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Lynch... il maestro

INLAND EMPIRE

di David Lynch

 

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra Del Cinema Venezia, dove il regista ha ricevuto il Leone alla carriera, INLAND EMPIRE si presenta come un’opera definitiva e straordinariamente complessa con la quale dovremo fare i conti per anni. Girato in digitale a bassa definizione e con una durata di tre ore, il film si presenta come una riflessione metacinematografica molto complessa da ricostruire. Rifiutando praticamente tutte le convenzioni narrative tipiche di un normale racconto cinematografico, INLAND EMPIRE sembra spesso procedere per libere associazioni di immagini ed idee in una specie di “flusso di conoscenza” che ha pochi eguali nella storia del cinema. Lynch ha dichiarato di aver scritto il film la mattina direttamente sul set, inventando giorno dopo giorno le sequenze da girare e i dialoghi da recitare. La vicenda di un’attrice coinvolta nelle riprese di un remake di un film polacco, mai terminato a causa della morte dei due attori protagonisti, è solo il pretesto per un vertiginoso e straordinariamente affascinante viaggio nell’inconscio della donna tra sogni, incubi, libere rielaborazioni di frasi prese dalla “realtà” (concetto del tutto astratto del film), fantasie, ossessioni. Troppe sono le sequenze che andrebbero citate, infiniti i temi e le suggestioni presenti nel film (pittoriche, filosofiche, cinematografiche). Più che al recente, straordinario, MULHOLLAND DRIVE, questo nuovo film di Lynch sembra ricollegarsi maggiormente a ERASERHEAD, il folgorante lungometraggio d’esordio, per il modo in cui viaggia nella piena libertà, incurante della logica che molti spettatori pigri richiedono di solito ad un film. Il regista americano pone lo spettatore in una posizione attiva, invitandolo a partecipare intellettualmente al film e costringendolo così a cercare una chiave di lettura che non per forza deve essere uguale a quella pensata dal regista. In INLAND EMPIRE sono presenti alcuni momenti tratti da RABBITS, una specie di bizzarra sit-com girata del regista nel 2002, nel quale tre persone con teste da conigli fanno discorsi senza senso con risate registrate come commento (quasi un’apoteosi tematica dell’idiozia e dell’assurdità della maggior parte delle sit-com reali). Un film che assomiglia ad una vera e propria esperienza audiovisiva per molti più vicina ad un’installazione d’arte contemporanea che al cinema, INLAND EMPIRE è un capolavoro di pura avanguardia di cui si riconoscerà l’importanza e la grandezza probabilmente solo tra qualche anno. Accanto alla bravissima Laura Dern (attrice feticcio di Lynch già con lui in VELLUTO BLU e CUORE SELVAGGIO) segnaliamo nel cast Jeremy Irons, Harry Dean Stanton e Justin Theroux. Menzione a parte per la splendida colonna sonora curata dal fidato Angelo Badalamenti. Un film fondamentale che ripristina la fiducia nelle potenzialità espressive del mezzo cinematografico e che non mancherà di estendere la propria influenza sulla futura storia del cinema.

di Germano Boldorini

Pubblicato il 11/3/2007 alle 0.32 nella rubrica "La Recensione".

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