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Il Pensatoio


31 luglio 2006

Il suicidio... un bene?

VIVERE O MORIRE: SCELTE OPINABILI

 

Devo ammettere che il titolo non è che metta allegria, comunque…

 

Tempo fa mi è capitato sotto gli occhi un articolo di giornale che riportava la notizia di un suicidio. Una ragazza romana di 16 anni si è gettata dal balcone della propria casa a seguito di una discussione col ragazzo 21enne e probabilmente proprio perché il rapporto con questi non andava bene. Per il resto (come sempre avviene in questi casi) vicini e amici la descrivevano come una ragazza solare e piena di vita. La mia primissima reazione è stata quella di provare una forte rabbia, come sempre mi capita leggendo casi di suicidio. Non posso credere che ci sia gente che getti via la propria vita intenzionalmente per motivi banali; mi sono detto che se una si suicida perché ha litigato col proprio ragazzo è talmente stupida che merita di morire. Poi mi sono calmato e ho cominciato a riconsiderare la cosa.

In senso assoluto sono del tutto contrario al suicidio come soluzione per porre fine alle proprie sofferenze. Penso che vivere sia la cosa più bella che possa capitare ad una persona, è un privilegio senza eguali che in pochi sanno apprezzare fino in fondo. Anche se per moltissimi la vita comporta più dolori che gioie, credo che vivendo si possano sperimentare momenti bellissimi, e che non necessariamente  devono essere in minoranza rispetto ai momenti tristi. Queste cose infatti non capitano, ma sta a noi farle capitare.

Tuttavia c’è da dire un’altra cosa: NON posso permettermi di giudicare persone che decidono di togliersi la vita. Fondamentalmente ogni essere umano sperimenta la libertà in una certa misura, in questa libertà rientra la facoltà di decidere COME e QUANDO morire. Non posso rispettare la persona che opta per un gesto simile, ma devo rispettare la sua scelta perché il rapporto che abbiamo con l’esistenza dataci è unica e personale, e ognuno la utilizza come meglio crede, indipendentemente dal fatto che altri possano approvare o meno. In questo senso giustifico anche l’eutanasia, ma non voglio addentrarmi in un discorso ancora più complesso. Certo, dentro di me continuo a ripetermi che è una vergogna che delle persone rinuncino alle loro vite, ma una volta ho letto che “c’è chi muore senza aver mai vissuto e c’è chi morendo acquista vita”….

 

Alla prossima, e ricordate: FINCHE’ C’è VITA SI PUO’ SEMPRE COMPIERE UN MIRACOLO!

 

Andrea “Best rookie of the year” Beccarisi

 




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3 maggio 2006

Il Pensatoio del Mahico


NEGAZIONE DI UN PIACERE

 

 

Premessa: di quello che sto per scrivere se ne è già parlato. In televisione. Con gli amici. Sulle pagine di molte riviste. Sulle pagine di questa rivista. E a dir la verità mi aspetto che le reazioni siano più o meno quelle di sempre. Ma non avevo ancora detto la mia. Perciò….

Here we go!

 

Il rapporto che le persone hanno con il sesso non è mai semplice, raramente fila tutto liscio, fosse anche solo per il fatto che alcuni di noi sono particolarmente bravi a concepire complessi autoinventati e inesistenti. La famosa figura del “sessuologo” rappresenta una professione un po’ vera e un po’ farlocca, ma proprio perché esiste rende conto del fatto che si avverte addirittura il bisogno di eleggere degli esperti in una materia troppo complicata. Comunque al di là di questo è interessante notare come credenze comuni divengano nel tempo tanto “assimilate” da diventare verità di fatto.

Ora, di domande ce ne sarebbero parecchie, ma quelle che più mi premono sono: perché il concetto di verginità è associato a quelli di purezza e integrità morale? E secondo quale principio un rapporto sessuale “sporcherebbe” l’anima di una persona? Malgrado le vecchiette sugli autobus possano persuaderci del contrario (“Le ragazze di oggi sono tutte scostumate!”), l’importanza di preservare la verginità è oggi più diffusa di quanto si possa credere. Non solo in società di tipo arcaico, ma nella stessa società occidentale per molte famiglie la perdita della verginità di una figlia è spesso fonte di profondo imbarazzo e vergogna, ed è assolutamente necessario che l’accesso alla genialità di quella sia un diritto esclusivo del futuro sposo. Probabilmente in pochissimi sanno, persino tra quelli che si sposano, che il famoso velo sul volto della sposa sta a rappresentare l’imene, e alzandolo il neo-sposo simbolicamente è ritenuto il primo ad avere il privilegio di deflorare la donna che ha preso in moglie.

Ma perché l’importanza accordata ad uno stato verginale è tanto diffusa? Credo che una delle determinanti principali (non la sola, badate bene) sia costituita dall’immagine stilizzata della Vergine Maria propagandata dalla Chiesa Cattolica. Notoriamente sappiamo che Ella è stata l’unica donna ad aver mai concepito senza la partecipazione del padre naturale, cosa che in qualche modo ne avrebbe intaccato la purezza, persino laddove lo scopo del rapporto fosse stata la procreazione e non il piacere. Ma il fatto di essere la Madre di Dio la giustifica dal non dover essere corrotta dalla presupposta frivolezza dei piaceri carnali? In seguito, nel corso della storia, centinaia di migliaia di donne avrebbero deciso di rinunciare alla loro sessualità in nome di un ideale che si chiama castità, e nel caso queste appartenessero a ordini religiosi veniva addirittura perseguito il celibato (astensione completa per tutta la vita). Non solo: è estremamente improbabile che a una donna che abbia avuto rapporti sessuali prima della vocazione sia concesso prendere i voti. Perciò, relativamente ad appartenenti a ordini religiosi, ma in particolare mi riferisco alle suore, la domanda veramente di un’ingenuità imbarazzante è: Perché non possono farlo? La risposta troppo furba e comoda che mi son sentito dare da più parti è stata: Perché sono sposate con Dio. E allora? Anche ammettendo che il mettere su famiglia possa distogliere dalla missione evangelica (e non è vero come ci dimostrano i preti episcopali, sia donne che uomini), possiamo parlare di matrimonio se non si può esercitare il diritto all’atto sessuale?

Certo, oggi la Chiesa Cattolica ha capito che si deve dare una rinfrescata se vuole stare al passo coi tempi, e a onor del vero ha compiuto passi da gigante nella direzione di concepire la sessualità in una maniera più spontanea di quanto si faceva anche solo pochissimi anni fa, ma ancora non tollera i rapporti extra-matrimoniali e/o il cui fine non è quello di concepire. Eppure non capisco: nella misura in cui non lede gli altri, se uno ha la FACOLTA’ di fare qualcosa, ha anche il DIRITTO di farla.

A tal proposito mi torna in mente un dialogo dell’intramontabile Al Pacino ne “L’avvocato del diavolo”:

 

“Riflettici un po’. Lui [Dio, ndr] dà all’uomo gli istinti. Ti concede questo straordinario dono e poi che fa?....Fissa le regole in contraddizione! Una stronzata universale! Guarda, ma non toccare. Tocca, ma non gustare. Gusta, ma non inghiottire!”

 

Come ho detto non è solo per questo motivo propagandato dalla Chiesa che la perdita della verginità è vista come non auspicabile, ad esempio rappresenta un pericolo perché può portare a gravidanze non desiderate. Quindi il riassunto dell’articolo non è: “per COLPA della Chiesa non possiamo fare sesso, ma noi lo facciamo lo stesso, evviva la vita”. Cercate di leggerlo secondo una chiave più matura: limitare l’espressione di un essere umano è a mio avviso un atto di pura crudeltà. E non c’è alcuna ragione sostenibile del perché si debba farlo per quanto riguarda la sfera sessuale.

E ora mi farò quattro grasse risate nel leggere i commenti dei ragazzi e delle ragazze che si dicono cattolici, ma che purtroppo predicano bene e razzolano male.

 

Andrea“el_mahico” Beccarisi

 




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3 aprile 2006

La necessità di un Messia

LA NECESSITA’ DI UN MESSIA

 

Sapete, ogni qualvolta mi chiedono: “Se potessi, in quale epoca storica ti piacerebbe vivere?” rispondo sempre con prontezza: “Nella fine degli anni Sessanta”.

Sin da quando ho cominciato ad interessarmi a questioni che non riguardassero semplicemente il mio quotidiano, ricordo che questo periodo mi ha sempre affascinato. La Contestazione Giovanile si è manifestata in tutta la sua prorompente forza e in maniera assolutamente non paragonabile a quella odierna. Le manifestazioni in piazza allora non erano ancora una moda, ma il modo più evidente per far capire ai grandi capi che non avrebbero imposto alle  persone uno Stato che difendesse i diritti di pochi e calpestasse quelli di molti. Soprattutto che non avrebbero instaurato un controllo ideologico, ancora prima che politico ed economico. L’eco di tali proteste credo non abbia precedenti di uguale ampiezza, toccando realtà così differenti come la nostra Europa (il Maggio francese e altro), l’America (il movimento per la difesa dei Diritti Civili degli Afro-Americani), la Cina (La Rivoluzione Culturale Proletaria).

Credo comunque che i ’60 siano così famosi anche perché hanno goduto del supporto di mezzi mediatici che prima non esistevano, perciò non siamo a conoscenza dell’enormità di movimenti di protesta (comunque non così globali come la rivoluzione sessantottina) che costellano la storia e di cui almeno io ignoravo l’esistenza prima di dover dare un esame di antropologia culturale.

E che cos’è che accomuna tutte queste forme di dissenso? L’insoddisfazione per l’attuale ordine del mondo.

Se ci guardiamo un attimo indietro e osserviamo la storia del cammino dell’uomo, potremo vedere che un sentimento del genere ha sempre accompagnato realtà in cui sussistesse la sottomissione, intesa (oltre che in senso materiale) come l’incapacità di far valere i propri pensieri/le proprie azioni a causa del regime autoritario imposto da qualcun altro.

Penso che questo possa ben spiegare il successo di una figura quale quella del Messia. Si attende infatti che con la venuta del Messia (che significa “colui che salva”) il male e la corruzione vengano spazzati via e si ritorni ad una perduta età dell’oro. Quello che sto scrivendo non sono luoghi comuni sentiti dire ai talk-shows di Maria De Filippi, ma in antropologia e religione questo è un fenomeno ben conosciuto e documentato che risponde al nome di (guarda un po’) messianismo.

La creazione di un nuovo mondo ad opera di un messaggero celeste è desiderata in particolare nei periodi in cui sono negati i diritti umani fondamentali, in primis quello alla vita. Ad esempio, quando i Nativi d’America furono brutalmente sterminati dagli allora Euroamericani, alcuni dei primi decisero volontariamente di non rispondere con la violenza perché credevano che a breve si sarebbe formato un nuovo mondo dalla crosta terrestre ad opera di una figura salvifica (che loro identificavano col bisonte) e avrebbero vissuto un’esistenza felice e prospera. Come possiamo constatare le loro previsioni non si sono avverate, ma è interessante constatare lo shock a cui gli Indiani d’America sono stati sottoposti. Perché degli sconosciuti avrebbero dovuto aggredirli? Perché gli invasori si volevano appropriare di risorse che avrebbero potuto pacificamente condividere con gli indigeni? E che tipo di relazione può esistere tra queste persone in un mondo del genere?

A questo punto sperare nell’avvento del Messia, allora come oggi, è più che auspicabile. Ora però vi dirò una cosa che forse vi lascerà spiazzati.

Attendere la venuta di una figura profetica è sbagliato.

Deleghiamo ad altri i nostri problemi perché ci riteniamo troppo deboli e incapaci per risolverceli da noi, perché è più facile così piuttosto che mettersi in gioco e affrontare sofferenze e sacrifici. Non fraintendetemi, anch’io sono stanco di vivere in un mondo (quante volte avrò ripetuto ‘sta parola?) in cui il portafoglio e il cellulare valgono più della vita umana, in cui condizioni di vita estremamente povere di alcuni consentono condizioni di vita estremamente ricche di altri, ma solo io (inteso in senso collettivo) detengo il potere di cambiarlo, io che ci vivo, non può farlo uno che non ne fa parte.

Oggi l’attaccamento della gente ad un qualsiasi santone raggiunge livelli pietosi. Sembrano dire: datemi il mio Gesù Cristo personale, datemi il mio Very Important Person, datemi il mio cartomante, il mio maestro zen, ma levatemi fuori da questa merda!

Oltretutto questa sarebbe solo una soluzione temporanea, perché i problemi continueranno a ripresentarsi fintanto che la natura umana rimane quella che è. Al contrario il movimento attivo produce dei cambiamenti DENTRO le persone, non fuori, che imparano dai propri sbagli; il mondo cambia solo se cambiano la testa, l’anima, il cuore della gente.

Ribadisco, sul piano personale mi rifiuterò sempre di starmene là a piangere su quello che non va, piuttosto mi impegnerò per migliorare in quello che faccio, manifestando il mio dissenso ed evitando di provare sentimenti negativi per il prossimo, perché questa è in assoluto la cosa peggiore che possa fare. Spero che il resto del mondo voglia fare altrettanto.

PS: prima che comincino a piovere insulti (mentre accetto molto volentieri le critiche), voglio precisare che quando scrivo del Gesù Cristo personale, non è per biasimarlo ma per biasimare l’errata tendenza di qualche ingenuo e forse un po’ stupido nell’identificare come salvatore il primo furbo che può dare l’impressione di essere tale.

E con questo ho davvero concluso. Alla prossima.

 

Andrea “el_mahico” Beccarisi

 




permalink | inviato da il 3/4/2006 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


6 marzo 2006

Universali Umani

UNIVERSALI UMANI

 

 

Benché non sia possibile compilare una “Super-lista dei migliori film di sempre” in quanto questa è una faccenda puramente soggettiva e personale (e il bello sta proprio in questo), possiamo sempre interessarci di film che notoriamente sono stati acclamati da un vasto numero di fans e critici.

E che cos’è che rende grande un film…? Una sceneggiatura innovativa? Una storia coinvolgente? Una performance magnifica? Una regia geniale?

Sì, certo. Ma io direi soprattutto la capacità di far leva sulle emozioni, di farci sentire che qualcosa dentro sta fremendo, coinvolgendoci a tal punto da infonderci ottimismo e speranza, da farci piangere e rattristare, di farci incuriosire e riflettere. A volte l’impronta lasciata è così profonda da produrre cambiamenti semi-permanenti nell’animo dello spettatore. In fondo affermiamo proprio questo quando diciamo “Sto film mi prende troppo”.

Ma a ben vedere (sono sicuro che ci siete già arrivati) questa è la storia più vecchia del mondo: dai geroglifici egizi alle rappresentazioni teatrali greche, dalla letteratura europea ai romanzi cinesi e giapponesi, una storia piace quando coinvolge.

Questo mi fa pensare che esistano un certo numero di universali che ricorrono nel tempo perché sono intimamente connessi alla nostra natura di esseri umani.

Il cliché dell’eroe inizialmente un po’ imbranato ma che poi si scopre essere estremamente dotato (Luke Skywalker, Harry Potter, Neo) nasce secondo me dal desiderio tipico dell’uomo di elevarsi ad una condizione superiore a quella che riconosce essergli propria. Questo spiegherebbe anche il trend delle saghe di supereroi che da un po’ di anni infesta Hollywood, ma questa è un’altra storia. Relativamente al concetto di “volere di più”, il cinema ci riporta figure che ben rappresentano uno dei desideri più atavici dell’uomo: il possesso. Se storicamente siamo a conoscenza di persone che hanno conquistato o avevano intenzione di conquistare tutto il mondo conosciuto (Alessandro Magno, Gengis Khan, Napoleone), in ambito cinematografico non possiamo dimenticarci di personaggi come Tony Montana e Darth Fener. Ciò che li accomuna è il voler possedere tutto ciò che esiste (the world is yours…), e non per senso di onnipotenza ma perché il dominio del mondo ci permette di cambiarlo e di vivere nel mondo che più ci piace (e chi non ha mai provato questo desiderio?).Questo peraltro fa di loro non dei cattivi, ma degli anti-eroi (il cattivo è colui che persegue il male come fine, l’anti-eroe lo usa come mezzo per conseguire il suo scopo, ed è solo questo a differenziarlo dall’eroe).

Ma si sa, dove c’è il bianco c’è il nero, e dove ci sono l’odio e l’arroganza ci sono anche l’amore e la compassione. E se l’industria cinematografica ci ha fornito recentemente esempi splendidi di come si dipinge la compassione con film che rispondono ai nomi di “Neverland” e “Million Dollar Baby”, ve ne sono altri che mi fanno storcere il naso. In particolare parlo di due film che hanno (intelligentemente, c’è da dirlo) sfruttato la naturale predisposizione umana a provare pietà per un essere più debole: “Forrest Gump” e “Mi Chiamo Sam”. Se la performance di Tom Hanks è sublime e merita in pieno il suo Oscar, mentre altrettanto non posso dire di Sean Penn, le due rappresentazioni non sono per il resto artisticamente eccellenti, ma hanno fatto commuovere perché i protagonisti delle vicende sono due insufficienti mentali.

Sono sicuro che con quest’ultima considerazione mi beccherò un sacco di critiche! Ma come dicevo in apertura i concetti di bello e brutto non sono assoluti. Comunque devo dire che è stato divertente scrivere il mio primo intervento per questa rivista e spero che sia per voi altrettanto piacevole leggerlo. E perché no, magari sarò riuscito nella stoica impresa di fornire spunti di riflessione. Ciauuu!

 

Andrea “el_mahico” Beccarisi

 




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