prossima volta…” oppure “L’autore non è stato così cortese da spiegarci di cosa tratta il suo lavoro… speriamo in meglio”

Ora il silenzio… (pausa)… UN ENORME APPLAUSO… ANCHE CON SOLO IL SILENZIO DA PROTAGONISTA…

Harold Pinter premio NOBEL per la Letteratura.

Riccardo Iannaccone

 

 




permalink | inviato da il 6/3/2006 alle 13:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


15 febbraio 2006

Benni ed il suo genio (Best Seller)

Il Bar sotto il mare
di stefano Benni

 

A cura di Riccardo Iannaccone

Ma esiste davvero un bar sotto il mare, un bar dove fantastici e sognatori personaggi –  Ouralphe, il più grande cuoco di Francia; l’incredibile capitano Charlemont; l’uomo con l’orchidea; un bar man dalla strana conciatura; tre uomini con il cappello provenienti dalla “Tagliacozzana” Sompazzo, il paese più strano e bugiardo del mondo, un bluesman che altri non può essere che una sorta di fantasiosa caricatura dell’inimitabile John Belushi; una donna fascinosa alla pari di Marylin Monroe (per non parlare di una donna che ha molto a che spartire con la Marple della geniale Agatha) – danno vita a serate di puro intrattenimento e magia con fiabe e favole fantasiose e misteriose… piene di tutto e niente quello che ci circonda nella vita di ogni giorno(?) Un Bar dove in un giro di parole, ogni buffo ma profondo personaggio a turno, espone la propria idea di vita, e al tempo stesso di fantasia, con una semplice unica storia(?).

 

Probabilmente No… Ma per il geniale autore italiano SI, e cosa importa se gli altri non ci vogliono credere…? l’importante, come ci insegna Exupèry, è che la fantasia sia al potere nella nostra mente da bambino.

Così più la nostra sfrenata immaginazione ci manterrà bambini, più testi geniali come quelli di Stefano Benni, riusciranno  a tirarci su dalle sabbie mobili mortifere che attanagliano le genti “MORTE” senza spirito di fantasia, d’amore… e d’arte.

 

Il libro è una chicca imperdibile, leggera, un’opera che ti scorre tra le mani come il vento, una lezione di humour puro, su ciò che ruota intorno ai nostri occhi… un libro semplice, e poi se lo osservi da vicino così complesso, ed introspettivo, un’opera che va letta a mio giudizio… perché?

Perché Tutto può accadere in fondo a questo bar sotto il mare, un bar in cui tutti almeno per una sera vorremo capitare, per sentirci in pochi attimi, minuti, ore, persone ancora più vive, persone che hanno ancora voglia di dire la propria, che hanno il piacere di ascoltare, o perché no, ancora voglia di raccontare una semplice personale (e poi chi lo dice sia solo semplice?) storia, sentendo dentro di sé che con un primo semplice passo possiamo dar vita all’inizio del cambiamento.

Non so se mi crederete, ma passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri credono, e l’altra metà a credere in ciò che altri deridono”.




permalink | inviato da il 15/2/2006 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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