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12 ottobre 2006

Ancora Stones


Rolling Stones - di Francesco Cavalluzzo

 

La più grande rock band di sempre. Questo è quello che dicono gli addetti ai lavori e la stampa specializzata, di questo longevo e terribilmente maledetto gruppo.

 

Tutto iniziò tanto tanto tanto tempo fa, nel  luglio del 1962 in un locale di Londra divenuto poi storico: il Marquee.

 

La band composta da Michael Phillip "Mick" Jagger (1943, Dartford, Gran Bretagna), Keith Richards (1943, Dartford, Gran Bretagna), Brian Jones (Lewis Brian Hopkins-Jones, 1942, Cheltenham, Gran Bretagna), Bill Wyman (William Perks, 1936, Londra), Charlie Watts (1941, Islington, Gran Bretagna), rispettivamente voce, chitarra, chitarra/organo, basso e batteria, si presenta per sostituire Alex Corner, dopo solo un mese di prove proponendo nel loro repertorio praticamente solo Chuck Berry.

 

Fin dall'inizio i Rolling Stones costituiscono l'alternativa "sporca e cattiva" ai Beatles con una musica che attinge alle radici del rock'n'roll e del Blues .

 

La vera anima della band è sicuramente Brian Jones dotato di un prodigioso talento per la musica (fin da ragazzino sapeva già suonare di tutto, dall'organo al sassofono) e di un altrettanto spiccata capacità autodistruttiva, Jones vantava anche il curioso primato di aver concepito ben sei figli illegittimi  da altrettante ragazze nell'arco di un decennio (il primo a quindici anni). Inguaribile provocatore e anticonformista, incarnava in tutto e per tutto la figura del rocker dannato, cresciuto suonando agli angoli delle strade e fumando marijuana.

 

Nei primi anni di attività i Rolling Stones si cimentano solo in rivisitazioni di brani del repertorio americano di rock/blues e Il primo singolo, "Come On" (1973), è la cover di un brano di Chuck Berry, il secondo 45 giri è addirittura scritto dai "rivali" Lennon e McCartney ("I Wanna Be Your Man"), ma è "Not Fade Away" (di Buddy Holly) che, nel giugno 1964, ottiene i primi positivi riscontri di vendita. L’album d'esordio, Rolling Stones (Decca, 1964), è la rielaborazione di classici del rhythm and blues, ma la band si esprime soprattutto su 45 giri. E' il 1965, però, a segnare l'inizio del mito degli Stones con canzoni come “The last time” (Bitter sweet simphony dei Verve per intenderci), ma soprattutto “(I can get no)Satisfaction”, che rimane per quattro settimane in testa alla classifica di "Billboard".

 

Nel 1966 arriva il primo disco composto solamente da canzoni loro. E' Aftermath, e segna un deciso affinarsi dei gusti musicali, contenendo canzoni meno legate al blues come "Lady Jane, "Mother's Little Helper" e "Under My Thumb" e dove Brian Jones si rivela, oltre che un gran chitarrista di scuola blues, un vero e proprio strumentista poliedrico.

 

Dopo Aftermath seguono due anni di guai giudiziari e mezzi passi falsi. Between the buttons e, soprattutto, Their satanic majesties request (entrambi del 1967) vorrebbero essere repliche alla dilagante moda Beat e Psichedelica; in particolare, dei due dischi, si ricordano "Ruby Tuesday", "Yesterday's Papers", "She's a Rainbow". Ma, la psichedelica Beat non è nelle corde degli Stones.

 

Il ritorno in grande stile avviene nel 1968 con due bellicosi 45 giri, Jumpin' Jack Flash e Street Fighting Man e con l'album Beggar’s Banquet, che vira verso sonorità più asciutte, in linea con il blues-rock degli esordi. Emblema di questo "ritorno al Male" è l'inno satanico "Sympathy For The Devil".

 

Ma la storia, come spesso accade si trasforma in tragedia: Nel 1969 Brian Jones viene estromesso dal gruppo ed abbandonato alla suo destino di autodistruzione e pochi mesi dopo verrà trovato morto nella sua piscina durante un party; l’autopsia parlerà di un overdose di alcol e droga, ma non mancheranno, negli anni, i sospetti di suicidio o addirittura omicidio.

 

Nel 1971 esce Sticky Fingers (con copertina ideata dal maestro della pop art Andy Warhol, con un'autentica cerniera a lampo), con la stupenda ballata "Wild Horses", infuocati rock blues e una manciata di brani con espliciti riferimenti alle droghe ("Brown Sugar" e "Sister Morphine").

 

Nel 1972 esce Exile On Main Street nel 1973 Goat's Head Up e nel 1947 It's Only Rock And Roll (but i like it), dischi che presentano un sound più levigato capace però di sussulti degni dei loro primi anni come la tenera "Angie", che diventerà il loro "lento" per antonomasia.

 

Nel Tour del 1975 viene ingaggiato un nuovo chitarrista Ron Wood (1947, Hillingdon, Gran Bretagna) che rimarrà con il gruppo fino ad oggi.

 

L’album Black and blue del 1976 scala le classifiche grazie al delicato singolo "Fool To Cry", ma non aggiunge molto al loro repertorio. In questo periodo la dipendenza dalle droghe di Keith Richards (arrestato per possesso di eroina) ostacola l'attività della band. Nonostante ciò, Some Girls (1978) mostra un gruppo in buona salute e incassa un discreto successo commerciale, grazie ad un singolo d'effetto come "Miss You".

 

Durante gli anni 80 il gruppo attraversa un periodo di profonda crisi (ad eccezione di Tatoo You, contenente la stratosferica “Start me up”) sia creativa sia personale e nel 1986, all'indomani dell'uscita di Dirty Work (non supportato da alcun tour), si parla apertamente di separazione a causa di notevoli dissapori tra Jagger e Richards.

 

Seguono quindi progetti individuali dei due capibanda, che fanno anche concerti solisti (Jagger arruola Jeff Beck come chitarra solista nella sua tournée).

 

Ma la band è capace di superare qualsiasi catastrofe e nel 1989 esce con Steel Wheels, seguito da un tour mondiale alla fine del quale, il bassista Bill Wymann lascia il gruppo.

 

Daryl Jones compare come bassista nell’album Wodoo lunge del 1994 a cui seguono Stripped (1996) e Bridges to Babylon (1997) e l’ultimissimo A bigger bang (2005) album che non aggiungono nulla di nuovo alla già lunghissima storia della band.

 

Tutte le leggende, le storie, la cattiveria, le maledizioni del rock and roll nascono dai Rolling stones; Tutte le rock band che abbiamo amato del passato più o meno recente e del presente, hanno un punto d’inizio in comune che si chiama Rolling Stones.

 

Costruiti attorno a Mick Jagger, vero prototipo di frontman, sensuale e carismatico, a un chitarrista sfrenato e a una sezione ritmica lussureggiante e implacabile, sono stati loro a tracciare la via attraverso la quale il rock è entrato nella leggenda; dai Led zeppelin fino ai Nirvana, tutti hanno un debito con questa band che è semplicemente la più grande rock band di tutti i tempi.

 




permalink | inviato da il 12/10/2006 alle 12:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 luglio 2006

Rolling Stone

- Rolling Stones - di Francesco Cavalluzzo

 

 

La più grande rock band di sempre. Questo è quello che dicono gli addetti ai lavori e la stampa specializzata, di questo longevo e terribilmente maledetto gruppo.

Tutto iniziò tanto tanto tanto tempo fa, nel  luglio del 1962 in un locale di Londra divenuto poi storico: il Marquee.

La band composta da Michael Phillip "Mick" Jagger (1943, Dartford, Gran Bretagna), Keith Richards (1943, Dartford, Gran Bretagna), Brian Jones (Lewis Brian Hopkins-Jones, 1942, Cheltenham, Gran Bretagna), Bill Wyman (William Perks, 1936, Londra), Charlie Watts (1941, Islington, Gran Bretagna), rispettivamente voce, chitarra, chitarra/organo, basso e batteria, si presenta per sostituire Alex Corner, dopo solo un mese di prove proponendo nel loro repertorio praticamente solo Chuck Berry.

Fin dall'inizio i Rolling Stones costituiscono l'alternativa "sporca e cattiva" ai Beatles con una musica che attinge alle radici del rock'n'roll e del Blues .

La vera anima della band è sicuramente Brian Jones dotato di un prodigioso talento per la musica (fin da ragazzino sapeva già suonare di tutto, dall'organo al sassofono) e di un altrettanto spiccata capacità autodistruttiva, Jones vantava anche il curioso primato di aver concepito ben sei figli illegittimi  da altrettante ragazze nell'arco di un decennio (il primo a quindici anni). Inguaribile provocatore e anticonformista, incarnava in tutto e per tutto la figura del rocker dannato, cresciuto suonando agli angoli delle strade e fumando marijuana.

Nei primi anni di attività i Rolling Stones si cimentano solo in rivisitazioni di brani del repertorio americano di rock/blues e Il primo singolo, "Come On" (1973), è la cover di un brano di Chuck Berry, il secondo 45 giri è addirittura scritto dai "rivali" Lennon e McCartney ("I Wanna Be Your Man"), ma è "Not Fade Away" (di Buddy Holly) che, nel giugno 1964, ottiene i primi positivi riscontri di vendita. L’album d'esordio, Rolling Stones (Decca, 1964), è la rielaborazione di classici del rhythm and blues, ma la band si esprime soprattutto su 45 giri. E' il 1965, però, a segnare l'inizio del mito degli Stones con canzoni come “The last time” (Bitter sweet simphony dei Verve per intenderci), ma soprattutto “(I can get no)Satisfaction”, che rimane per quattro settimane in testa alla classifica di "Billboard".

Nel 1966 arriva il primo disco composto solamente da canzoni loro. E' Aftermath, e segna un deciso affinarsi dei gusti musicali, contenendo canzoni meno legate al blues come "Lady Jane, "Mother's Little Helper" e "Under My Thumb" e dove Brian Jones si rivela, oltre che un gran chitarrista di scuola blues, un vero e proprio strumentista poliedrico.

Dopo Aftermath seguono due anni di guai giudiziari e mezzi passi falsi. Between the buttons e, soprattutto, Their satanic majesties request (entrambi del 1967) vorrebbero essere repliche alla dilagante moda Beat e Psichedelica; in particolare, dei due dischi, si ricordano "Ruby Tuesday", "Yesterday's Papers", "She's a Rainbow". Ma, la psichedelica Beat non è nelle corde degli Stones.

Il ritorno in grande stile avviene nel 1968 con due bellicosi 45 giri, Jumpin' Jack Flash e Street Fighting Man e con l'album Beggar’s Banquet, che vira verso sonorità più asciutte, in linea con il blues-rock degli esordi. Emblema di questo "ritorno al Male" è l'inno satanico "Sympathy For The Devil".

Ma la storia, come spesso accade si trasforma in tragedia: Nel 1969 Brian Jones viene estromesso dal gruppo ed abbandonato alla suo destino di autodistruzione e pochi mesi dopo verrà trovato morto nella sua piscina durante un party; l’autopsia parlerà di un overdose di alcol e droga, ma non mancheranno, negli anni, i sospetti di suicidio o addirittura omicidio.

Nel 1971 esce Sticky Fingers (con copertina ideata dal maestro della pop art Andy Warhol, con un'autentica cerniera a lampo), con la stupenda ballata "Wild Horses", infuocati rock blues e una manciata di brani con espliciti riferimenti alle droghe ("Brown Sugar" e "Sister Morphine").

Nel 1972 esce Exile On Main Street nel 1973 Goat's Head Up e nel 1947 It's Only Rock And Roll (but i like it), dischi che presentano un sound più levigato capace però di sussulti degni dei loro primi anni come la tenera "Angie", che diventerà il loro "lento" per antonomasia.

Nel Tour del 1975 viene ingaggiato un nuovo chitarrista Ron Wood (1947, Hillingdon, Gran Bretagna) che rimarrà con il gruppo fino ad oggi.

L’album Black and blue del 1976 scala le classifiche grazie al delicato singolo "Fool To Cry", ma non aggiunge molto al loro repertorio. In questo periodo la dipendenza dalle droghe di Keith Richards (arrestato per possesso di eroina) ostacola l'attività della band. Nonostante ciò, Some Girls (1978) mostra un gruppo in buona salute e incassa un discreto successo commerciale, grazie ad un singolo d'effetto come "Miss You".

Durante gli anni 80 il gruppo attraversa un periodo di profonda crisi (ad eccezione di Tatoo You, contenente la stratosferica “Start me up”) sia creativa sia personale e nel 1986, all'indomani dell'uscita di Dirty Work (non supportato da alcun tour), si parla apertamente di separazione a causa di notevoli dissapori tra Jagger e Richards.

Seguono quindi progetti individuali dei due capibanda, che fanno anche concerti solisti (Jagger arruola Jeff Beck come chitarra solista nella sua tournée).

Ma la band è capace di superare qualsiasi catastrofe e nel 1989 esce con Steel Wheels, seguito da un tour mondiale alla fine del quale, il bassista Bill Wymann lascia il gruppo.

Daryl Jones compare come bassista nell’album Wodoo lunge del 1994 a cui seguono Stripped (1996) e Bridges to Babylon (1997) e l’ultimissimo A bigger bang (2005) album che non aggiungono nulla di nuovo alla già lunghissima storia della band.

Tutte le leggende, le storie, la cattiveria, le maledizioni del rock and roll nascono dai Rolling stones; Tutte le rock band che abbiamo amato del passato più o meno recente e del presente, hanno un punto d’inizio in comune che si chiama Rolling Stones.

Costruiti attorno a Mick Jagger, vero prototipo di frontman, sensuale e carismatico, a un chitarrista sfrenato e a una sezione ritmica lussureggiante e implacabile, sono stati loro a tracciare la via attraverso la quale il rock è entrato nella leggenda; dai Led zeppelin fino ai Nirvana, tutti hanno un debito con questa band che è semplicemente la più grande rock band di tutti i tempi.

 




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5 giugno 2006

Pearl Jam

Nuove uscite - Pearl Jam.

A distanza di tre anni e mezzo dall'ultimo album di inediti (Riot Act, uscito nel 2002), il gruppo guidato da Eddie Vedder ha pubblicato un nuovo lavoro, che si intitola semplicemente "Pearl Jam".

La scaletta è composta di tredici tracce e, come era stato anticipato, il sound è decisamente aggressivo e ricorda quello degli esordi della band (le atmosfere sono simili a quelle di "Vitalogy", per intenderci). Per quanto riguarda i testi, non tradiscono le aspettative: fanno riflettere, lasciando anche un senso di inquietudine.
I temi trattati sono quantomai attuali: si condanna la guerra in Iraq (in special modo in "Army reserve" e "Gone"), si parla di disoccupazione (in "Unemployable"), di vite sprecate (in "Life wasted"). Di fronte alla triste realtà di tutti i giorni, il "sogno americano" sembra essere svanito.

 

Come detto, è un album dalle sonorità dure e spigolose, ma una manciata di ottime ballate fa tirare un po' il fiato: "Come back" sembra raccontare la fine di un amore, ma potrebbe anche essere interpretata diversamente (chissà che l'invito a "tornare indietro" non sia rivolto, in realtà, ad un militare impegnato in Iraq); "Inside job" è un pezzo molto toccante ed introspettivo sulla necessità di trovare un equilibrio interiore; molto bella anche "Parachutes".

L'album si lascia ascoltare molto volentieri, anche se forse il frenetico susseguirsi di quattro pezzi tiratissimi proprio in apertura potrebbe "scoraggiare" qualche ascoltatore tra quelli che si vogliono avvicinare, con questo cd, alla musica della band.

Voto: 7,5

 

 

Buone notizie, poi, per coloro che vorranno seguire i Pearl Jam in tour.
 La band americana si esibirà per ben cinque date nella nostra penisola:
 
 il 14 settembre saranno a Bologna;
 il 16 settembre all'Arena di Verona;
 il 17 settembre a Milano;
 il 19 settembre a Torino;
 il 20 settembre chiuderanno il mini-tour italiano a Pistoia.

 

 

Enrico Carlevaris

 




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3 maggio 2006

Solo Musica

Stevie Ray Vaughan - A Texas Flood

Ogni appassionato di blues conosce Stevie Ray Vaughan, chitarrista che è riconosciuto come uno dei più grandi interpreti di blues di tutti i tempi

Stevie Ray Vaughan ha rappresentato negli anni ottanta la vera anima della chitarra rock/blues moderna: il suo inconfondibile stile lo ha reso famoso in tutto il mondo, i suoi assolo sono oggetto di studio per migliaia di chitarristi pronti a stupire la platea imitando quello che è stato definito da tutti il vero ed unico erede di Jimi Hendrix.

Stevie nasce il 3 ottobre 1954 a Dallas in Texas e inizia fin da piccolo, grazie all'influenza del fratello maggiore Jimmy, futuro chitarrista dei Fabulous Thunderbids, ad appassionarsi alle sei corde. A 17 anni abbandona la scuola per dedicarsi completamente alla musica.

Forma la sua prima band nel 1971 e nel 1973 si unisce ai Nightcrawlers, con i quali incide un demo, e nel 1974 Stevie Ray entra a far parte dei Cobra, ma il loro sodalizio musicale dura solo cinque anni. Così nel 1979 nascono i Double Trouble, un trio formato da Stevie, Tommy Shannon al basso e Chris Layton alla batteria. La prima grande occasione per Stevie Ray e i Double trouble di farsi conoscere in tutto il mondo, gli viene offerta da Jerry Wexler che su indicazione di Mick Jagger porta i tre al Montreux Jazz festival. L'esibizione, nonostante i copiosi fischi della platea poco abituata alle crude sonorità di un chitarrista blues, suscita l'interesse di molti addetti ai lavori tra i quali David Bowie che decide di ingaggiarlo per la registrazione del suo disco "Let's dance" e per il tour mondiale legato all'album, ma a metà tour Stevie Ray, poco soddisfatto dal genere di musica decide di lasciare.

Nel 1983 Stevie Ray Vaughan & Double Trouble debuttano con l'album Texas Flood, inciso in soli 3 giorni che ottiene presto consensi sia di critica, sia di pubblico, con il singolo "Pride and Joy", che entra nella classifica dei migliori venti brani. Il successo è confermato e accresciuto con l'album successivo Couldn't Stand the Weather del 1984 e con i sempre più numerosi concerti che toccano anche l'Europa e l'Italia.

Lo stile di Stevie Ray Vaughan è scandito da fraseggi veloci e ritmici spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assolo dolci e melodici. Durante il corso degli anni il suo sound è variato dall'uso di suoni brillanti e taglienti dei primi anni 80, ad un suono più corposo all'inizio del 1990.

Nel 1985 esce l'album Soul To Soul che vede l'inserimento nel gruppo del tastierista Reese Vynans, considerato come il quarto Double Trouble. I brani hanno una connotazione più rock dei precedenti, e si distaccano dai suoni grezzi e blues dei lavori iniziali. L'album ha una grande risonanza internazionale.

In questo periodo, all'apice della bravura e della fama, Stevie Ray partecipa come "guest star" anche ad album di altri artisti e il 15 luglio ritorna al Montreux Jazz Festival questa volta come star acclamata. L'esibizione gli fa vincere un prestigioso "Grammy", ma purtroppo un grave elemento di disturbo viene a inquinare la prolifica vita artistica del chitarrista: l'abuso di alcool e droghe, i vizi occulti che da tempo lo affliggono. Durante una delle sue solite, intense esibizioni viene colto da collasso e ricoverato in ospedale. La paura è tanta e Stevie dovrà affrontare un lungo periodo di disintossicazione.

Il ritorno sulle scene avviene nel 1989 con l'album In Step con il quale, grazie anche al record di vendite che supera il milione di copie, vince il suo secondo Grammy.

Il 27 agosto 1990 dopo aver partecipato ad un concerto con Eric Clapton, Robert Cray, suo fratello Jimmy e Buddy Guy, Stevie sale su un elicottero direzione Chicago. Il posto di Vaughan avrebbe dovuto essere di Clapton, ma Stevie, stanco per il concerto, chiede di partire per primo. Subito dopo il decollo però, causa la fitta nebbia che imperversava sulla zona, il velivolo si schianta contro una collina. Questa tragica fatalità pone fine alla breve vita di Stevie. La morte prematura lo ha proiettato nella leggenda, ma ha privato irrimediabilmente la musica di uno dei suoi interpreti più accesi e sensibili.

Dopo la sua morte sono stati pubblicati diversi altri album, tra i quali numerose collezioni e incisioni live ed un solo album di inediti in studio: The Sky Is Crying, degno dei precedenti contenente la formidabile interpretazione strumentale di "Little Wing" di Jimi Hendrix e l'unico brano acustico registrato in studio mai pubblicato ufficialmente, "Life by the drop".

Nel 1996 esce un album live dedicato a Stevie Ray Vaughan, "A Tribute to Stevie Ray Vaughan" che comprende interpretazioni di grandi musicisti internazionali tra i quali: Bonnie Rat,  B.B. King, Buddy Guy ed Eric Clapton

E' da ricordare il bellissimo brano strumentale "SRV" che Eric Johnson ha dedicato a questo artista dopo la sua scomparsa.



Francesco Cavalluzzo




permalink | inviato da il 3/5/2006 alle 13:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


6 marzo 2006

Sono i Pink Floyd

Musical deepening - Pink Floyd

 

 

I Pink Floyd sono i pionieri della psichedelia e uno dei massimi complessi rock di sempre.

Tutto iniziò nel 1965 quando Syd Barrett, Bob Close, Rick Wright, Nick Mason, e Roger Waters si unirono in un gruppo chiamato Sigma 6, ma poco dopo il gruppo si sciolse e  tutti i membri fondatori continuarono la loro attività musicale proseguendo per strade diverse. In seguito, formarono un nuovo gruppo composto da un chitarrista (Syd Barrett), un bassista (Roger Waters), un tastierista (Rick Wright), e un batterista (Nick Mason). Il nome fu scelto da Syd Barrett che unì i nomi di due bluesman cioè Pink Anderson, e Floyd Councill; 1+1 = Pink Floyd

Nel '66 arriva il momento delle prime esibizioni nei club della Londra underground, con un repertorio che comincia ad assumere una propria identità grazie alle prime composizioni strumentali di Barrett. L' 11 marzo 1967 venne pubblicato il primo "45" giri a nome Pink Floyd, - Arnold Layne/Candy and a Current Bun - che entrò nella top 20 Inglese; in seguito presentarono in anteprima il singolo "Games for May" che venne pubblicato con il nuovo titolo "See Emily Play". Per il primo album, Piper At The Gates of Dawn venne usato il nome "The Pink Floyd". Il disco, prodotto da Norman Smith, si impone subito grazie al sound particolare e assolutamente innovativo e a testi singolari, divisi tra atmosfere oniriche e spaziali ("Astronomy Domine", "Interstellar Overdrive") e brevi filastrocche per le quali Barret attinge al mondo delle fiabe ("The Gnome", "The Scarecrow", "Lucifer Sam"). "Astronomy Domine" è invece il resoconto di un viaggio stellare intrapreso da Barrett attraverso l'uso dell'Lsd. Il continuo peggioramento della condizione di Syd, costrinse la band a non farlo partecipare ad alcuni concerti. Questo segnò la definitiva uscita di Syd Barrett dai Pink Floyd e l'inizio di un periodo di crisi per il gruppo.

La band ingaggia allora il chitarrista David Gilmour (già amico d'infanzia di Barrett e Waters, nato a Cambridge il 6/3/1946) e i quattro non si perdono d'animo e rientrano in studio per incidere il loro secondo album: A Saucerful of Secrets. Il lavoro non lesina buone intuizioni, in particolare con la title-track che sembra la trasposizione musicale della parabola artistica dei Pink Floyd, con un inizio governato dall'istinto e un finale stupendo per ordine e limpidezza. Sono quasi dodici minuti di audace avanguardia psichedelica, che alternano terrore e misticismo. Il disco si completa con una composizione di Barrett, "Jugband Blues", un piccolo bozzetto delirante, in cui il chitarrista si dimostra perfettamente conscio del suo stato di isolamento mentale.

Nel 1969 i Pink Floyd tentano il primo approccio con l'arte cinematografica scrivendo la colonna sonora per il film di Barbet Schroeder, More, a cui si aggiunge quella per Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Alla fine dello stesso anno, i quattro pubblicano anche il monumentale Ummagumma, destinato a essere annoverato tra i loro capolavori.

L'anno successivo vede i Pink Floyd cimentarsi con una nuova lunga composizione strumentale ed il risultato è eclatante: la suite, che si dipana attraverso straordinari "dialoghi" tra musica sinfonica (imponente è l'uso degli ottoni e del coro) e rock, prende il nome di Atom Heart Mother (dalla notizia di cronaca di una signora incinta tenuta in vita da uno stimolatore cardiaco atomico) e diventa la title-track del nuovo album, del quale andrà a occupare l'intera prima facciata. Primo lavoro auto-prodotto dai Pink Floyd e considerato il loro disco "progressive", Atom Heart Mother va ricordato anche per la "storica" copertina, raffigurante una mucca al pascolo.

Nell'album successivo, Meddle (1971), i Pink Floyd danno un taglio alle divagazioni sinfoniche e si orientano verso sonorità più rock: Memorabile è l'iniziale "One of These Days", pezzo strumentale incentrato sul basso di Waters, amplificato sperimentalmente con un eco Binson, e impreziosito anche dal lungo assolo "slide" della chitarra di Gilmour, mentre la seconda facciata è occupata interamente dalla splendida "Echoes".

Nel maggio 1971 viene pubblicato anche Relics, raccolta contenente diversi singoli mai apparsi su Lp, risalenti al periodo-Barret, ma anche alcune perle del "primo" Waters.

Nel 1972 esce Obscured By Clouds, smontato dai critici, ricordato soprattutto per le atmosfere marcatamente rock, per la maturità dei testi di Waters e per alcuni pezzi orecchiabili come "Gold it's in the..." e "Childhood End".

Il 1973 è invece l'anno del disco record "The Dark Side of The Moon". Più di 25 milioni di copie vendute in tutto il mondo, un album rimasto nelle classifiche di vendita degli album per più di 14 anni, divenendo uno dei più grandi successi musicali di tutti i tempi. Un alto saggio di produzione audio-fonica, forte di contenuti testuali ad effetto con riferimenti alla natura effimera della vita, al denaro, all'incomunicabilità e alla follia, che spalanca al gruppo le porte dell'immortalità.

La successiva realizzazione, proposta con il titolo Wish You Were Here consacrò i Pink Floyd come uno dei più grandi gruppi musicali di tutti i tempi. L'album è una gradevole prova stilistica, anche se si nota, rispetto agli album precedenti, la mancanza di quegli spunti innovativi che avevano sempre caratterizzato la produzione del gruppo inglese.

La band si ritrova in studio nel 1977, anno in cui si decide di raccogliere in un disco il materiale scartato dall'album precedente. Il nuovo lavoro nasce così dall'adattamento musicale e testuale di vecchi pezzi scartati come "You Gotta Be Crazy" e "Raving and Drooling", secondo un nuovo filo conduttore: il riferimento al mondo animale. Nasce così Animals un'invettiva contro alcune figure della società (con un Waters "cattivo" come non mai), sostituite dalle specie animali

Durante il logorante tour che seguì l'uscita di "Animals", si verificarono degli episodi piuttosto spiacevoli come le sempre più frequenti e accese polemiche tra Roger Waters ed il pubblico. Comincerà allora a svilupparsi l'idea che porterà i quattro alla costruzione del loro ultimo capolavoro "The Wall".

L'album, ispirato a quella sorta di "muro" di incomunicabilità che si era venuto a creare tra il complesso e il pubblico, è sviluppato su due dischi e abbraccia diverse tematiche come discriminazioni, istruzione, show-business, fascismo e implicazioni autobiografiche di Waters, sempre più "padre padrone" del gruppo (molto frequenti, durante le registrazioni gli screzi con Gilmour e Wright). Pur vantando alcuni pezzi eccezionali come "Another Brick in the Wall, part 2", "Hey You", "Young Lust" e "Comfortably Numb" (con il memorabile assolo di chitarra di Gilmour), il disco è essenzialmente un'opera unica: nessun brano è slegato dal precedente e tutti sono funzionali allo svolgimento della storia che ha nella rockstar Pink il protagonista. L'album sarà premiato dal successo di vendite e si presterà a una difficile quanto magnifica rappresentazione dal vivo. Da The Wall sarà tratto anche il film omonimo, con la regia di Alan Parker e Bob Geldof nel ruolo del protagonista, Pink.

Ma i continui dissidi tra le due anime del gruppo (Waters e Gilmour) appaiono difficilmente sanabili e subito dopo il tour, Wright, in rotta con Waters, viene allontanato.

L'album successivo, The Final Cut, è in pratica una creatura del solo Waters, con gli altri membri relegati al ruolo di musicisti (e spesso neanche a quello). Di tutti gli album dei Pink Floyd, questo è il meno coinvolgente.

The Final Cut costituisce così l'atto finale di Waters come membro della band e la volontà del bassista di sciogliere i Pink Floyd porterà a una lunga querelle con strascichi giudiziari per l'utilizzo del nome della band che vedrà Gilmour e Mason avere la meglio.

Il chitarrista, con l'aiuto di illustri musicisti e il modesto supporto di Mason, pubblicherà nel 1987 A Momentary Lapse Of Reason, mentre nel 1994, con il rientro a pieno titolo di Wright e Mason nelle vesti di compositori ed esecutori, uscirà The Division Bell.

La band inglese dopo molti anni di silenzio si ritrova a suonare insieme dal vivo nel 2005 nella grande manifestazione organizzata da Bob Geldof chiamata Live8, mettendo da parte vecchi dissapori e facendo (ri)scoprire il meraviglioso "mondo rosa" anche ai più giovani, mettendo ancora in luce, se mai ce ne fosse stato bisogno, la straordinaria musica generata da uno dei gruppi più importanti del mondo musicale o forse, il più importante di sempre.

Francesco Cavalluzzo

fonti: ondarock.it - salernocity.com - wikipedia.com

 




permalink | inviato da il 6/3/2006 alle 13:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


1 febbraio 2006

La nuova rubrica... SOLO MUSICA

---New music---

--Darkness--

-One Way Ticket To Hell...And Back-

 

Il primo disco dei Darkness poteva essere anche un ottimo diversivo in un mercato che sembrava essersi leggermente scordato del glam-rock. Ma come sempre succede in casi come questo, gli occhi sono tutti puntati sul futuro. Ed ora il futuro è arrivato e ha portato con sé un nuovo album.

Il secondo disco si sa, è sempre il più difficile, anche perché si cerca la disperata conferma di tutto quello che di buono si è fatto nel primo; il singolo "One way ticket" è il classico brano a cui ci hanno abituato i Darkness: gorgheggi femminei, ottima melodia e buone vibrazioni rock. Peccato però che l'album continui… e lo faccia in maniera estremamente deludente.

Per chi ama i Darkness questo è un buon cd ma nulla di più; anche perché un po’ dell'istintività e della cattiveria artistica del primo disco si sono affievolite. Troppi ancora i riferimenti ai Queen (“Knockers", "Is it just me?" e "English country garden"), smentiti a voce alta dal gruppo che sembra quasi indignarsi per il paragone... mah!

Ma la delusione più grande arriva con gli “occhiolini” al pop, quando le chitarre elettriche si scaricano della distorsione e si camuffano ad arrangiamenti da classifica come "Dinner lady arms" o "Girlfriend" dove gli archi e la ritmica quasi disco giocano con il funky e gli anni 70. Non mancano le ballate romantiche come "Seemed like a good idea at the time" e "Blind man" che chiude il disco. I riff graffianti costantemente presenti in Permission to land sono in buona parte scomparsi in quest’ultimo, e anche la registrazione, sicuramente di qualità superiore rispetto al primo disco, ha però messo come una patina, una sordina, al tiro delle prime chitarre dei fratelli.

"One way ticket to hell and back" è decisamente inferiore al precedente "Permission to land" e questa sferzata ancora più pop nella produzione lascia davvero con l'amaro in bocca.

 

---The best never heard---

--Genesis--

-Foxtrot-

 

Con i Genesis affrontiamo due scuole di pensiero. C'è la formazione di Peter Gabriel e quella postuma con a capo Phil Collins. Si tratta sicuramente di due stili completamente diversi, il primo breve ma intenso, teso sul filo della perfezione e il secondo più lieve e commerciale. Personalmente, essendo un amante della musica rock progressive anni 70, adoro immensamente i Genesis formati da: Peter Gabriel alla voce, Tony Banks alle tastiere, Phill Collins alla batteria, Steve Hackett alla chitarra e Michael Rutherford al basso. Questi 5 grandissimi musicisti tirarono fuori, nell'arco di 5 anni, 4 dischi impressionanti per fantasia, stile, musicalità; insomma 4 tra i dischi più belli mai usciti nel mondo musicale.

Uno di questi è Foxtrot album uscito nel 1972.

Se il lavoro precedente, Nursery Cryme, presentava ancora qualche imperfezione, questo si dimostra essere un capolavoro di perfezione sia compositivo che nelle esecuzioni. Per molti fans è forse l’apice della band.

L'album si apre con "Watcher Of The Skies", canzone ritmicamente innovativa introdotta dal mellotron di Banks, sfocia poi dopo 2 minuti in una rockeggiante canzone dove spiccano la chitarra elettrica di Hackett e la voce eterea di Peter Gabriel tra un improvviso sbalzo di stile che introduce un fitto lavorio di batteria e psichedelia leggera. La seconda traccia è "Time Table", favolosa in ogni senso, uno dei vertici della vocalità di Peter Gabriel, un costante cammino accompagnato da un sano picchiettare pianistico che riporta il tutto ad una dolcezza mai sentita prima.

Completano il lato A la dialogata "Get’em out by Friday" in cui si respira l'aria delle atmosfere iniziali dell'album con un ritorno all'elettronica più calcato ed eclettico, e "Can-Utility and the Coastliners", dove il fulgore strumentale fa il paio con una parte vocale che non si dimentica facilmente…

Il lato B si apre con "Horizons" di Steve Hackett, probabilmente il brano compositivamente (non tecnicamente) più affascinante che il rock abbia offerto per sola chitarra acustica, e continua con quella che è il perno dell'album: la lunga suite "Supper's Ready". Una pietra miliare del genere: nessun'altra progressive-band è mai riuscita ad esprimersi in modo così "alto" all'interno della "fatidica" soglia dei 20 minuti. La voce di Gabriel si abbandona ad una presenza rarefatta che sfila elegante sulle acrobazie di ogni tonalità di questo lunghissimo brano che da solo potrebbe sostituire un intero album con il suo gustoso sodalizio musicale formato da un mosaico impeccabile di quasi ventitre minuti effettivi.

Questa stupenda creazione dei Genesis è uno di quei dischi che non stancano mai, che potremmo ascoltare 10 ore di fila senza mai annoiarci; certo, se non piace il progressive, non se ne può apprezzare appieno la bellezza, ma resta secondo me un album da avere a tutti i costi nella collezione personale.

                                                                            Francesco Cavalluzzo

 

 




permalink | inviato da il 1/2/2006 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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